marco valenti scrive

marco valenti scrive

10 dicembre 2017

il Natale, il lavoro e il lievito madre





Si avvicina Natale.

Bella cosa, sempre.

Ho cercato e comprato dei Pandoro della Melegatti.

Se guardate il video capirete perché sono felice.

Questione di lavoro e di lievito madre.

Fatevi felici pure voi


3 dicembre 2017

Pinocchio e i Dottori




(Scrivevo questo nel 2011 mentre si apriva in Italia il periodo di Monti; mi piace riproporre lo stesso post oggi. Può non essere popolare. Per me è giusto)

Ieri sera mi ero addormentato con la convinzione che questa mattina avrei scritto un post, tanto per togliere qualche sassolino dalle scarpe, in cui avrei parlato di medicine amare da prendere, ma non solo.

Avrei parlato dei tre dottori che il paziente ha avuto per anni

di come male operarono; 
di come uno di loro si sfilò dall’equipe; 
di come il primario per due anni negò la malattia; 
di come il terzo oggi berci contro il medico attuale e le sue cure. 
Volevo dire di come, e quanto a lungo, operarono male e intitolare il post “scelta del medico”.

(Ricordate il 2011 e le condizioni nelle quali nacque il governo Monti? Ricordiamocelo. rischiavamo di fare la fine della Grecia prima della Grecia. Il rischio dafault era vero!)

Stamattina sono inciampato nel Pinocchio; Collodi è una spanna sopra i miei ragionamenti.
Invito a rileggere e a ragionare.


E i medici arrivarono subito, uno dopo l’altro: arrivò, cioè, un Corvo, una Civetta e un Grillo-parlante.— Vorrei sapere da lor signori, — disse la Fata, rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al letto di Pinocchio, — vorrei sapere da lor signori se questo disgraziato burattino sia vivo o morto!... —

A quest’invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tastò il polso a Pinocchio: poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quand’ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole:— A mio credere il burattino è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!


— Mi dispiace, — disse la Civetta — di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega; per me, invece, il burattino è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero.

— E lei non dice nulla? — domandò la Fata al Grillo-parlante.—

Io dico che il medico prudente, quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto. 
Del resto quel burattino lì, non m’è fisonomia nuova: io lo conosco da un pezzo! —


Pinocchio, che fin allora era stato immobile come un vero pezzo di legno, ebbe una specie di fremito convulso, che fece scuotere tutto il letto.


— Quel burattino lì — seguitò a dire il Grillo-parlante — è una birba matricolata… —Pinocchio aprì gli occhi e li richiuse subito.—


È un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo... —Pinocchio si nascose la faccia sotto i lenzuoli.— Quel burattino lì è un figliuolo disubbidiente, che farà morire di crepacuore il suo povero babbo!… 

A questo punto si sentì nella camera un suono soffocato di pianti e singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti, allorché, sollevati un poco i lenzuoli, si accorsero che quello che piangeva e singhiozzava era Pinocchio.

Quando il morto piange è segno che è in via di guarigione — disse solennemente il Corvo.
— Mi duole di contraddire il mio illustre amico e collega, — soggiunse la Civetta — ma per me quando il morto piange, è segno che gli dispiace a morire. 

Appena i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accostò a Pinocchio, e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accòrse che era travagliato da un febbrone da non si dire.
Allora sciolse una certa polverina bianca in un mezzo bicchier d’acqua, e porgendolo al burattino, gli disse amorosamente:— Bevila, e in pochi giorni sarai guarito. —
Pinocchio guardò il bicchiere, storse un po’ la bocca, e poi dimanda con voce di piagnisteo:— È dolce o amara?—

È amara, ma ti farà bene.— Se è amara non la voglio.— Da’ retta a me: bevila.— A me l’amaro non mi piace.


Bevila: e quando l’avrai bevuta, ti darò una pallina di zucchero, per rifarti la bocca.— Dov’è la pallina di zucchero?— Eccola qui — disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera d’oro.


