marco valenti scrive

marco valenti scrive

31 dicembre 2011

il mio augurio di buon anno




Una premessa. L’anno scorso i miei buoni propositi di fine anno erano di dire basta al buonismo, levarmi i sassolini dalle scarpe e di dire tutto quello che penso nel modo più chiaro possibile. Lo ho fatto, purtroppo, solo in parte ma posso migliorare. In chiarezza e in spietatezza.

Un grazie sincero a chi mi legge e doppio a chi, talvolta, lascia traccia del suo passaggio: da quando c'è il contatore delle visite la frequenza è in continuo aumento e la madia di cinquanta visite al giorno è abbondantemente superata.

Arriviamo agli auguri...





Auguro a tutti, per l’anno nuovo:





di riuscire a sognare in maiuscolo,

ma di saper accettare anche le minuscole;



di leggere con il cuore prima

e col cervello poi,

tutto quello che il mondo scrive;



di amare più di quanto si è amati,

ma di essere comunque amati;



di riuscire a mettere le cose nella giusta prospettiva

e dar loro l’importanza che meritano veramente;



di trovare buoni motivi per sorridere

e di sorridere sempre più spesso;



di avere sempre il bicchiere almeno mezzo pieno;



di trovare qualcosa

che valga la pena,

magari anche in questo blog.

28 dicembre 2011

Il vino in Italia




Mi capita, in questo blog, di parlare di ricette e di parlare di vino senza essere un sommelier né un cuoco: questione di affetto, del piacere di condividere con chi passa di qua qualche idea.
Al riguardo ci sono tag dedicate.
Scrivo, in più, e mi piace anche parlare di libri belli, spesso poco noti, spesso di esordienti, che mi è capitato di leggere ed amare.
In questo caso, avendo iniziato a leggiucchiare “Il vino in Italia” di Slawka G. Scarso, il piacere raddoppia.
Con estremo piacere vi segnalo, invitandovi a comprarlo, questo libro perché non è soltanto una guida a cento cantine italiane e non è un libro per addetti ai lavori. È un viaggio nella storia di persone che stanno dietro all’amore per le loro aziende; è un viaggio di una scrittrice brava che si intende di vino; è un aiuto per chi ama il vino a scegliere qualche posto in più da visitare nelle proprie gite.
Personalmente mi auguro di farne un bel po’.
Di nuovo complimenti, dopo “Il vino a Roma” a Slawka: è un libro bellissimo e insolito.
Felice lettura e buon bere a tutti!





IL VINO IN ITALIA
368 Pagine
ISBN-10: 8876155767 ISBN-13: 9788876155765 Editore:
Castelvecchi (Centocittà) Data di pubblicazione: Oct 01, 2011





SUL LIBRO
Raccontare il vino significa mettersi in viaggio, per esplorare le zone di produzione più belle e interessanti ma, soprattutto, per dare voce a chi produce la bevanda italiana per eccellenza. Perché la bellezza del vino sta proprio nelle tante avventure che si possono trovare dentro a un bicchiere, storie di passioni capaci di infondere una personalità indimenticabile ad ogni etichetta. Dalla Valtellina alla Basilicata, dall’Alto Adige alla Sicilia, Il vino in Italia contiene tutti i riferimenti utili per andare in cantina, farsi una passeggiata in mezzo ai filari e, magari, per spillare un bicchiere direttamente dalla botte che lo contiene. Per ogni zona vinicola sono stati scelti pochi produttori, scelti tra quelli piccoli e medi, tutti in grado di abbinare l’eccellenza nella manifattura a una grande cultura dell’accoglienza. Il tutto è completato da aneddoti storici, dritte su cosa è indispensabile degustare e, naturalmente, da indicazioni utili su dove mangiare e dormire. Perché il turismo enologico è tutto questo insieme: vino, cibo, cultura e territorio. Il vino in Italia è una guida adatta a tutti, pensata per il semplice appassionato così come per l’esperto, un libro che farà da bussola agli amanti della degustazione in giro per lo stivale, o permetterà loro di viaggiare direttamente da casa, seduti comodamente in poltrona, accompagnando la lettura a un buon bicchiere di vino.


L’AUTRICE SUL LIBRO:
Non posso fare una vera e propria recensione del libro, e non darò stelle, ma vi racconto come è nato. Sono andata in giro per l'Italia del vino, dalla Valle d'Aosta alla Puglia, dal Friuli alla Sicilia, e ho incontrato un centinaio di piccoli e medi produttori - salvo rare eccezioni hanno tutti una conduzione familiare dell'azienda - e ho raccontato la visita in cantina, la storia di questi produttori, il loro lavoro di tutti i giorni. E tra un'azienda e l'altra ci sono le note su dove andare a mangiare o dormire, appunti di viaggio in ordine sparso.
Per me non è solo un libro sul vino, ma un libro che racconta un'Italia fatta di imprese familiari, di gente che lavora sodo per mantenere delle tradizioni e trovarne di proprie. Non troverete termini tecnici ma solo racconti di vita, perché raccontare la vita di ciascuno di questi produttori vuol dire raccontare i loro vini.





