marco valenti scrive

marco valenti scrive

31 dicembre 2008

auguri e barolo

Dovendo salutare il duemilaotto mi viene da considerare come, ogni anno, ci culla la convinzione che il prossimo sarà – di gran lunga – migliore per salute, fortuna, amori, denari.
Certamente sarà così; lo auguro a tutti (e a me).
Se impariamo a prendere il buono e a sopportare il resto sarà bellissimo.
Auguri.
“UnSensoAlleCose” ci sarà per tutto il duemilanove.
Prima che – tra poche ore – chiuda la saracinesca dell’anno vi lascio col miglior vino bevuto negli ultimi 12 mesi e con la sua storia

Barolo docg Conca Marcenasco - 2001

http://www.renatoratti.com/ita/popup_marcenasco.lasso

Il nome Marcenasco riferito al vino Barolo deriva dallo storico borgo duecentesco di Marcenascum, (oggi Annunziata, nel comune di La Morra) con castello, Abbazia, territori, insediamenti colonici e vigneti riconosciuti di alto lignaggio e caratteristiche in quanto catalogati e dichiarati in censimenti d’epoca.

La chiesa era dedicata a San Martino, tant’è che l’antico nome alto medioevale del borgo era “Martinascum”.
Nel Rigestum Comunis Albe (il codice parte membranaceo e parte cartaceo nel quale sono trascritti gli atti pubblici ed i fatti avvenuti dall’anno 1026 al 1511 inerenti Alba ed il suo circondario) il riferimento a “pecia una de vinea” nei vari atti di cessione o di inventari delle proprietà in Marcenasco nei secoli XII° e XIII° è continuo.

Marcenasco, attuale territorio facente capo alla frazione Annunziata di La Morra, era famoso per le sue vigne di “Nebiolium”, vitigno mobilissimo in quei lontani tempi, come testimoniano gli statuti di La Morra (Ius municipalis loci Murrae redatti in epoca antecedente il 1500) tanto da meritare particolari citazioni e protezioni.

Dalle uve del vitigno Nebbiolo si ottiene, nella zona, il vino Barolo, che a seconda dell’origine circoscritta a varie sottozone assume caratteristiche peculiari. E’ appunto il caso del Marcenasco.

Il monastero produce vino Barolo e dopo vicissitudini varie (soppressione nel 1652 da parte di Papa Innocenzo X rimessa per la fama del vino prodotto: soppressione napoleonica del 1801, ritorno dei monaci francescani nel 1817, soppressione definitiva con le leggi Siccardi a metà del secolo scorso) dalle antiche Cantine dell’Abbazia dell’Annunziata Renato Ratti, nel 1965 riprende la produzione del vino Barolo identificato con lo storico nome di Marcenasco perché tale è il riferimento come circoscritta.

Il vino proviene da un’area a vigneto con esposizione sud est, sud, sud ovest. All’interno di questa zona sono estrapolate le produzioni dei vigneti della Conca dell’Abbazia e delle Rocche: Conca in posizione sud-est, sud, mentre Rocche in posizione sud, sud ovest.

L’unicità dell’origine, con i vigneti tutti ad una altitudine variante da 240 a 290 metri sul livello del mare in terreni geologicamente appartenenti al Tortoniano, unita ad una tecnica di vinificazione precisa e accurata, evidenziano nel vino eleganza e longevità.

La fermentazione tumultuosa avviene in recipienti di acciaio inossidabile, capacità di 50 o 100 hl e in media il tempo occorrente è di otto, dieci giorni, con le bucce in movimento per rimontaggio e quindi con estrazione di sostanze tanniche e coloranti in maniera costante e normale.

La temperatura è controllata e non può superare i 32 gradi C. Dopo la svinatura il vino viene travasato in recipienti di rovere dove ad una temperatura di cantina di 18-20 gradi centigradi si sviluppa la fermentazione malolattica della durata di circa due mesi. I normali travasi per separarlo dal deposito sono compiuti periodicamente e per due anni il vino rimane nelle botti.
Viene successivamente riposto nei contenitori di acciaio e imbottigliato. Le bottiglie sono conservate in cantina per un giusto periodo di affinamento.

Il limitato periodo di maturazione in botti permette di mantenere la fragranza ed il fruttato iniziale; l’immediata sistemazione in bottiglie consente uno sviluppo di eleganti profumi; la vinificazione appropriata concede un esatto equilibrio fra tannino e struttura che esalta la sensazione di vellutata persistenza.

Il vino Barolo Marcenasco, (Marcenasco, Marcenasco Conca, Marcenasco Rocche) ha così una sua particolare classe ed eleganza che risalta e risplende ovunque

17 dicembre 2008

tasse, file e ferie

Se mi seguite il fatto non è neppure troppo complesso.
Prendo un giorno di ferie per andare all’Ufficio delle Entrate. Mi occorre andar lì a dimostrare che la cartella che, secondo loro, dovrei pagare è stata in buona parte già pagata e a fare le mie rimostranze giacché il cosiddetto avviso bonario (che dovrebbe sempre precedere la cartella con more e contro more) non mi è mai arrivato.
Forte delle mie pezze d’appoggio faccio la mia brava fila finché il numeratore brilla del mio numero; vado; espongo con calma; ottengo ragione.
Però debbo pagare la cartella (in forma assai ridotta) in contanti presso un altro Ufficio (cosiddetto Concessionario) e, successivamente, tornare all’Ufficio delle Entrate a mostrare la Quietanza dell’Ufficio del Concessionario.
Nessuna soluzione alternativa.
Questo, nel mio modo di contare, fa altri due giorni di ferie.
Una mattina all’Ufficio delle Entrate; una seconda all’Ufficio del concessionario; una terza, di nuovo, all’Ufficio delle entrate.
Ricapitolando: tre giorni di ferie per un errore non mio.
Per quanto mi sforzi di trovare una morale a questa storiella non riesco a trovarla… voi?
Emmevu