Prima voglio la pallina di zucchero, 
e poi beverò quell’acquaccia amara....

2 dicembre 2017

Rigaglie di coniglio







Se non sei un supereroe della cucina, e mai ti atteggeresti a chef,  capita che spesso ad una ricetta corrisponda un antefatto.

Avere un macellaio su cui riporre totale fiducia aiuta. 

Interno giorno, macelleria sotto casa, Roma. Faccio spesa di carni. 
Finito l’ordine Claudio, dal lato suo del bancone, attacca con
“A Marcoli’, t’ho pensato e c’ho ‘na cosa pe’ te”.
“Dimmi Cla’: t’ascolto”.
“Un cliente ha preso due conigli”
“Infatti so’ finiti”
“Sì ma li ha voluti puliti e non ha voluto le rigaglie. M’ha detto di buttarle”.

Sopracciglia alzate di Claudio e ammicco con la testa, a significare “vedi un po’ la gente…”. Sorrido immaginando. Il Macellaio mostra quanto recuperato e chiude con
“L’ho messe via e te le regalo”.

Felicità e tre etti e mezzo di interno di conigli.
Per rigaglie si intendono le frattaglie, le interiora del coniglio: cuore,polmone,fegatino,rognoncini e animella.

Segue mercato di zona e acquisti mirati. Fettuccine all’uovo fatte a mano e pecorino grattugiato: il resto è già in dispensa.


Dal vinaio scelgo un bianco – preferisco spegnere invece che sottolineare certi piatti – un Grillo IGT Molino a vento, Tenuta Orestiadi di Gibellina. Dato che la ricetta che ho in mente la voglio leggera, per quanto possibile, e voglio chiudere dopo un piatto unico con qualche mandarino rinuncio a qualche rosso di corpo medio, forse più appropriato. Il Grillo è ben secco, ha i suoi 12 gradi e mezzo e un bel sapore pieno.


La pietanza preparata è una fettuccina con sugo di rigaglie di coniglio.

Due parole sulle quantità di una porzione di pasta.

C’è chi dice 80 grammi per persona, 
chi si lamenta in quei ristoranti dove impiattano bene ma un piccolo gomitolo di fettuccine non è che una macchia un piatto oceanico, 
chi si ricorda i piattoni della nonna.


27 novembre 2017

Io detesto





Premessa.
Riprendo un vecchio post, modificandolo in parte e integrandolo: mi sono reso conto che non avrà mai fine e, pertanto, mi scuso per le molte omissioni.


DETESTO !


I broccoli, i cavolfiori e il cavolo verza e la puzza quando vengono lessati. Le rape rosse, l’amaro dei lampascioni e i loro effetti collaterali.

L’aglio (ma è lui che detesta me e si impone e si ripropone), gli aliti che sanno di aglio, il cattivo odore di quando c’è tanta gente, la gente quando è troppa e si accalca, la calca che non riesci a camminare. 

Correre, quelli che fanno jogging,  dover correre, avere chi decide l’andatura al posto mio. 
Quelli che decidono al posto mio e decidono pure male e proibiscono. I divieti privi di senso, i prati verdi dove è vietato calpestare l’erba, le recinzioni immotivate che tu vorresti passare ma non puoi, le strade senza uscita e i vicoli ciechi. I falsi ciechi, i falsi invalidi, i falsi e tutte le ipocrisie; i baci e le moine davanti e le coltellate alle spalle. 

Il termine buonista, quelli che lo adoperano, quelli che usano male le parole e la grammatica italiana. Quelli che usano benissimo la grammatica, e pure la sintassi, ma la sprecano per limitarsi ad alludere senza dirla tutta, dicono e non dicono, si evidenziano ma tentennano mentre alludono e gli altri abboccano.

Odio quelli che abboccano più di quelli che li pescano.
Detesto invidiare l’indifferenza del pescatore con la canna al molo dietro il porto, i porti, i riporti, le cose riportate, mal portate, mal riposte o mai riposte. Indisposte. 