Altre info sul libro le potete trovare qui
http://www.nanopausa.com/il-vino-in-italia/

22 dicembre 2011

Auguri e scappo via








Dunque…





Due anni fa da questo Blog avevo fatto un calendario dell’Avvento musicale e ogni giorno c’era un video preso da Youtube.





Ora sul tubo ci si trova tutto.





Ho perfino un mio canale con una raccolta natalizia.





Eccola, se volete:





http://www.youtube.com/user/marcovalentiscrive?feature=mhee#p/c/D8AE62B24A566F30/0/__kQ1PCP6B0









Non è male per un po’ di atmosfera natalizia.





In un'altra occasione avevo postato “Il racconto di Natale” di Buzzati e debbo dire, con moltissimo piacere, che le statistiche del blog dicono che è uno dei post più letti in assoluto.





Bellissimo!





Eccolo:





http://lecosesonocomesono-mv.blogspot.com/2009/12/racconto-di-natale-di-dino-buzzati.html





Ora…che dire?





Mi sto preparando, come da foto, perché ho la renna Rudolph che mi aspetta per fare il giro.





Ecco.





Una cosa la posso dire.





Un mucchio di auguri di Buon Natale (e non solo!) a tutti quelli che hanno la bontà di esser contenti nel passare da questo blog.





Auguri di cuore!




Ho-Ho-Ho!!! Buon Natale!!!

19 dicembre 2011

l'ultimo sassolino dalle scarpe dell'anno




Pensavo che la mia storia personale, dal punto di vista del pensiero etico, politico, religioso e sociale risultasse abbastanza chiara sia a chi mi conosce di persona che a quelli che hanno la bontà di leggere questo blog; parlando di post mi riferisco in particolare a quelli taggati con “sassolini dalle scarpe (con un senso?).
Credevo di avere un pensiero indipendente prescindendo dall’essere di una parte politica piuttosto che di un’altra ma, purtroppo, sbagliavo.



A distanza di poche ore, da persone diverse ed in contesti diversi, sono stato tacciato di appartenenza piatta a gruppi politico-sociali.
Mi si è, metaforicamente, puntato il dito contro dicendo “Perché voi qui; perché voi lì…”.



Voi.



Mi ostino a reputarmi molto più “io” che “noi”; rivendico, a questo punto come una bandiera, il non essermi mai iscritto ad alcuna formazione politica; rivendico la mia formazione cattolica; rivendico la libertà di pensiero.


Rivendico la libertà ad appoggiare chi voglio ma anche il fatto che, se lo faccio, è perché convinto e non perché "facente parte" di qualcosa.
Quando poi una mia opinione coincide con quella del politico Tizio, piuttosto che dell’opinion maker Caio lo considero un onore (per Tizio e per Caio: ovviamente).



Pur non dovendo spiegazioni a nessuno, ma sinceramente dispiaciuto dal protrarsi di taluni fraintendimenti, invito tutti a fare un giro un po’ più approfondito nei citati post. Basta cliccare a destra, sotto la voce ARGOMENTI, la scritta “sassolini dalle scarpe (con un senso?)” e compariranno i post relativi.
Si parte dall’ultimo – questo – e si va a ritroso nel tempo.
È tristemente probabile che il punto interrogativo sul senso del togliersi questi sassolini dalle scarpe non sia ironico (come avevo immaginato) ma indichi una inutilità nel provare, stigmatizzando situazioni e comportamenti, a camminare più leggeri.



Peccato.



Mentre aspetto (e sollecito) opinioni eventuali, avviso chi legge che proseguirò con libertà,
agile come un daino
Pur col pesante zaino
”.
Emmevù

16 dicembre 2011

Il destino è nel nome?




Mi capita spesso di pranzare con un panino, in ufficio, grazie alla manovra (ovviamente tutta tesa ad aumentare la produttività in modo serio) dell’ex Ministro della Funzione Pubblica.





Dato che non sempre il vitto è soddisfacente, mi abbandono a considerazioni sul nome dei cibi.





Trovo che nel nome di quello che mangi sia già scritto il livello di piacere che daranno.



Desinenze riduttive, diminutivi veri o presunti, sono campanelli d’allarme per un gourmand.





Mi spiego con degli esempi.