15 dicembre 2008

Addobbi

Babbo Natale… ovvero minuscolo sassolino (semiserio) dalla scarpa.
Puntuali, col ponte dell’Immacolata, arrivano gli addobbi natalizi che, in tempo di crisi, stemperano ipocondrie e contribuiscono ad un sano clima festaiolo. Amo, oltre alla festività raccolta ed intima, l’esagerazione di luci e festoni; mi piace tirar fuori dagli scatoloni ghirlande, statuine, candele e tutto un armamentario costruito nel tempo e sempre più arricchito di oggetti più vari e variopinti.
Però, anche quest’anno, ho ritrovato i babbo natale tristissimamente appesi a balconi e davanzali; piccoli ladri immortalati nell’eroico e protratto tentativo di resistere a piogge monsoniche, piene dei fiumi, tormente di neve.
Torneranno zuppi nelle cantine di provenienza, o nelle soffitte, dopo la Befana.
Vi scongiuro: liberateli!
Per favore, lasciateli liberi; teneteli nell’immaginario dei bambini che aspettano; lasciateli a guidare renne e non a fare l’uomo ragno di dicembre!!!
Grazie.

14 dicembre 2008

Inutile

Credo venga per tutti il momento in cui si pensi di non avere un padre né una madre e di essere legittimamente figli della vita, e solo di quella. Credo venga per tutti e credo anche che gli atteggiamenti, a quel punto, siano due. Opposti.

Qualcuno accetta questa verità, se ne sobbarca il peso e l’orgoglio intraprendendo la fatica disumana dell’indipendenza di giudizio, e di comportamento, a qualsiasi costo, per quanto possibile e per quanto consentano le forze di cui si dispone. Qualcuno. Pochi.

Gli altri ne rifiutano preconcettualmente la verità, ne ricusano violentemente l’essenza, decidendo (ma sarà poi vero che si tratti di una decisione?) di assecondare pavidamente e passivamente il corso delle cose, per come sembrano scritte. Affrancandosi in questo modo dalla responsabilità delle decisioni antipatiche ma più vere. Assuefacendosi all’immanenza della piccolezza. Addomesticando le idee per compiacere il proprio piccolo egoismo. Crogiolandosi al caldo pensiero che ‘tanto… è così che va il mondo…’.

Piesse

13 dicembre 2008

piove

…ultimamente dalle parti mie ha fatto un po’ d’acqua.


Roma, 28 settembre ’97

Piove, Luca: a Roma piove da quattro giorni.
Noi romani non ci siamo abituati. Quando piove il traffico cresce, lievita, impazzisce come la maionese: si piglia la macchina anche per andare in latteria, per portare il cane a pisciare. La gente è nervosa e l’aria si carica di elettricità. Alla prima “gnegnarella” il romano dice che era ora, ci voleva proprio un po’ d’acqua ma poi il mattino dopo smadonna ‘che piove sempre.
Piove da quattro giorni e quattro notti senza fermarsi.
Incessantemente.

Piove fuori ma anche dentro di me.

Mi piove dolore e fastidio e nervoso anche se non sono mai stato metereopatico e anzi la pioggia mi piace, me ne piace l’odore e il sapore sulle labbra e il rumore sul tetto dell’auto e addirittura i finestrini da spannare.
Mi piace bagnarmi e, lo sai, non possiedo ombrello.

Piove e misuro me stesso a passi ansiosi intorno a fogli, bianchi e anacronistici, per riempirli di frasi raramente importanti per alimentare la nostra amicizia a cui tengo come a un figlio.

La tua lettera.
Tu hai ragione; io vergogna.

Si fa strada la nausea tra rigurgiti acidi di alcool mentre fumo una Camel senza filtro e ci giro attorno. Ci sto girando attorno ma il cerchio è diventato sempre più stretto, lettera dopo lettera.

Paradossalmente mi manchi: mi manca ora (qui e adesso) la tua razionalità magari esasperante, il tuo sottile ragionare, perfino la tua pignoleria del cavolo.
Mi scrivi, ti scrivo, mi rispondi e via e via…
Ci giro attorno, cerco appigli che ormai mi hai levato.
Inequivocabilmente.
Mentre alterno abissi a rare ilarità e mi trascino fuori da una depressione – chiamiamo le cose con il loro nome! – che mi preme sul petto e mi strizza lo stomaco non posso più perciò reggere il silenzio che mi ero imposto sul perché non voglia più vederti né sentirti.

