marco valenti scrive

marco valenti scrive

28 dicembre 2015

Ha mai letto dei Chironi, di Nuoro?





Vorrei condividere con voi la fortuna che ho avuto nel duemilaquindici per aver letto una trilogia letteraria meravigliosa.
Insieme e nello stesso anno mi sono lasciato trascinare dai tre libri di Marcello Fois, la cosiddetta trilogia dei Chironi, iniziata con l’uscita di “Stirpe” (2009), proseguita con “Nel tempo di mezzo” (2012) e terminata (forse) con “Luce perfetta” (2015).
La stirpe è quella dei Chironi e le vicende partono quando Michele Angelo Chironi, nel 1889, vede per la prima volta (me riconosce subito) Mercede. Lui è un fabbro e siamo a Nùoro, ma potrebbe essere un pescatore ad Aci Trezza o un abitante di Macondo.


Stirpe.
Einaudi  
Numero di pagine: 249 | Formato: Copertina rigida
Isbn-10: 8806157736 | Isbn-13: 9788806157739 | Data di pubblicazione: 01/09/2009

È il 1889, eppure si direbbe l'inizio del mondo. Michele Angelo e Mercede sono poco più che ragazzini quando s'incontrano per la prima volta, ma si riconoscono subito: "lui fabbro e lei donna". Quel rapido sguardo che si scambiano è una promessa silenziosa che li condurrà dritti al matrimonio, e che negli anni verrà rinnovata a ogni nascita. Dopo Pietro e Paolo, i gemelli, arriveranno Gavino, Luigi Ippolito, Marianna... La stirpe dei Chironi s'irrobustisce e Nuoro la segue di pari passo. Le strade cambiano nome e si allargano, accanto alla pesa per il bestiame spuntano negozi e locali alla moda, e se circolano più soldi nascono anche bisogni che prima non c'erano. Come i balconi da ingentilire lungo via Majore, a esempio, e Michele Angelo che sa del ferro come nessun altro, ed è capace di toccare la materia con lo sguardo prima di plasmarla - si spezza la schiena in officina per garantire prosperità alla sua famiglia. Ma "la felicità non piace a nessuno che non ce l'abbia", e infatti quei Chironi venuti su dal nulla, così fortunati, sono sulla bocca di tutti. È l'inizio della stagione terribile: i gemelli vengono trovati morti, mentre la Prima guerra mondiale raggiunge anche Nuoro, e bussa alla porta di casa Chironi proprio quando Gavino e Luigi Ippolito - taciturno e riflessivo il primo, deciso e appassionato il secondo - sono in età per essere arruolati.


Nel tempo di mezzo
Einaudi
Numero di pagine: 263 | Formato: Copertina rigida
Isbn-10: 8806202650 | Isbn-13: 9788806202651 | Data di pubblicazione: 14/03/2012

Vincenzo Chironi mette piede per la prima volta sull'Isola di Sardegna - "una zattera in mezzo al Mediterraneo" - nel 1943, l'anno della fame e della malaria. Con sé ha solo un vecchio documento che certifica la sua data di nascita e il suo nome, ma per scoprire chi è lui veramente dovrà intraprendere un viaggio ancora più faticoso di quello affrontato col piroscafo che l'ha condotto fin li. A Nuoro trova ad attenderlo il nonno, Michele Angelo maestro del ferro, che gli farà da padre e da complice in parti uguali -, e soprattutto sua zia Marianna, che vede nell'inaspettato arrivo del nipote l'opportunità per riscattare un'esistenza puntellata dalla malasorte. Anni dopo, quando ormai a Nuoro la presenza di Vincenzo Chironi sembra scontata, naturale come il mare e le rocce, la forza del sangue torna a far sentire il suo richiamo. Perché quando Vincenzo conosce Cecilia, che ha "gli occhi di un colore che non si può spiegare", innamorarsi di lei gli sembra l'unica cosa possibile. Anche se è promessa sposa di Nicola, con cui lui è mezzo parente... Se è vero che "la disobbedienza chiama il castigo", forse è anche vero che quell'amore è l'ultimo anello di una catena destinata a non aver fine. Dopo l'epopea di "Stirpe", Marcello Fois - con una lingua capace di abbracciare l'alto e il basso, e di potenziare lo scorrere del tempo - dipinge un mondo in cui i paesaggi sono vivi come i personaggi che li abitano.