Se pranzi (?) con un panino,


con l’insalatina,


il tacchino,


lo stracchino – tutto troppo “ino” – che non ti sazi ci sta tutto.


Lo stesso atteggiamento della bocca mentre pronunci gli ingredienti è chiuso.


Inevitabile senso di dieta, sobrietà, scarso godimento.





Pensateci e convenitene.









Ok.









Chiudo questo post per non sembrare “troppo” scemo e scendo alla salsamenteria sotto l’ufficio.









Emmevù





P.S.: ma all’omino dell’alimentari chiederò




una bella pagnottella




con la mozzarella




e la mortadella! (Vuoi mettere!!!)

13 dicembre 2011

978-889-1002-46-4








978-889-1002-46-4











Questione di numeri.






Ecco.






Dopo aver a lungo meditato e deciso che l’epopea di “Cometa e bugie” come l’abbiamo conosciuta e letta fosse da finire qui, ti arriva il potente Gruppo a dirti che, se vuoi, puoi aggiustare il testo, avere distribuzione Ilmio Libro+laFeltrinelli, e avere il codice ISBN.






Il codice isbn è la prova dell’esistenza in lettura (per molti). Il Codice ha la C maiuscola.






Perciò, proprio mentre stavo per uscirmene, forte dei miei 300 e oltre lettori (che mi hanno letto fottendosene di codici i esse bi enne) ho pensato che, magari, si poteva dare retta a tanti cari amici che caldeggiavano un editing più approfondito e rimanere ancora un po’.






Mentre ringrazio tutti, ma proprio tutti, quelli che hanno speso parole o parolacce per cometa; mentre attendo pregiati editori ascoltare nuove liriche da me composte (una raccolta di racconti a tema); mentre aspetto il ruggito di qualche coniglio; mentre scrivo, fortunatamente, parecchie altre cose; mentre mi convinco sempre più che il mercato dei libri è prossimo ad un collasso e a un ripensamento profondo…






…Eccomi qui a dire che cometa e bugie resta ancora per un anno, col codice ISBN, qualche minuscolo aggiustamento, con nuovi caratteri di stampa e meno refusi (non ci voleva molto e non aspettatevi grandi cose: se c'è chi fa di mestiere l'editor un motivo ci sarà).

Mi sono regalato un altro giro di giostra.




Fate ancora in tempo a regalarlo o a regalarvelo per Natale.






Come concludere? Buona lettura?






(A prescindere!).











3 dicembre 2011

Nino Rota

Cento anni fa, il 3 dicembre, nasceva a Milano Nino Rota: al secolo Giovanni Rota Rinaldi.

Chi ama il cinema ha sognato meglio per merito suo.

Un Maestro.



Auguri alla musica e al cinema.

1 dicembre 2011

la Cuccìa per il 13 dicembre


















Posto, ogni anno, lo stesso pezzo. Lo faccio perché poi non diciate che non vi avevo ricordato in tempo questo dolce straordinario.
Lo faccio per le mie origini siciliane alle quali tengo.





Arriva il giorno di Santa Lucia, il più corto. 
Mentre ci si prepara alle fatiche alimentari del periodo natalizio in Sicilia si festeggia la giornata con la cuccìa, meraviglioso dolce… dolcissimo. 

Nel 1646 Siracusa fu colpita da una grave carestia, durante la dominazione spagnola e nella disperazione del momento giunse una nave carica di frumento. 
Questa circostanza venne ritenuta un miracolo e da quel momento alla devozione per Santa Lucia è stato associato l'uso del mangiare la cuccia il 13 dicembre di ogni anno.

Il nome "cuccia" può derivare dal sostantivo "cocciu", chicco, o dal verbo "cucciari" che significa mangiare un chicco alla volta. La tradizione vuole che questo dolce sia distribuito a familiari, amici e vicini di casa.

A Palermo Santa Lucia non porta doni, la tradizione vuole che in questo giorno non si mangi pane ne pasta ne i loro derivati ma che non manchi la cuccia, preparata da una sola persona che poi la distribuisca al resto della famiglia.



RICETTA:

Ingredienti per 4 persone:
1 confezione di grano pronto per pastiera o 250 g di grano tenero (frumento), 400 g di ricotta fine, 150 g di zucchero, 100 g cioccolato fondente o già in chicchi, 100 g canditi a dadini (in sicilia spesso si usa la “zuccata”: candito di zucca a pezzi sottilissimi), cannella, sale.



