le cose ci sono, sono lì a rispondere ai nostri sguardi più o meno sicuri, alle domande che non facciamo e nemmeno sappiamo, a salvarci e a condannarci: sempre e pur tuttavia solo cose.
Sarebbero chiare se noi non fossimo così confusi. Non sono le cose a comandare ma l'atteggiamento che abbiamo noi di fronte ad esse. Come ci poniamo, come scegliamo se parlare o meno e cosa dire e cosa tenere per noi e non condividere.
Cosa lasciare andare.
Non
insegnate ai bambini non insegnate la
vostra morale è così stanca e
malata potrebbe far male forse una grave
imprudenza è lasciarli in
balia di una falsa coscienza.
Non elogiate il
pensieroche è sempre più raro non indicate per
lorouna via conosciuta ma se proprio
volete insegnate soltanto
la magia della vita.
Giro giro tondo
cambia il mondo.
Non insegnate ai
bambini non divulgate
illusioni sociali non gli riempite il
futurodi vecchi ideali l'unica cosa sicura
è tenerli lontanodalla
nostra cultura.
Non esaltate il
talentoche è sempre più
spento non li avviate al
bel canto, al teatro alla danza ma se proprio
voleteraccontategli il
sogno diun'antica
speranza.
Non insegnate ai
bambini ma coltivate voi
stessi il cuore e la mente stategli sempre
vicinidate fiducia
all'amore il resto è niente.
Ad una cena di gala in uno splendido palazzo nobiliare romano, dove ho avuto l’onore di partecipare, durante i lavori di un incontro importante di lavoro, ho ricevuto in dono dalla Presidente della Regione Lazio che ci ospitava una borsa di Tolfa. È stato il dono ricordo per un centinaio di partecipanti ai lavori, provenienti da ogni regione d’Italia e dalla Commissione Europea.
Sono di Roma e ci vivo, dalla nascita, nel millenovecentosessanta.
La produzione artigianale di Tolfa trova nella borsa detta "catana" la sua massima espressione. La catana sarebbe nata nel 1575, ad opera di un tale "Mastro Stefano".
Negli anni 70' la catana sbarca addirittura in America e negli anni 80' era in Italia la "borsa di Tolfa", diffusissima tra gli studenti.
Identificava lo studente di sinistra.
Qualcuno la ha chiamata “la borsa della rivoluzione”. La rivoluzione non c’è mai stata: la borsa si.
In una identificazione propria degli schemi dello scorso millennio, ancora in voga solo tra i nostalgici delle spartizioni tra buoni e cattivi (ce ne sono parecchi in ogni latitudine), io dovevo per forza avere avuto una borsa di Tolfa (e un eskimo e delle polacchine ai piedi).
Mi è sempre piaciuto l’oggetto, il suo odore di cuoio, il suo brunirsi nel tempo passando ad un colore sempre più ambrato e scuro, la sua comodità per portare l’occorrente ad un liceale ma non la ho mai posseduta (fino ad ora) ed ho invidiato un pochino chi la aveva.
Di mio, però, rifuggivo le mode e le etichette e mi comportavo, o cercavo di comportarmi, di conseguenza.
Non ho mai avuto borsa di Tolfa, ma neppure Clarks originali, ma neanche mai una Lacoste col suo coccodrillo ricamato. Non ho avuto un sacco di cose senza perciò essermi dannato l’anima più di tanto.
Parenti, al ritorno da un viaggio in Marocco, mi regalarono una bellissima borsa simile alla Tolfa per forma e materiale ed io usavo quella.
Secondo le convenienze del momento la spacciavo per borsa di Tolfa, o tolfa come veniva affettuosamente chiamata, oppure il più delle volte snobbavo l’identificazione ad un gruppo identificabile declinandone il pedigree africano, etnico e lontano dai clamori violenti dell’epoca.
Ma la Tolfa, come oggetto bello ed utile molto più che come simbolo, mi mancava.
Per capirci e fare “outing”.
Parlando di identificazioni e di prese di distanza io sono anche quello che quando acquistò un “vespone”, inconsciamente (?) ragionando sulla identificazione che voleva vespa 125 bianca sinonimo di fascista, la comprò rosso fuoco. Sarà così che si forma il gusto? Sarà così che si sono amati i libri di Pavese e di Pratolini? Può darsi.
È stato, nel caso, un bell’amare.
La borsa di Tolfa è bellissima, povera, robusta, fa linea nella sua ignoranza di sacca da cacciatore, da pastore, da uomo nella natura e nel paesaggio. Ha una tradizione pluricentenaria.
L’adoro da sempre.
Non ho avuto modo di essere presentato alla Presidente e, comunque, non avrei trovato le parole per ringraziarla per aver “sdoganato” uno splendido oggetto di culto degli anni settanta proprio ora che, oramai, ho passato il mezzo secolo.
La cosa in sé non cambia il mio voto dell’epoca o il mio orientamento politico ma, perbacco! Ho la mia borsa di Tolfa!