(da “Un senso alle cose” edizione Boopen – 2007)

PIOVE
Hai visto che piove, guarda come viene giù
tu che dicevi che non pioveva più
che ormai non ti saresti mai più innamorata e adesso guardati sei tutta bagnata
e piove madonna come piove sulla tua testa e l'aria si rinfresca
e pioverà fin quando la terra non sarà di nuovo piena e prima o poi si rasserena
piove senti come piove madonna come piove senti come viene giù
senti le gocce che battono sul tetto senti il rumore girandoti nel letto
rinascerà sta già nascendo ora senti che piove e il grano si migliora
e tu diventi grande e ti fai forte e quelle foglie che ti sembravan morte ripopolano i rami un'altra volta questa è la primavera sulla porta
e piove madonna come piove e poi tornerà il sole a farci festa senti com'è che piove sulla tua testa tu che credevi che oramai le tue piantine si eran seccate e non sarebbero cresciute più hai aspettato un po'
ma senti come piove sulla tua testa senti come viene giù
non eri tu che ormai ti eri rassegnata e che dicevi che non ti saresti più innamorata la terra a volte va innaffiata con il pianto ma poi vedrai la pioggia tornerà
piove, senti come piove madonna come piove senti come viene giù!
(jovanotti - "piove")

http://it.youtube.com/watch?v=KOyRbrg25tY

29 novembre 2008

my favourite things (uno)

My favourite things.

Non sono un profondo conoscitore di musica; sono, piuttosto, un fruitore poco distratto. A volte prendo delle piccole manie. Questa canzone è una piccola mania. La intonava Julie Andrews (Mary Poppins: proprio lei!) nel film “Tutti insieme appassionatamente” (“The sound of music”). Usata come jingle dal programma radiofonico fare night (e che programma! C’era ancora una radio della rai – ora c’è un po’ di meno). Il bello era che hanno messo centinaia di stacchetti diversi. Ho fatto una ricerchina stupida stupida e ho scoperto che ce ne sono una infinità. Ho scoperto che in scooter o sotto la doccia viene benissimo e che ci si può divertire un sacco a scoprirne versioni straordinarie. Provate con youtube o con itunes. Ormai la adoro. La ho, perfino, cantata di fronte a un pubblico (avendo dalla mia un maestro al piano e un altro al sax) e invito a scoprirla o riscoprirla.

Provo a incollare il link con una versione del 1961 di John Coltrane.

http://it.youtube.com/watch?v=I_n-gRS_wdI

e poi il pezzo dal film con Julie Andrews…

http://it.youtube.com/watch?v=j9KwlIHcmq4

Raindrops on roses and whiskers on kittens

Bright copper kettles and warm woolen mittens

Brown paper packages tied up with strings

These are a few of my favorite things



Cream colored ponies and crisp apple streudels

Doorbells and sleigh bells and schnitzel with noodles

Wild geese that fly with the moon on their wings

These are a few of my favorite things



Girls in white dresses with blue satin sashes

Snowflakes that stay on my nose and eyelashes

Silver white winters that melt into springs

These are a few of my favorite things



When the dog bites

When the bee stings

When I'm feeling sad

I simply remember my favorite things

And then I don't feel so bad

24 novembre 2008

il novello Sigfrido

Il novello Sigfrido…

Novello. Tanto per dire la mia un po’ abusato. Passato da vino di prontissima beva, e castagne, e allegria, e prezzo basso, a rito.

Un po’ troppo.

I produttori/ Le bottiglie

Nord 182 (60,1%) /9.274.900 (62,3%)

Centro 83 (27,4%) /3.517.860 (23,6%)

Sud + Isole 38 (12,5%) /2.101.000 (14,1%)

I francesi col Beaujolais ci hanno dato lezione di marketing col tradizionale conto alla rovescia sulla data della disponibilità del loro… novello.

Poco importa.

Mi ero disamorato della cosa: troppo “prodotto pompato” anche nei discount.

Quest’anno mi sono imbattuto per caso in “Sigfrido” ed ho cambiato idea.

Ho cambiato idea per profumo che rimane, per selezione di uve cabernet e merlot (nota: ma perché non riesce a scendere a Roma il merlot friulano ma soltanto quello veneto?).

Ho cambiato parere e ho goduto di formaggi semplici e insalatone, di castagne e frutta di stagione.

A voi la segnalazione.

Vino novello – “Sigfrido” – Villa Castalda – Veneto IGT – 2008 – 11,5% - da uve cabernet e merlot – Giorgio al Monticaro – TV….

(www.villacastalda.it)

23 novembre 2008

Torino & Cioccolato



Viaggi & cioccolato: Torino.
Sono uno che viaggia per lavoro; uno che ha un lavoro che lo porta a viaggiare; tra le mete consuete c’è Torino.
Tra le mete di Torino il negozio di cioccolato “Gobino” in Via Lagrange 1, praticamente in bocca al Museo Egizio. Il nostro non è, ne vorrebbe essere, un blog culinario ma non riesco a fare a meno di scrivere questo post.
Il perché è presto detto.
È la migliore selezione di cioccolatini del mondo. Sorprendente per qualità ed accostamenti (a me non sarebbe davvero venuto in mente di abbinare cioccolato bianco e pepe rosa ma valeva la pena).
Cito il più incredibile, premiato come da foto allegata.