-





Preparazione: se non usate il grano già pronto (tipo quello in barattolo con cui si fa la pastiera napoletana), mettetelo a bagno per una notte, sciacquatelo, lessatelo in acqua bollente leggermente salata per circa un'ora. Assaggiatelo, ricordate che deve essere molto tenero. Scolatelo e lasciatelo raffreddare. Lavorate la ricotta con lo zucchero e un cucchiaino di cannella, quando è a crema unite i canditi e il cioccolato spezzettato il più possibile. Incorporate il grano lavorando accuratamente, versare in coppette o in uno stampo da budino che avrete foderato con pellicola trasparente per poterlo sformare facilmente. Servite freddo, guarnito con fettine di arancio candito e cioccolatini.
...è buonissima!

28 novembre 2011

Confessioni di un venditore di intimo femminile (incipit)




Come sapete, scrivo: questo l'incipit di ciò su cui lavoro maggiormente (al momento). Mentre aspetto, spero, in notizie editoriali su altre cose.




Buona lettura.












In qualche modo, da qualche tempo che ci pensavo, ho deciso di scriverla: la malattia mi ha messo premura e sarei ipocrita se lo negassi. Può darsi che ne esca e ne ho tutta la voglia ma non è detto. Può anche darsi che la qualità della mia vita (che è sempre stata, comunque, una vita di qualità) ne abbia a che risentirne pesantemente.
Questo mi stressa, mi duole ed è ovvio che mi infastidisca. Mi affaticano le cure a cui mi sottopongo settimanalmente e mi disturba lo sguardo degli operatori sanitari con cui mi interfaccio.
Professionisti esemplari ma troppo abituati ad avere a che fare con gente come me che viene a lasciare capelli in cambio di radiazioni. Il professore continua a dirsi ottimista perché pare l’abbiamo preso in tempo.
Neanche fosse un autobus.
Scrivo senza saper che esito avrà il mio scrivere. Comincio oggi perché bisogna pur cominciare a raccontarsi, se se ne sente il bisogno, e ne ho voglia da un sacco di tempo. Non mi aspetto lettere di encomio e non so, per la verità, che strada prenderà mai quel che ho da scrivere. Forse mio nipote ne sarà il destinatario (Davide, il figlio di mia sorella) o forse il mio datore di lavoro, il professor Rossi.
Mi chiamo Oreste Consonni. Ho il cancro ai polmoni. Sono un architetto. Sono in malattia dal lavoro, e faccio lo stesso mestiere da quindici anni: sono un commesso, in fin dei conti, di biancheria femminile.
Che Rossi sia il direttore dei Grandi Magazzini Kron e che io sia il Responsabile del Reparto Intimo Donna non cambia le cose: lui non è un professore di un bel nulla ed io non sono responsabile di niente perché coordino qualche commessa ma non dispongo di poteri di firma o di dare e revocare permessi, emolumenti integrativi e ferie. Lui è il capo ed io un commesso di mutande, reggiseni e calze.
Astolfo Rossi era, ed è, un conoscente di mia sorella Maria. Amicizie in comune hanno fatto si che si incontrassero in numerose occasioni, e quando lui disse che apriva in città una nuova sede di Kron, Maria annotò (si ricorda sempre tutto quella donna) e me lo disse. Me lo riportò insieme ad altre cento cose della serata ma io, dopo quella, non ascoltai altro. All’epoca facevo l’architetto ed ero insoddisfatto da moltissime cose, soprattutto a livello professionale.
Le dissi che volevo propormi per il ruolo di direttore dell’intimo femminile nel nuovo magazzino. Ci scherzammo sopra per una buona mezzora finché non mi feci serio, come so essere quando occorre, e lei alla fine promise che ci avrebbe messo una buona parola.
Erano altri tempi e si assumeva per una raccomandazione, per una parola giusta dalla persona giusta alla persona giusta. Fui giusto per il posto. In prova per sei mesi e poi assunto con contratto a tempo indeterminato. Felice di essere lì e prodigo di amore e dedizione per il mio lavoro.

Non so scrivere i diari. So appuntare cose e so di cose che voglio dire, ma scrivere è un’altra cosa. Mentre rileggo la prima pagina che ho scritto me ne rendo conto.
Provo a mettere in fila quel che mi importa raccontare: poi prenderò un filo con la speranza sia un filo logico. Quindi elenco un po’ di punti che mi importa siano chiari nella mia narrazione.
Sono un commesso di biancheria femminile.
Sono felice infinitamente di esserlo e spero di avere salute per tornare a lavorare.
Adoro le donne e la biancheria.
Non sono un depravato.
Ecco: l’elenco non può essere esaustivo (nessun elenco lo può) ma se riesco a raccontare questo posso ritenermi soddisfatto.