Luce perfetta
Einaudi

Numero di pagine: 306 | Formato: Copertina rigida
Isbn-10: 8806216503 | Isbn-13: 9788806216504 | Data di pubblicazione: 2015

Cristian è intraprendente e deciso, "uno di quegli uomini che, a certe donne particolarmente intuitive, fanno l'effetto di parlare anche quando tacciono". Maddalena è altrettanto tenace, e ha dalla sua la forza di saper immaginare e insieme difendere - il proprio futuro. Sarebbero perfetti l'uno per l'altra, se il loro destino comune non avesse il nome di Domenico. Il sentimento che lega Domenico a Cristian "da un punto di vista della linea parentale genetica non ha nessun valore, ma da quello della linea parentale affettiva è quanto basta per dare senso a una vita intera". Anche se hanno cognomi diversi, infatti, i due ragazzi crescono come fratelli. E quando - passati i furori dell'adolescenza - Nuoro si organizza per apparecchiare la festa di fidanzamento di Domenico e Maddalena (nel frattempo rimasta incinta), diventa chiaro a tutti che per Cristian non c'è più spazio. Se non fosse che lui è un Chironi, appartiene cioè a una famiglia "sempre caduta in piedi, perché il suo destino è di sembrare lì lì per precipitare, ma poi questo non accade mai". Tanto che quando si mette in mezzo Mimmíu - padre di Domenico, zio adottivo di Cristian - diventa evidente che la stirpe dei Chironi è troppo ingombrante per poter essere tollerata. Del resto "non si conosce veramente qualcuno finché non lo si può paragonare a se stessi".


Marcello Fois ha assorbito un universo letterario e immaginifico altissimo, ha il suo vissuto sardo ma ne sa trarre l’etica oltre la storia e delle storie particolari, tante, intrecciate, ora drammatiche ora intrise di sentimenti, per riuscire così a rilasciare una storia particolare che diventi paradigma della Storia universale. 
In tre libri c’è quello che siamo stati e quello che siamo diventati, l’originale e la sua imitazione, le determinatezze di un’epoca ed il disfarsi delle certezze.
Nei tre libri Fois rimanda a tutto quello che ha ascoltato, quello che ha vissuto, le immagini di film ben impresse nella mente, i libri che lo hanno nutrito. 
Ma forse è quello che ha fatto crescere me e lui riesce solo ad evocarmelo. 
C’è Verga e Deledda, ci sono Bertolucci di Novecento e Scola de La famiglia, Flaiano di Tempo di uccidere, ed è tutto un calibrare senza eccedere, mosso da quella meravigliosa dolenza, che del dolore è consapevole coscienza e moto ad incedere nella vita. 
In tutto questo la potenza della nostra Storia e del linguaggio del narrare, una interpretazione moderna, disincantata dalle emulazioni, dalle glorificazioni, da tutte le retoriche e quindi limpida e unica.

“Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira” (“Il giovane Holden” J.D. Salinger). 
Se qualcuno conosce Marcello Fois mi ci metta in contatto: entrambi siamo nati nell’anno delle Olimpiadi a Roma, diteglielo, e fategli sapere che sono un buon conversatore, che me la cavo in cucina e con il bere, che sono un uomo rispettoso e mite e che non sarei mai uno stalker.
Grazie

dicembre 2015
Marco Valenti


Post scriptum. 
Piccolo sassolino dalla scarpa. 
Al prossimo lettore esterofilo incancrenito che magnificherà scrittori nordici, o oltreoceanici, nipponici o altro e parlerà della morte del romanzo nell’Italia contemporanea potrò rispondere: “Ma Fois lo hai letto?