Cremini di sale.
Raffinata pasta gianduja, arricchita di granelli di sale marino Integrale e olio di Oliva Extravergine
Questo cremino è caratterizzato per la morbidezza e per l’elevata palatabilità dell’impasto.Risaltano sul finale le note delicate dell’olio di oliva extravergine.
Ingredienti:
Pasta Gianduja (Zucchero, Nocciola Piemonte Tonda Gentile delle Langhe IGP, Latte Intero in Polvere, Burro di Cacao, Cacao Ghana, Cacao Venezuela , Cacao Ecuador, Estratto Naturale di Vaniglia Bourbon.), Pasta di Nocciole Piemonte IGP, Cioccolato al Latte (Zucchero, Latte intero in polvere, Cacao Venezuela e Java, Burro di Cacao, Estratto Naturale di Vaniglia Bourbon. Emulsionante: lecitina di soia -OGM free),Olio Extravergine di Oliva Ligure, Cioccolato fondente 60% (Cacao Ghana, Cacao Ecuador, Zucchero, Burro di Cacao , Estratto Naturale di Vaniglia Bourbon.Emulsionante: Lecitina di soja -OGM free), Sale marino Integrale.
http://www.guidogobino.it/i_index.htm
aspetto ringraziamenti da chi vorrà andare…



È tutto (ma non è poco).

17 novembre 2008

capita; credetemi... capita

GRAPPA DI MULLER THURGAU

Cose che capitano.
(cose che – a me – capitano)
Capita che tu stia sistemando la mensola del bagno; capita che spostando una busta ti cada la boccetta della medicina che ti fa fare bei sonni sereni; capita che si frantumi, che si disintegri oltre ogni ragionevole previsione logico fisica; capita che tu rimanga basito e intimorito dall’insonnia; capita che resti senza medicine; capita che imprechi pulendo un bagno oleoso e faticoso; capita che tu sia stanco davvero e che il pavimento resti appiccicoso oleoso; capita che imprechi e speri un improbabile asciugarsi salvifico; capita che tu sia stanco per davvero perché lavorare stanca; capita che imprechi tra te e te; capita che ripieghi su una grappa di Muller thurgau dell’Atissimo Adige. Capita: vi assicuro che capita.


Grappa muller thurgau Roner: creata dalla distillazione di vinacce selezionate questa grappa è molto tipica, fruttata e ricca nelle fragranze.
Grappa di Muller thurgau Rifugio crucolo – parampopoli

In comune hanno quarantadue gradi e l’ umlaut, i due puntini tedeschi, sopra la u di muller.
E che sono buone e fanno consolazione.

12 novembre 2008

primitivo di manduria

(timbro postale: Roma – 03.07.97)

Caro Luca,
mi chiedo, è sera ma sono ancora in ufficio, se questa mia mal disposizione, questa mia difficoltà a comunicare con te derivi dal non avere molto da dirti, dal non volerti dire molto o più banalmente dal tempo che non c’è (se mai c’è stato) o ancora dal mio stato del momento(?).
Un ufficio deserto alle sette e mezzo di sera, poche luci accese, silenzio rotto dal brusio del condizionatore e del traffico del rincaso dabbasso, è un posto dove si può riordinare la mente e, come ora, scrivere.

Ci vuole il tempo che ci vuole per fare, il tempo che ci vuole per scrivere; anche solo per ragionare.
Perciò tempo mi sto prendendo dall’ultima tua, forse a tentare di dare un filo ai pensieri che vorrei parteciparti, forse per provare a dare una sub specie di logica o di ritmo compatibile alle mie giornate.
Ma poi se ne trova?
Stride lo scenario che descrivi dei tuoi monti e della cadenza del tuo vivere e il tuo argomentare con qualsiasi cosa io viva qui nella città eterna.
Eterna mutazione e in eterno caos.
Quanto (de)scrivi mi porta piacere doppio, per il saperti soddisfatto e per l’avere qualche elemento che corrobori il mio immaginare luoghi di pace dove il tempo (di nuovo!) abbia una scansione ancora umana.
Meglio: naturale.
Una pur piccola parte di me te li invidia e stasera, a marcare distanze e differenze, stapperò e carafferò un “primitivo di manduria”, quattordici gradi (mi pare) di rosso tarantino quasi da meditazione (non così lontano in realtà da certi vini friulani). Anche se la stagione è un po’ troppo calda per l’uso, lo accompagnerò con un arrosto di maiale fermo da ieri sera in forno con tutte le sue erbette (aggiunte a fine cottura) ad insaporirne la salsa. Confido che Villa Pamphili faccia salire al mio giardinetto qualche soffio di ponentino romano.
La realtà di quanto mi accade, intanto, mi fa invocare un rimbambimento da iperattività, da rumore di fondo e da metropoli che mi eviti di pensare, e perciò soffrire, troppo.

Vorrei girare per il traffico della vita con la stessa indifferenza dei conducenti di autobus.


(da “Un senso alle cose” – Boopen Editore – www.boopen.it)

Primitivo di Manduria:
uva rossa pugliese che sta conoscendo un suo rinascimento, non più adoperata come taglio ma vinificata in purezza. Dà vita a vini dal grande corpo e frutto, ma dotati allo stesso tempo di eleganza e capacità di evoluzione nel tempo. Da provare sulla fibra tenace di una carne di agnello cucinata alla brace. Bottiglie da non perdere: Primitivo di manduria Dunico 1999 Accademia dei Racemi e Primitivo di Manduria 1999 Felline.