Mi sono laureato in architettura con tutti i benefici sociali del ’68. Non avremo fatto la rivoluzione che qualcuno voleva davvero ma, almeno, la facoltà fu più semplice e ci divertimmo un casino.
Ne uscii con una profonda conoscenza di arte, di design, di segni dei luoghi; ne uscii con la profonda curiosità per i viaggi, il mondo da scoprire, le mode da conoscere; ne uscii con tanta coscienza di quelle che erano, e sono, le mie inclinazioni ed il mio modo di essere. È l’epoca della formazione quella in cui si fanno scelte acerbe ma dirimenti; il tempo in cui ci si posiziona nella politica, nella società e nelle proprie cose; la misura – anzi l’unità di misura – di ciò che si è e di quel che non si può essere.
Il giorno dopo la laurea spiegai a Maria, per esempio, che nelle mie inclinazioni non c’era il matrimonio come nella sua, né una vita regolare e borghese come era intesa comunemente. Le chiesi di essere padrino del suo figlio, quando sarebbe nato, anche se non ero cattolico perché avrei saputo amarlo e proteggerlo da ogni falsità e lo avrei fatto con garbo sempre e non sarei stato influenzato se fosse stato un maschietto (cosa che fu) o una bambina.
Sono il padrino di Davide, nato due anni dopo la mia laurea e ne sono fiero.
La mia profonda onestà, all’epoca come ora, non mi permetteva il matrimonio perché assolutamente bisessuale e poco affidabile in questioni legate a monogamia e fedeltà coniugale; la stessa onestà non mi lasciava incline ad una vita nel solco comune delle altre vite dell’epoca ma mi lasciava la forte spinta a voler bene ed a comunicare il mio amore ad una generazione oltre la mia. Da questo soltanto la mia voglia di essere padrino più che zio.

Ogni volta che torno a casa in taxi dalla clinica, stanco e turbato dalla terapia, ho bisogno di lavarmi ma, sopra ogni cosa, di mettermi del profumo. Da alcuni anni uso un’acqua di colonia francese, l’Occitane en Provence, perché penso si adatti bene – come molti profumi agrumati – all’odore della mia pelle. Ho bisogno di lavarmi e profumarmi per levarmi gli odori dell’ospedale dal naso. I luoghi di dolore non hanno mai un buon odore e per me il profumo è sempre stato importantissimo.
Una volta, da ragazzo, eravamo con degli amici al mare e una ragazza mi rovesciò sul petto mezza boccetta del suo orrendo profumo patchouli: la odiai con tutte le mie forze perché, malgrado energiche docce, non riuscii a levarmi quell’odore nauseabondo di dosso per giorni.
Il patchouli andava di moda tra le giovani, soprattutto di sinistra, negli anni sessanta e settanta e nella mia opinione era un orrendo e intenso unguento che copriva ogni odore, rendeva uguale ogni pelle e non rendeva alcun servigio alla bellezza femminile. Anzi: la mortificava.
Probabilmente era adeguato alla generale mortificazione della bellezza femminile propria dell’epoca, propugnata con pervicacia un po’ miope e certamente ideologica. Con l’andare degli anni le donne avrebbero capito, quasi tutte, che fu un errore marchiano e sciatto e che anche la bellezza è un valore. Tutto è nel non vendere, e in molti casi svendere, la propria bellezza ed il proprio corpo: questa sarebbe davvero una rivoluzione.
Ho potuto viaggiare molto sin da giovane e il patchouli mi ricorda l’India, la Persia, e il bisogno di coprire con la forza intensa miasmi orrendi e mortificanti per noi occidentali, intensità sopra intensità, gara a chi è più tenace all’olfatto tra la miseria e le spezie: a volte, lì, il patchouli era una benedizione ma non da noi, che diamine!
Io, che non sono mai riuscito ad avere rapporti intimi con uomini o con donne che non emanassero un buon profumo, che aborro la folla stantia di autobus e metropolitane per il dover sopportare calori ed odori, ho sempre seguito il profumo – soprattutto nelle belle donne.
Ancora oggi, e da sempre, se sto per incrociare una bella ragazza, un fisico che si fa notare già a venti metri da me, pochi attimi prima che mi passi vicino espiro profondamente tutta l’aria che ho nei polmoni per poi riempirmi del profumo di donna al momento del suo passaggio.
Va da sé che ci siano, spesso, delusioni olfattive ma quando l’aspettativa è soddisfatta provo un segreto piacere molto, ma molto, elevato. La ricerca cosmetica poi, se da un lato ha massificato le donne appresso a mode pur troppo irresistibili (penso a Eternity o a Roma), dall’altro ha fatto si che le donne intelligenti e affascinanti potessero moltiplicare la loro seduttività trovando la giusta formula tra il loro odore naturale – proprio di ciascuna – e il profumo più consono a valorizzarne il mix odore/profumo.
Incrociare persone seducenti è un grande piacere a prescindere dal riuscire noi stessi a sedurle.
Rammento sempre un incrocio quasi deserto, in un pomeriggio autunnale insolitamente caldo, in cui al di là del semaforo si stagliava la figura di una donna bianchissima di carnagione, elegante in un trench avana, due gambe affusolate sotto un kilt, polpacci torniti ma femminei che finivano in caviglie sottili infilate in stivaletti neri tacco otto. Riconoscevo uno sguardo inquieto e molto mobile, nervoso oltre l’attesa del verde per attraversare e sopracciglia definite, disegnate, mobili e pensose. Occhi intensi che avrei di lì a poco visto verde acqua, profondi, e un taglio di palpebra alla Charlotte Rampling (Dio benedica il suo fascino). L’impermeabile slacciato per la calura mostrava un bel seno sfrontato contenuto da una camicetta bianca di semplice fattura. Un seno non grande ma ben sorretto e un bottone slacciato di troppo che lasciava intravedere un reggiseno di pizzo color carne. Avrei visto incrociandola lentiggini e labbra sottili messe in risalto da un’ombra di rossetto scuro. Trattenni il fiato al verde ed espirai, come sempre, per poi imprigionarne al meglio l’odore. Constatai una altezza della donna superiore a quanto avevo stimato e mi piacque, perché sono attratto dalle misure insolite. Piccole, minute e compresse oppure alte, grandi e generose. Il suo odore era perfetto e lo inalai con voluttà al suo passaggio. Quel profumo era un perfetto mix di caldo e di lieve sudore profumato di Dior, inconfondibilmente. Vestiva quel profumo come fosse su misura. Le sorrisi grato e non so se ricambiò il mio sorriso ma così mi parve. Forse così volli mi paresse e ne fui felice per tutto il giorno.
Dio mi mantenga l’olfatto. Mi mantenga l’odorato e mi lasci il fiato che il tumore ha reso corto. Ma l’abbiamo preso in tempo e quindi si riallungherà.