21 novembre 2017

RIP (il romanzo)



"Mi piacerebbe

che questo breve romanzo

non venisse colto 
soltanto come un racconto su una morte e una precedente malattia. 


Ci sono dentro cose diverse da rabbia e lutto. 


Affetto, amore, amicizia. 


Prendere coscienza delle cose e, attraverso maturate consapevolezze, diventare persone migliori. 


E' un libro molto meno cupo di quanto la trama possa far presagire. 




Se qualcosa di tutto questo sarà colto avrò contezza di aver fatto un buon lavoro"





Guardate il video


Poi, in qualsiasi formato (ebook, audiolibro, cartaceo) compratelo e leggetelo.
Non vi lascerà indifferenti.




Lo puoi comprare qui,


ma pefino su AMAZON al link qui sotto


P.S.: "La telefonata" segue di un paio di anni quest'altra...

18 novembre 2017

le frittelle di riso di nonna




Maggio 2011.

Sistemare casa, facendo pulizie pasquali, mi ha riservato parecchie sorprese. 
Tra queste la mitica ricetta delle frittelle di riso, scritta di suo pugno da nonna Enza. 
L’avevo cercata moltissimo perché adoravo le frittelle toscane di nonna e l’amore con cui le cucinava.
Quando le preparava ne faceva un esercito e ci si beveva sopra un po’ di vino rosso.
Chianti.
Ricordi di quando ero piccolo.
Riporto la ricetta trascrivendola fedelmente; tenete conto che le dosi sono abbondanti.
Girando sul web ho scoperto che sono un dolce toscano tipico del periodo di carnevale e anche del giorno di San Giuseppe; non ne avevo idea.
Quello di cui sono sicuro è che (non so quando) proverò a farle.
A voi.


Frittelle di riso
Riso ½ chilogrammi
30 grammi di lievito di birra
Un uovo intero e un tuorlo
100 grammi di zucchero
Scorza di arancia grattugiata
Farina doppio zero quanto ne richiede
Latte un bicchiere.

Si cuoce il riso con un po’ di sale e si lascia al dente.
In una capace zuppiera si mette l’uovo e il tuorlo battuto e cento grammi di zucchero mezzo bicchiere di latte tiepido con dentro sciolto i 30 grammi di lievito, la scorza di arancia grattata, o scorza di limone.
Si mescola tutto per bene e si mette il riso cotto al dente, ben scolato e caldo possibilmente e si mescola.
Si mette il resto del latte e, sempre mescolando, si mette la farina quanto ne richiede e la pasta deve essere ne soda ne liquida. Si deve indovinare bene il latte e la farina. Non ricordo se ci va la noce moscata ma forse no.
Appena ben manipolata si copre e si mette a riposare fra coperte di lana e si lascia 2 ore circa a lievitare.
Appena pronta si prende a cucchiaiate non tanto grosse e neppure poco e si friggono in olio di semi bollente non troppo.
Appena fritte si rotolano nello zucchero appositamente messo in una ciotola e si mettono nel piatto di portata e naturalmente… si mangiano appena portate a tavola.
Se la pasta si fa troppo soda vengono un po’ dure, se si fa troppo molle vengono inzuppate d’olio.
La padella non troppo grande in modo che l’olio, in una padella mezzana, viene più piena e si friggono meglio.
Non importa metterne tante per volta; così si controllano meglio e vanno fritte non troppo ma dorate.


Capacità, amore, cura, parsimonia: oltre che una ricetta, una lezione di vita.

13 novembre 2017

IL COLORE DELLE FOGLIE UN ATTIMO PRIMA CHE CADANO


Un mio racconto.


La citazione che lo precede...