21 ottobre 2008

scuola

Per scelta i curatori di questo Blog pubblicano solo cose scritte da loro e ciascuno si assume la responsabilità di quanto posta: questa è una eccezione comunemente decisa.

Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli, ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata.
Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.
Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina.
L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
Dare alle scuole private denaro pubblico.
Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l'11 febbraio 1950.
Pubblicato nella rivista "Scuola democratica", 20 marzo 1950


20 ottobre 2008

Laphroaig (Uno)


Quando Paolo ed io abbiamo scritto “Un senso alle cose” abbiamo disegnato personaggi che amano abbandonarsi al piacere del buon bere. Avevamo individuato nel Laphroig (Laphroaig pronuncia "la-FROYG" o IPA: /læˈfrɔɪk/) la marca di scotch whisky preferita da uno dei due personaggi dell’epistolario non a caso. Entrambi reputiamo il Laphroig il miglior single malt che abbiamo bevuto finora.
Poi è uscito un libro di Santo Piazzese con un protagonista che adora lo stesso liquore e abbiamo virato sul Glenfiddich pur sapendo che non c’è paragone. Ci sembrò che il posto fosse già occupato. Non piace a tutti il Laphroig, non è per tutti; è salato per via della distilleria vicino al mare; è particolarissimo e non ne vogliamo a chi dice che non l’ama. Tuttavia lo reputiamo, entrambi, straordinario per intensità e profumo.
A tal punto che ne parleremo ancora.
E ancora e ancora.
Se bere ha un senso e ha senso bere il Laphroig non può non essere provato.
Conservo con gioia il momento in cui, per la prima volta, lo abbiamo condiviso: roba di amicizia e complicità.


http://it.wikipedia.org/wiki/Laphroaig

la foto riporta una bottiglia “quarter cask”; giacché la ho provata conto di tornarci; sia di tornare a parlarne sia alla bottiglia…

19 ottobre 2008

Insulti

Roma.
Davanti a cinque o sei registratori di cassa, altrettante file di persone in attesa di pagare. Mi accodo a quella più corta.
Trascorsi due minuti, mi accorgo che la fila da me scelta non procede.

- Funziona questa cassa? – domando al signore in prima posizione.
- Credo di no – risponde quello senza voltarsi.
Mi guardo intorno e decido di cambiare fila. Ne scelgo una e mi muovo. La persona che stava davanti a me, dopo avere evidentemente ascoltato il mio breve dialogo, decide di seguirmi. Indossa una camicia a maniche lunghe e la cravatta. Evidentemente la sua giacca è rimasta in ufficio. E’ basso, azzimato, e sopra pesanti baffi neri porta un bel paio di occhiali da sole, assolutamente inutili, nella penombra del negozio.
Mi accodo alla nuova fila. Il tipo bassetto mi raggiunge immediatamente e si infila davanti a me, volgendomi la schiena, senza uno sguardo né una parola.
- Mi scusi… - dico incerto e stupito.
Quello si volta.
– Lei era dietro di me nell’altra coda! – afferma seccamente. Pesante inflessione romana.
- Cosa significa? – rispondo interdetto, ma quello torna a rivolgermi la schiena.
Decido di spostarmi ancora, accodandomi alla fila ulteriore, anche se leggermente più lunga. Scuoto il capo e borbotto tra me – Solo gli italiani… -, ma non riesco neanche a terminare la frase.
- Italiano sarà lei! – mi apostrofa quello, senza voltarsi.
Piesse

Da una pagina del diario del 1995

9 ottobre 2008

la cameriera ossuta



Una città altoatesina, un albergo da me spesso usato.
Mi muovo di nuovo per lavoro e ripercorro sentieri battuti ricercando piccole certezze del tornare in luoghi già percorsi.
In un albergo si cerca la camera ben pulita, il bagno confortevole, tranquillità e buone luci e una confortevole prima colazione che possa essere viatico per una giornata di lavoro.
Colazione in solitudine, pertanto, necessita vero conforto.
Finisce che si mangi più che a casa; è una forma di consolazione alla solitudine.
Mi consola lei, che serve ai tavoli al mattino tra studel e cappuccini.
Sono in due, come sempre. L’altra è giovanissima, ossa lunghe, capelli biondissimi, lisci, lunghi e sorriso aperto e sbarazzino.
Lei no.
L’altra si muove agile che pare danzi; è chiaramente di ceppo austriaco. Lo si sente dalla fatica con cui arranca l’italiano.
Lei no.
Lei ha un sorriso approssimativo, un labbro appena atteggiato al buon umore, e un piglio che in realtà pariglia con severità da istitutrice.
Viso ossuto, zigomi un po’ sporgenti, importanti, e sguardo che non fa scopa col suo lavoro di servizio.
Lei è severa, forse severa dentro, professionale e fredda.
Precisa nel fare, più grande dell’altra; capello nero raccolto a crocchia antica. Pare voler essere altrove ma svolge il suo compito in modo inappuntabile. Lo stesso modo di camminare è diversissimo: l’altre molle che sembra Pippo, lei nervosa ed efficace che pare Julie Andrews.
Una punta, ma solo una punta da avventore assonnato, Mistress…
L’altra finge ammiccamento e lei no.
Mento sottile e occhi taglienti, sopracciglio severo che pare sgridarti ma, tuttavia, non inimico: una donna al lavoro.
Ossuta e scostante, almeno nel confronto con l’altra, in realtà mi rassicura.
Secca, piena di scatti a rasentare i tic nelle movenze, magra e di movenze aspre come un limone acerbo.
La colazione coniuga il salato col dolce, il caffè non pare troppo nordico, e mi consolo del giorno di lavoro che mi aspetta.