Il testo continua, ovviamente. Commenti?


emmevù

24 novembre 2011

un Paese normale

Saremo un Paese normale quando?


Credo che questo è il punto sul quale dovremmo, e dovremo, interrogarci. Ciascuno ha, certamente la sua definizione di “Paese normale” e tutte sono rispettabili. (Quasi tutte).


Io mi proverò a declinarne qualcuna delle mie, in un elenco che – come sempre – non vuole essere esaustivo e non è necessariamente esatto.


Anzi.


Viene giù di pancia e non ha pretesa di serietà.


Altri lavorano di testa e si prendono sul serio anche troppo.


Il punto c’è.



Invito tutti ad interrogarsi sul punto e ad interagire gli uni con gli altri.


Allora: quando potremo dire di essere un Paese “normale”?


Quando:



1. 1, scriveremo Italia con la P maiuscola e Roccocannuccia con la p minuscola;


2. 2, criticheremo i programmi tv solo DOPO aver pagato il canone;


3. 3. non diremo “sono costretto a pagare 1/2 milione di tasse su 1 milione guadagnato” ma diremo “Culo! Ho guadagnato 1/2 milione!”;


4. 4. ci dimenticheremo di Mr.B. e faremo altro;


5. 5. lasceremo ogni luogo migliore di come lo abbiamo trovato;


6. 6. anche la chiesa pagherà l’ICI;


7. 7. non crederemo a ogni fesseria perché lo ha detto qualcuno su facebook;


8. 8. non sprecheremo tempo a trovare la maniera di essere più paraculo del nostro vicino;


9. 9. consumeremo secondo il nostro bisogno e non oltre;


10. 10. faremo tutti pace con il congiuntivo e con la punteggiatura.


17 novembre 2011

Meno male che silvio c'era?

Conservo i giornali quotidiani usciti il giorno della nascita di mio figlio, nel maggio del ’94.

Riportano, ahimé, l’avvento di Berlusconi a cui sono sempre stato, fin dalla prima ora e non dopo averne condiviso ogni nefandezza, avverso.

La persona, abilissima, intelligente, ha influenzato la nostra vita negli ultimi diciassette anni.

In modo talmente impressionante che quel che si rimprovera maggiormente ai governi diversi dal suo, che per troppo brevi tratti si sono avvicendati in questo periodo, è di non aver creato leggi che rendessero impossibile la sua democratica presenza nell’agone politica.

Non si parla di indubbi meriti economici e sociali ma si rimarca che non hanno normato il conflitto di interessi.

Caddero per tre parlamentari di Rifondazione Comunista e tornò quello del ’94 portando Brunetta, Gelmini, il ministro del dito medio alzato e delle pernacchie, lo spacchettamento del sindacato, la legge elettorale porcellum, le leggi ad personam, l’occupazione sistematica di ogni luogo di potere, inclusa informazione.