“Le parole sono come foglie, 
come vecchie foglie brune in primavera
che dove vadano non sanno, 
in cerca di una canzone.
Parole bianche come fiocchi di neve, 
ma sono gelide,
parole di muschio, 
parole sulle labbra, 
parole di lenti ruscelli.”
[Ezra Pound, Lode di Ysolt, da Personae]

L'incipit

Adulto era adulto.
Cinquanta anni per lo meno ma forse di più. Il tempo e l’accattonaggio fanno pedigree, in termini di età. Lì nel viale, con i suoi centodieci chili di peso, fasciato di abiti troppi anche per il nuovo rigore autunnale stava lì e perdeva il suo tempo mendicando tutto l’anno. Dove le persone passeggiano distratte dai bimbi e dai loro capricci, svagate da chiacchiere inutili e sfaccendate, altrove dai doveri e dalle cose della vita.
A passeggiare perché è l’ora di farlo e non ce ne è per nessuno. Roba di cellulare staccato, di post prandiale, di caffè in corpo, di domenica pomeriggio.
Lui è sempre lì e forse c’è sempre stato, con i suoi stracci e la sua stazza imponente, e la sua faccia sporca da bambino eternamente buono, oltre ogni logica e oltre ogni dubbio.

2 novembre 2017

Francesconi - Avanzolini 4et | Just Friends


Laura Avanzolini e Michele Francesconi sono due grandi musicisti.

Poi li conosco.

Una cosa non esclude l'altra.

Laura è una cantante eccezionale, una voce indimenticabile.
Michele è un pianista, un jazzista, un compositore, un arrangiatore.

Professionisti appassionati.

Meritano il nostro ascolto e un grande grazie.


31 ottobre 2017

P come Portogallo, Polpo, Peperoni





Essere stato in Portogallo, tra tantissime cose belle, mi ha fatto scoprire accostamenti culinari differenti  e in moltissimi casi piacevolmente sorprendenti.

 Più dell’ottimo e decantato baccalà mi son piaciute le sardine e il polpo. 

Tra l’altro le dimensioni  del polpo oceanico rispetto a quello mediterraneo sono enormi senza  perciò perdere in sapore e senza perdere la tenerezza.

Una volta a casa restano suggestioni che danno idee e voglia di sperimentare.

Si parte stavolta da una insalata di polpo per poi preparare anche un altro piatto con l’aggiunta di altri ingredienti.

29 ottobre 2017

IN QUALSIASI MODO IL ROMANZO "RIP" E' DISPONIBILE




L'unico libro scritto da me, tra quelli che sono stati editi, ancora disponibile è il romanzo RIP.
E' pubblicato da Antonio Tombolini Editore per la collana di narrativa Officina Marziani.

E' disponibile in versione ebook, audiolibro e cartacea.

Questo è il principale link dove acquistarlo:


http://store.antoniotombolini.com/it/marco-valenti/rip

Se non lo avete ancora letto vi invito a farlo.
Grazie,
Marco Valenti


Il mio (piccolo) sito è questo:



16 ottobre 2017

Lasciare andare



Ho condiviso spesso questa frase; 
molto meno il racconto che la contiene...



Lasciare andare

Si svegliò e dopo pochi minuti si alzò in piedi.
Con la calma necessaria a mettere in moto il proprio corpo, muscolo dopo muscolo, ed il cervello che già andava a mille, essendo passato dal sogno ai ragionamenti, Maurizio a torso nudo aprì piano la porta finestra del terrazzo: scalzo, con su i pantaloni del pigiama si affacciò a guardare il mare.
La casa con vista sul mare, abbarbicata nel centro della città, era una delle due cose sopravvissute a due divorzi; l’altra un portafoglio titoli che gli dava abbastanza per una vita dignitosa.
Il divorzio da Alessandra, il primo, a quarantasette anni lui e quarantatre lei, gli aveva fatto fare le prime brusche, repentine, rinunce. All’epoca un collaudato team avvocato commercialista gli aveva evitato quel tracollo che le condizioni poste dalla moglie avrebbero inevitabilmente causato.
La rinuncia più grossa, oltre la casa comune, fu il cabinato a vela.
I rapporti con il figlio Giacomo, già maggiorenne, invece migliorarono. Certamente complicità maschili tra padre e figlio, unite ad una ritrovata e frenetica esuberanza – sensazione di uomo libero – all’epoca misero Maurizio nell’Olimpo dei grandi modelli fondamentali del figlio.
Tra Vasco Rossi e Michael Jordan.
Il nuovo millennio lo vide sregolato, spendaccione, tendente agli eccessi in ogni forma e tornato per la prima volta nel suo attico-tana con vista mare.
Forse fu il troppo fumo e la sua conseguente tosse stizzosa, forse il troppo bere e i troppi caffè e analisi cliniche con valori sopra i limiti un po’ ovunque, o più probabilmente avere incontrato Alessia, venti anni e oltre meno di lui e un fisico da sballo attorno ad un cervello brillante, che lo fecero cominciare a cambiare.