5 ottobre 2008

Cervaro della Sala (odio le file)




Roma 3 luglio ’98

Amico mio, sono le nove di sera e sono appena uscito da un bagno caldo dopo due ore di fila in macchina per tornare a casa.. Patrizia e Marco sono dai suoceri e, giustamente, non mi hanno aspettato.
Finita la scuola di Marco capita spesso di vedere i nonni materni; secondo me è anche che stanno cercando di riempirsi di nipote prima che si trasferisca al mare, dai miei a San Felice Circeo. Credo che la nostra estate sarà tutta lì, dove potrò fare facilmente il pendolare con Roma.
Sgranocchio salatini giusto per quel minimo di base solida che questo Doc umbro merita. L’esasperazione da traffico meritava la consolazione di questo bianco strepitoso, classe ’95, Cervaro della Sala: un bel colore quasi dorato, fruttato quel giusto che la stagione richiede e gusto pieno a strafottere. Cerco di stemperare, bevendo e scrivendoti, tutta la rabbia e lo stress accumulati.
Disco di Van Morrison con i Chieftains in sottofondo.
Odio le file, Luca: quando arriverà ‘sto Giubileo non sarà mai troppo tardi.
Odio le file stupide per strada ma ancor di più gli stupidi che vi albergano. Detesto buona parte dell’umana genie. Quelli che navigano tutto a destra in corsia di emergenza e quelli che suonano anche se è inutile e quelli che si accodano alle ambulanze; i guidatori che parlano al telefonino e quelli che strombazzano invidiosi verso chi telefona.
I vigili che ma dove stanno quando servirebbero ma a volte girano a tre a tre e fumano, e fumano in servizio.
Mi inquieto per i cantieri segnalati quando è ormai tardi.
Oggi quello che mi ha fottuto è stato proprio un cantiere sul Lungotevere, di quelli che a saperlo fai un’altra strada.
…ad averlo saputo.
Mi va stretta la noia delle file e l’ansia che vi si insinua e i pensieri che trovano asilo nell’ansia, quelli che nascono in fila per poi sparire quando si torna a camminare ma poi tornano quando sei steso nel silenzio del tuo letto e ti chiedi
da dove cazzo arrivino
e ti sei scordato da dove e quando ma era una fila in macchina.
Mi opprime il cuore la cintura di sicurezza e odio la sua macabra necessità come la necessità di fermarsi un attimo in seconda fila e rimediare una multa che neanche in America sono così veloci e allora odio le seconde file che non mi fanno andare avanti e neanche una multa.
Dio distratto e quelli che si infilano senza freccia e quasi li tamponi e quelli che tamponano e poi si fermano e telefonano alla stradale con il portatile e da ciò due chilometri e mezzo di fila
e allora odio le file stupide e il cerchio ricomincia la giostra
I cantieri che non finiscono mai e quello nuovo che non lo sapevi.
La rassegnazione scomposta e astiosa e la nuova lontananza di monte verde che prima era a un attimo da ovunque.
L’indifferenza dei conducenti di autobus e il loro uso irrazionale delle frecce.
L’arancione che ti aspetta.
Lo smog e l’ipocrisia della benzina verde.
La segnaletica inesplicabile.
Non potere più prevedere quando arrivi.
Odio le file per il loro rappresentare ulteriore conferma della mia infelice inadeguatezza.

Questa è Roma che aspetta l’anno santo, Dio benedica i viticoltori e il frigo che tiene in fresco vini come questo.

Due ore a pensare.
Due ore di gas di scarico, di ignoranti e di serena certezza che non sto vivendo la vita che voglio vivere.
E non è il traffico, magari fosse il traffico.

Voglio cambiare esistenza, fuggire da questa malsana corsa, da questa follia di compromessi amari, da Cardaci che trucca le carte, da questa banca del profitto e delle apparenze.
Sai qual è la cosa più bella? Che non sono mai stato così pronto alla fuga; proprio ora che nessuno mi insegue. Questo mi dà lucidità, chiarezza di propositi e determinazione.


(da “Un senso alle cose” – Boopen Editore – www.boopen.it)

Cervaro della Sala:
vino prodotto dal Castello della Sala in Umbria, di proprietà dei Marchesi Antinori, derivante da un uvaggio di Chardonnay 80% e Grechetto 20%. E’ diventato nel corso degli anni uno dei vini bianchi italiani più rappresentativi capace di unire eleganza, potenza e capacità d’invecchiamento. Da provare su un piatto di tagliolini “Cacio e pepe” magari nobilitati da qualche scaglia di tartufo nero di N
orcia. Annate da non perdere: 1998, 1994 e 1992.

Musica.
Non avendo trovato traccia su Youtube del (grandioso) disco con Van Morrison,
ecco "The Chieftains" in concerto:

http://it.youtube.com/watch?v=mgEZXw7cWyU

3 ottobre 2008

latte cinese



Latte a mandorla

Ora, io dico, due parole su questa storia dei bambini morti in Cina per il latte pieno di schifezze le vogliamo dire? Ce ne sarebbe, ah, ma mi fermo a una annotazione premettendo che, per me, le parole contano e che chi le usa dovrebbe usarle a proposito. Alla notizia del brutto guaio del latte cinese le autorità e i mass media ci hanno prontamente rassicurato che noi, in Italia, non importiamo latte dalla Cina.