Un idolo. Una ossessione.

Lui ha lavorato bene (benissimo) sulle modalità con cui mettevamo in fila i nostri valori ed i nostri bisogni.

Ha cambiato questi valori.

Nel tempo li ha sovvertiti. Ha creato bisogni che non c’erano, valori che non erano pensabili prima, falsi miti di cui ci si nutre avidamente.

Ha comperato uomini, coscienze, diritti, riuscendo a minimizzare il malcontento e insieme a valorizzare ogni cosa che faceva o che diceva di fare.

Ha inventato la macchina del fango, il dossieraggio cattivo e pilotato dalla stampa e dalle televisioni da lui direttamente possedute, o pesantemente influenzate con l’azione di governo.

Poi se dopo dieci anni viene condannato Igor Marini per calunnie nessuno si ricorda chi fosse.

Quindi sono tutti uguali.

Anzi, ci si appassiona su chi abbia la faccia più adeguata a contrapporsi a quella di lui.

Non si cerca un programma, una idea, ma una faccia.

(Si deve sperare che Raul Bova sia su piazza?).

Siamo entrati, comunque, tutti in una realtà che non ci apparteneva.

Tutti.

Nessuno ha remato profondamente contro questa guerra infinita. Chi gli si è opposto ha giocato con le sue regole (e perciò ha perduto).

Non abbiamo avuto dei Ghandi, dei Martin Luther King, dei Mandela.

Non abbiamo avuto dei Pasolini (casomai, al massimo, dei Pansa).

Ora che, non essendo riuscito a comprarsi tutto il mondo, non c’è più e starnazza in mezzo ai suoi che berciano al colpo di Stato, che cosa si fa?

Semplice: ottenebrati dalla cultura del complotto si comincia a fare pelo e contropelo a Monti ed ai suoi neo ministri.

Si parla di Governo delle banche e dei poteri forti.

Si cercano peccati precedenti per evitare, non sia mai, peccati futuri.

Si fa sciopero – SCIOPERO – contro un governo che sta ottenendo oggi la fiducia. Benedetti sindacati cobas: non siete riusciti a annullare uno sciopero che avevate indetto contro un premier dimesso e, già che c’eravate, avete scioperato contro il nuovo premier prima ancora che ottenesse la fiducia.

Non ci sono parole.

Non si sa cosa faranno, comunque, e non si sa con quali criteri ma si è sospettosi a prescindere.

È così che stiamo?

È così che siamo ridotti?

Allora che torni Silvio!!!

(Scusate: Scritto&Postato di pancia - ma convinto!)

14 novembre 2011

O, come Opera d'arte





O, come opera d’arte.



Riporto la notizia dal sito de “La Repubblica”: appresa il 5 novembre u.s..



http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/11/05/foto/la_signora_delle_pulizie_distrugge_capolavoro_dell_arte_contemporanea_pensava_fosse_sporcizia-24468426/1/?ref=HRESS-19




Una dipendente dell'impresa di pulizie del museo d'arte di Dortmund ha distrutto parte di un'installazione artistica dello scultore tedesco Martin Kippenberger. L'inserviente, scrupolosa nel lavoro ma evidentemente a digiuno d'arte, ha fatto sparire il contenuto in gesso di una bacinella di gomma nera, situata sul pavimento all'interno di una grata colorata in legno alta due metri e mezzo. L'opera dell'artista, deceduto a Vienna nel 1997, si intitolava "Quando incomincia a gocciolare dal soffitto" ed era stata assicurata per un valore di 800mila euro. Al momento i periti stanno valutando i danni ma l'installazione appare definitivamente compromessa. La donna per questo errore rischia di pagare più di un milione di dollari.



Ecco wikipedia sull’artista:


http://it.wikipedia.org/wiki/Martin_Kippenberger



Le tre foto ritraggono un’opera d’arte di Michelangelo Buonarroti, una di Marco Valenti e l’opera del maestro Kippenberger che ha mandato in confusione la signora “digiuna d’arte”: non dico quale sia così potrete perdere il vostro tempo per riuscire ad arrivare alle corrette attribuzioni.


Personalmente sono solidale con la signora delle pulizie; mi auguro ne venga fuori senza danni; se ci sarà una sottoscrizione pubblica a suo favore darò il mio contributo.


Detto questo (che conta molto relativamente) vi lascio con alcune frasi ed aforismi sull’Opera d’arte.

Il valore di un’opera d’arte si misura dalla quantità di lavoro fornita dall’artista. Guillaume Apollinaire, I pittori cubisti.

“Un’opera d’arte redime il tempo”. “E comprarla redime il denaro”, disse Recktal Brown. William Gaddis, Le perizie.