Adesso, mentre Maurizio andava in cucina a fare colazione, pensava a quanta mattinata sarebbe passata prima della telefonata di Alessia.
Sarebbe dipeso da quando avrebbe letto la mail che le aveva inviato in tardissima serata e da quanto ci avrebbe messo ad organizzare la sua rabbia furiosa.
Sempre nell’andare in cucina prese un libro a caso dalla biblioteca. Abitudini. Aveva uno scaffale dedicato esclusivamente a libri di racconti e due divorzi avevano portato ad avere in libreria solo i libri amati e da continuare ad amare per tutta la vita.
Scartò il primo che gli era capitato in mano. “Finzioni” di Borges era un po’ troppo per accompagnare il caffè e c’era sempre la telefonata pendente: il secondo estratto, 101 storie zen, era perfetto.
Appropriato: oltre l’euforia da scapolo di ritorno la prima separazione gli aveva istillato il seme di molti cambiamenti e tra questi un progressivo, risoluto, abbandono del cattolicesimo e una curiosità crescente verso i modi diversi di intendere la vita.
Affrontare la seconda separazione, poi, fu decisamente un esercizio zen e una necessità di essenziale e di scelta di cosa fosse importante e cosa non lo fosse.
La luce delle otto del mattino filtrava nella cucina odorosa di caffè.
Fette biscottate e marmellata fatta in casa da lui medesimo.
Pagine sfogliate alla ricerca di un passo da rileggere e quiete apparente: in realtà l’incombente contatto telefonico con la ex moglie numero due lo lasciava svogliato e non lesse nulla.

Lo specchio del bagno gli restituì un fisico asciutto, abbronzato e muscoloso, una testa rasata e un filo di barba bianca, grandi occhi chiari e un quasi sessantenne che ne dimostrava decisamente meno.
Non fosse stato per una fastidiosa presbiopia che minimizzava più del lecito (perché gli scocciava da morire girare con le mezze lune appese ovunque) sarebbe stato appagato dal suo stato sia mentale che fisico. A tal riguardo sorrise, mentre si cospargeva il viso di schiuma da barba, al ricordo di quando – non indossando occhiali – comprò un deodorante, tra l’altro dozzinale,  in vece della schiuma.
Le otto e quaranta. Non poteva mancare molto alla telefonata: Maurizio si vestì e, nell’attesa – decidendo di non iniziare nulla da interrompere per una insorta conversazione – accese il suo portatile per farsi un giro in internet.

8 ottobre 2017

Paura






Dopo un po’ capita.

Può succedere che ti venga paura. Di dire troppo o di essere frainteso. 
Venire capiti male è un male moderno, figlio di tempi veloci e ignobili.
Poco nobili, se preferite.
Magari, perciò, ti viene timore di sbagliare, di sembrare iperbolico o troppo di parte.
Come se la ragione fosse un risultato di partita.
Come se contasse solo la vittoria, il potere, la classifica.

Poi il timore aumenta nell’attesa – perché si aspetta – e lievita come una torta in forno. 
Aspetti, con la consueta pazienza ed educazione, il turno di poter parlare.
Vedi che non tutti fanno la fila e che, anzi, qualcuno straparla e tu sei lì – un po’ attonito – che aspetti.

Qualcuno semplifica in modo errato e rabberciato ma, urlando da ogni podio, riesce a persuadere.
E mentre aspetti il tuo turno che non arriva ti fai sempre meno spavaldo.
Quando di rado arriva il tuo momento non ti curi di essere perfetto ma esatto, preciso, circostanziato. 
Perciò metti in fila dieci frasi che portino a tesi le tue argomentazioni.