Rassicurante.

Peccato che due giorni dopo ci fanno sapere che non è scontato che i ristoranti cinesi siano sicuri.

…e se tra le due notizie mi fossi strafogato di involtini primavera in uno dei tanti ristoranti della mia città?

(giusto per non scordarcelo: sbaglio?)

29 settembre 2008

per dirla tutta


A dirla tutta è la ragione, il buon senso, il cervello.
Ma non è morfologico: è culturale.
Fin da piccoli ci insegnano a usare la testa per non farci male; sii saggio ci dicono, mettici giudizio, impara a valutare, ci spiegano come valutare bene. Cresciamo in un mondo di gente che ci fa vedere come arrivare in fondo superando gli ostacoli, evitando i pericoli di cui la vita è disseminata.
La stessa morte, peraltro inevitabile, o è un incidente o è una fatalità.
Fatti salvi gli eroi che, per contrappasso, riempivano le nostre fantasie di bambini.
Gli eroi, pochi, speciali; oppure i santi o, se non sono dei nostri, gli invasati.
Il cuore è un muscolo, e che pompi il sangue, l’istinto è delle bestie; i sentimenti si dominino.
Non solo: la ragione, la ragione comune, ci offre una marea di modelli, modelli di persone, esempi di integrità, comportamenti che confezionano la soluzione ad ogni problema. Così che la soluzione non la cuciniamo noi ma la compriamo surgelata al supermercato del pre-ragionato, al banco degli esempi da seguire.
Se a volte ci sentiamo pesanti e ci pare di trascinarci, sarà la bassa pressione o il cambiamento del tempo, o della stagione, e ci pigliamo due pasticche; oppure lo stress, e ce ne andiamo in vacanza oppure al cinema.
Intanto con i giorni passa la vita e noi sempre lì a ponderare, a valutare e a non buttarsi con il parapendio.
Tranquille operose formiche.

A dirla tutta è la ragione, il cervello, il buon senso.
Sono loro che ci fanno giudicare chi è differente da noi, che ci danno la patente per mettere i voti alle pagelle, che ci guidano nel giusto e ci danno il senso della misura e quello del peccato.
Chi si uniforma vive felice, mediamente, moderatamente contento.

Intanto la ragione fa volare basso il nostro cuore.

A volte tutta la vita è un’ode all’animale da cortile, è “t’amo pio bove”, elogio della norma, volo di voliera, rotta consueta desunta dalle mappe della tradizione.
Ci si attrezza per rotte consuete, per navigare con il bel tempo e stare in rada se è maestrale. Si comprano forbici con la punta arrotondata per non tagliarsi, perché non si sa mai, e il buon senso è l’oppio dei poveri.
Si fugge da chi è malato e potrebbe ostacolarci, esserci di impaccio.
Si scappa dagli amori impossibili e dai sensi di colpa e dal peccato.
Ci si sposa perché è ora di sposarsi.
Ci si fa una ragione anche di un suicidio.
Per fortuna o purtroppo la vita è un’altra cosa.
Le cose sono come sono e non basta dipingerle per cambiare loro il nome.
Succedono.
Accadono e basta, e tanto più sono vere quanto più a comandarle è l’anima piuttosto che la mente. A volte ci si fanno i conti.
Ora ci si può girare intorno quanto si vuole, prendersi in giro e falsificare la verità ma, se è vero, come è vero, quel che è vero, la realtà è la realtà, le cose sono - a prescindere da tutto - come sono: a volte lo scopri e quando lo sai ci si fanno i conti.
Perciò c’è pure chi non vuole saperlo e chi non lo saprà mai.
Vada come vada il cuore è un grido, è pazienza infinita, è di costanza e di dolore, è di gioia e di costruzione, è un tessuto prezioso.
Per fortuna o purtroppo, per fortuna e purtroppo tutto il resto è banalità del caso: più o meno attrezzati, ci si fanno i conti. O prima o poi.
L’anno prima, nel marzo millenovecentonovantasette, una cometa passava nel cielo e forse un po’ della sua scia innescava un groviglio di meccanismi che si andavano evolvendo e, per fortuna o purtroppo, camminavano.


Da “Cometa e bugie”
Nota: il romanzo “Cometa e bugie” è ancora inedito

20 settembre 2008

Prospettive

C’è una signora anziana, nella casa di fronte, che tutte le mattine trovo sveglia e già intenta nelle sue occupazioni, quando mi alzo. Appena corpulenta, di quelle forme statiche conferite dall’età; i capelli raccolti in una antica e anacronistica retina; un abitino blu, di cotone stampato a fiorellini bianchi, ogni mattina la signora si dedica al mantenimento del luogo in cui esaurisce la propria esistenza. Con piccole studiate mosse, e un’antica scopa di saggina – come non se ne vedono più – pulisce la strada di tutti, fuori dal suo cancello, asportando l’incuria e la distrazione altrui. Regala a noi tutti, in quei pochi metri di asfalto, una quota della propria dignità e del proprio esempio. Poi si vestirà, una gonna blu e una camicetta; indosserà le scarpe buone; prenderà la borsetta e il carrello della spesa e si recherà a piedi verso il supermercato. Rientrerà poco dopo, con gli acquisti freschi per la giornata, e si ritirerà a preparare le pietanze per la famiglia, già alle 9:00 sparendo dalla circolazione.
Piesse

18 settembre 2008

Teroldego

Roma, 26 maggio ‘98

Caro Luca,
finalmente una busta con qualcosa di tuo tra pubblicità, bollette esagerate e rotture di palle.
Era ora, amico mio: bentornato!