Un’opera d’arte si spegne, impallidisce nelle stanza dove ha un prezzo ma non un valore. Ernst Junger, Le api di vetro.

L’opera d’arte è l’esagerazione di un’idea. André Gide, Diario.

Un’opera che aspiri, per quanto umilmente, alla condizione di arte, dovrebbe portare in ogni riga la propria giustificazione. Joseph Conrad, Il negro del “Narciso”, prefazione.

11 novembre 2011

spalle larghe

Un uomo con le spalle larghe,

ecco cosa ci vorrebbe per te,
che ti capisce senza farlo capire

e non ti spieghi mai perché,
che ti conosca da quand'eri piccola,

o che da piccola ti immaginava già.
Un uomo con le spalle larghe, lo sa bene lui come si fa.
Un uomo con le spalle larghe, la paura non sa nemmeno che è,
se tira freddo si alza il bavero e corregge il caffè.
Può ritornare sporco di rossetto,

tanto ha una faccia che non tradisce,
un uomo come ce ne sono tanti,

che quando vuole non capisce.





Un uomo con le spalle larghe,

la fortuna non sa nemmeno che è,


ogni sera fa cadere le stelle,


ogni mattina le raccoglie con te,
e se bastassero le cartoline,

te ne manderebbe una ogni anno,
e poi potresti vederlo piangere, come gli uomini non fanno,
un uomo che mangia il fuoco, e per scaldarti si fa bruciare.
Diventa cenere a poco a poco ma non la smette di amare.


Un uomo con le spalle larghe tutta la vita ti prenderà,
per insegnarti e per impararti, se mai la vita basterà.


In una grande casa con le finestre aperte,

in certe stanze piene di vento.

Un uomo con le spalle larghe

una buona misura del tempo.

7 novembre 2011

La torta di pane secco







Parliamo della torta di pane raffermo che mi ha insegnato Delia.
Una premessa non necessaria ma che può essere utile a chi si avventura in questo posto: il fatto che ci siano le “tag” chiamate Vino e Ricette non significa assolutamente che io sia un Sommelier o uno Chef.
Spesso, a proposito dei vini bevuti, rimetto a link maggiormente degni: ad ogni modo, cucinando senza essere un cuoco e bevendo vino senza avere la patente posto, al riguardo, con pudicizia.
Bevo (e mi capita di parlare di vini che mi sono piaciuti) e, oltre a mangiare, cucino (e mi capitano ricette ben riuscite o insolite).
Detesto gli sprechi ed è per questo che a volte mi succede di indugiare in ricette o artefici che aiutino il riciclo di quanto andrebbe altrimenti gettato. Poiché capita che avanzi del pane vi invito a provare una ricetta molto semplice per non buttarlo. Gli ingredienti variano moltissimo in funzione di quanto abbiamo in dispensa e il web pullula di ricette simili. In alcuni casi assurgono a piatti caratteristici: in questo caso penso più alla Torta paesana del Cuneese che al Bustreng romagnolo.

Alla base c’è del pane raffermo ammollato (l’ideale è il pane casareccio, i filoni; per capirci non pizza o panini) con del latte tiepido e ben sfranto. A questo si aggiungono un paio di uova ed un po’ di farina.
Nella versione dolce che propongo qui si aggiunge un po’ di zucchero di canna; in una versione “torta salata” (di cui parlerò tra un momento) ovviamente no.

Nel caso preparato e proposto in foto, sono stati aggiunti pezzettini di mela e uva passa e, quindi, il composto è stato messo in una teglia imburrata e aspersa di pangrattato.
Troverete sul web parecchie versioni che prevedono che nell’impasto ci sia anche del burro; in quel modo si favorisce la conservazione della torta, ma posso assicurarvi che, anche senza burro, se la incartate nella stagnola e la mettete in frigorifero può durare morbida per qualche giorno.
Il composto, nel caso illustrato spolverato di altro zucchero di canna, va in forno a 200° finché lo stecchino non dice che è pronto (roba di una mezzora, più o meno).

È veramente semplice e gustosissimo.

Lo ho provato anche senza mele ma con pinoli e cacao ed era ugualmente buono. È del tutto chiaro che, fermo l’impasto base, possa essere riempito con tutto quello che il vostro frigorifero e la vostra fantasia suggerisce.
Per esempio una parte del composto è stato lasciato senza zucchero; è stato aggiunto dell’origano fresco, del formaggio grattato, del rosmarino tritato e dei pinoli ottenendo dei tortini salati (come da foto) ottimi.
Prossimamente, usando del Sangiovese invece del latte (ispirandomi dal grande Daniele Marziali), voglio provarlo come base per un Bustreng: ho idea che non verrà male.
Provateci (e fatemi sapere).