Ti danno tempo per due frasi e mezzo.

Cercano l’effetto e ignorano, più o meno volutamente, il ragionamento.
Il ragionamento è lento; l’effetto scenico è veloce come l’abbaglio.
Resta impresso come un fuoco artificiale.

È fico.

Pare giusto quel che è veloce, semplice, efficace ma piatto – uno speed date di cervelli – buono per slogan di moda.
Ti ritrovi con un ragionamento lento e articolato in tasca a non potere mai tirarlo fuori,
la paura aumenta.

Amo la lentezza come modo  e detesto la comunicazione come valore: ho quindi tutte le ragioni per essere timoroso.
Timoroso e sospettoso; sospettoso e depresso; depresso e  sconfitto da un modo e da un tempo che non mi appartiene e che porterà male al raziocinio che dovrebbe governare la nostra esistenza democratica.

Alla fine guadagni il palco.

Silenzio in sala.

“Siete tutti migliori di me!”.

(Esce dalla comune). 
Sipario.


24 settembre 2017

Il colore delle foglie un attimo prima che cadano



(FOTO: MARTA PIERONI)




Adulto era adulto.
Cinquanta anni per lo meno ma, forse, di più. Il tempo e l’accattonaggio fanno pedigree, in termini di età. Lì nel viale, con i suoi centodieci chili di peso, fasciato di abiti troppi anche per il nuovo rigore autunnale: stava lì e perdeva il suo tempo mendicando tutto l’anno dove le persone passeggiano, distratte dai bimbi e dai loro capricci, svagate da chiacchiere inutili e sfaccendate, altrove dai doveri e dalle cose della vita.
A passeggiare perché è l’ora di farlo e non ce ne è per nessuno: è roba di cellulare staccato, di post prandiale, di caffè in corpo, di domenica pomeriggio.
Lui è sempre lì e forse c’è sempre stato, con i suoi stracci e la sua stazza imponente, e la sua faccia sporca da bambino eternamente buono: là oltre ogni logica e buono oltre ogni dubbio.
Sempre stato nello stesso posto, fa parte del luogo, lo arreda con il suo silenzio.

Con quel suo bicchiere di carta per raccogliere le monete dei passanti arreda un viale intero; ma lo cambierà mai quel bicchiere? Nessuno ha timore di lui perché parte stessa del paesaggio.
Da un po’ però è inquieto: smania.
È autunno e lui sembra disinteressarsi del solito per concentrarsi su una nuova, affatto redditizia ed affatto logica, attività. Perde il suo tempo a prendere

16 settembre 2017

il nero







Per tutti quelli che "io non sono razzista ma...".
Una canzone di Francesco De Gregori che continua ad avere un senso.


Dalla periferia del mondo a quella di una città,

la vita non è una caravella, e il Nero lo sa.

Dimmi dove si va a dormire, dimmi dove si va a finire,
dimmi dove si va, il Nero che scarpe nere che c'ha!

Dalla periferia del mondo, il Nero Neronerò,

fu scaraventato non ancora giorno da un vecchio furgone Ford.

E si stropiccia gli occhi, 
balla e cammina 
e canta sotto il cielo di Latina, 
grande città del Nord,

il Nero che ritmo, che rock e che roll!

Dalla periferia del mondo 
a quella di una città,
la vita non è una passeggiata 
e il Nero lo sa,

preso a calci dalla polizia, 
incatenato a un treno da un foglio di via 
oppure usato per un falò, 

il Nero te lo ricordi il Nero quando arrivò?


Un giorno con un pezzo di specchio 
un orecchio si tagliò 
e andava sanguinando avanti e indietro 
e diceva "Sono Van Gogh!"

E aveva dentro agli occhi una malattia, 
ma chissà quale tipo di malattia, 
di malattia d'amor, 

il Nero, che amore il nero!
Nero Nerò.