Prima di aprire la tua lettera, un’ora fa, ho stappato una bottiglia ad onorarne l’arrivo: un Teroldego Rotaliano, rosso di pronta beva, di compagnia e bel gusto.

Però poi ho aperto e letto.
Sto bevendo ugualmente, ma con meno voglia di festa, chiedendomi – e chiedendoti – cosa mai ti capiti.
Quando hai scritto da sobrio hai stillato gocce di veleno dalla penna, o di amarezza.
La questione dei furti nel bosco sembra di non facile soluzione; ti conosco però, e so che il teppista avrà ben presto il tuo fiato sul collo.
La tua tenacia.
Mi chiedo se da quelle parti ci sia ancora spazio per un’indagine senza uso di pentiti e delatori, tanto di moda oggi…
La mia curiosità.


(da “Un senso alle cose” – Boopen Editore – www.boopen.it)

Teroldego Rotaliano.
Rosso.
Trentino
Uva rossa, ha il suo naturale, e unico, habitat nel Campo Rotaliano, vasto altopiano luogo di numerose battaglie tra Longobardi e Franchi. Produce vini intesi, dal corpo importante ed adatti a grandi invecchiamenti. Da provare con polpettoni di manzo elaborati alle erbe. Bottiglie da non perdere: Teroldego Rotaliano Foradori.

5 settembre 2008

grecanico

GRECANICO
Vino bianco
(Sicilia)
Gradi: 12,5%

Pomeriggio lento e fastidioso in cui cerco di recuperare una notte di (troppo) poco sonno. Arriva ora di cena, l’umore è basso, mio padre bussa a cibo. Lo faccio attendere mentre metto su una pentola d’acqua a bollire.
La pasta consola.
Il cibo, in generale e di più quando riesce giusto, consola.
Parto con una pasta con verdure crude ma cambio idea. Acciughe a “sfragranarsi” con un po’ di vino bianco. Le guardo. Mi viene aggiungere capperi e olive, erbette. Poi pomodori tagliati a dadini. Peperoncino quanto basta. Il profumo promette.
Quando scolo manteco in una salsa spontanea e fluida. Decido mollica di pane per assorbire intingolo lento.
(tornerò sull’uso della mollica di pane vagamente abbrustolita e sui suoi usi taumaturgici; la mia parte siciliana lo richiede).
La pasta in tavola, piatto unico, mantiene le promesse e consola.
Modifica, migliorandolo, l’umore.
Mi viene in mente la umana simpatia del commissario Montalbano del maestro Camilleri e mi ci riconosco in toto.
Si gode.
È godimento intenso sia per i profumi e il sapore, sia per la soddisfazione di una improvvisazione ma ragionata ben venuta.
Il buon cibo migliora l’umore. So che mai rischierò anoressia: casomai adipe.
Piatti generosi per mio padre e per me e se solo avessimo coda si scodinzolerebbe di gusto.
La serata è migliore, molto migliore, di prima di cena.
Il vino trovato freddo di frigo va perfettamente.
Si sta alzando un giusto alito di vento e “chi se ne fotte” di qualche zanzara.
Godessero pure loro.
A voi breve cenno al vino.

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“Dai pendii di Giummarella, terra di tradizione di vite, un vino dal profumo fine ed intenso con note evidenti di agrumi e di frutta, dal sapore fresco ed elegante. Colore giallo paglierino.”

4 settembre 2008

piada ma Furlo: due



Dopo piadine, e vino, e caffè – voilà – il passo del Furlo.

Gola scavata nei millenni tra monti austeri e impervi.

Si passa un semaforo che, modernamente, alterna chi debba passare galleria scavate da Vespasiano (manco 100 anno dopo Cristo) per arrivare a una curva con piazzola.

Tutto qui.

Una curva e una angusta piazzola.

C’era un baretto ma, poi, hanno fatto la galleria ed è fallito.

Sono pochi a fermarsi, per lo più tedeschi e inglesi: italiani giusto noi.

Mi torna in mano la cartolina in bianco e nero comperata al posto di ristoro subito prima il passo.

Automobili dell’epoca, una Prinz addirittura, e una coppia affacciata al bel vedere.

Lui le cinge la vita, abito scuro; lei si lascia cingere, vestito subito sotto il ginocchio.

Penso che erano lì una cinquantina di anni fa a rimanere inconsapevolmente incollati in una cartolina in bianco e nero che, presumibilmente, gli sarebbe sopravvissuta.

Mi chiedo chi fossero e che diavolo ci facessero, tanti anni fa, al belvedere del Furlo sapendo che la mia domanda non avrà risposta.

Non può.

Come roba da rigattieri a riciclare ricordi non proprii.

Consideratelo un regalo e fermiamoci qui.

Eccoli.