12 dicembre 2015

Orwell. Frasi





Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario.


Tutti, o quasi, i comunisti da salotto che prima della guerra si agitavano furiosamente contro le atrocità naziste, non appena la guerra ha cominciato a diventare una seccatura hanno dimenticato le atrocità naziste e hanno palesemente perso ogni simpatia per gli ebrei.

 

All'età di cinquant'anni ogni uomo ha la faccia che si merita.


Fra tutti i tipi dell'essere umano, soltanto l'artista si assume la responsabilità di dire che non può lavorare.


La vita sulla terra è dura perché il pianeta è povero di tutto ciò che è necessario all'esistenza.


Tutti gli uomini sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.



3 dicembre 2015

L'Europa che voglio




Non voglio una Europa dove si dica che la Francia è stata colpita dal terrorismo ma noi siamo al sicuro; voglio una Europa in cui si dica che una nostra città, Parigi, è stata colpita.

Non è Hollande che deve reagire chiedendo la collaborazione di altri Stati ma è l’Europa che deve decidere come farlo e decidere in fretta. 
Ed evitare di cacciarsi in situazioni difficili da ora in avanti attuando (per logica conseguenza) politiche di pace e di cooperazione vera. 
La cooperazione vera sono risorse vere nei territori emarginati: non sono proclami.
(Le risorse non si sparpagliano in troppi rivoli e non possono avere costi di gestione troppo alti che finiscono per depauperarne l'efficacia.)

Non voglio neanche una Europa dove un primo ministro britannico aderisce da solo ad azioni militari e, vent’anni dopo, da ex e dopo essere finito sulla copertina di Time, si scusa perché non c’erano armi di distruzioni di massa e confessa di avere così contribuito alla nascita del terrorismo dell’IS. 
(Complimenti vivissimi!)

Non voglio una Europa in cui si dica: “la Grecia ha barato sui conti; noi in Italia abbiamo già dato; cavoli loro”. 
Voglio una Europa in cui si riconosca che i cittadini della regione greca sono allo stremo e ci si faccia carico tutti. 
Tutti. 
Perché i cittadini non devono pagare le colpe dl malgoverno. 
Mai. 
Mai più. 
Né ad Atene né a Roma. Non per colpa di un Governo truffaldino greco e non per un dazio pagato alle mafie della terra di mezzo di una capitale europea.

25 novembre 2015

il gemello di carta di Rip



Il gemello di carta.

Già.

Non scrivo per professione ma mi affeziono a quel che pubblico. Ci tengo e ci credo.

L’ultimo mio romanzo si intitola RIP e lo ha pubblicato, in ebook, Antonio Tombolini nella collana di narrativa italiana Officina Marziani. 

E’ uscito nel novembre del duemilaquattordici.
Amo gli ebook ma non tutti la pensano come me.
Chi proprio non riesce a digerire il libro elettronico e legge solo libri di carta da ora può averlo.
Ecco il link.



L’avrebbe fatto anche Antonio Tombolini Editore il print on demand. Però voleva i diritti sul romanzo per sette anni e non ho voluto venderglieli. Renderlo comunque disponibile nel modo che ho adoperato mi lascia proprietario dei diritti sulla versione cartacea e, nel contempo, fa si che sia disponibile.

Bello, no? 




Nuova copertina e un sottotitolo che compare. Già leggendo le prime pagine in anteprima sul sito se ne può sapere di più.

Piccole modifiche in postfazione e spiegazioni sul sottotitolo. Per il resto è lo stesso RIP disponibile in ebook. 



Un gemello di carta.

Il sito “ilmiolibro.it” funziona bene. Ti registri. Scegli. Paghi (sito sicuro). Ti spediscono i libri a casa o all’indirizzo che preferisci. Io ne ho ordinati un po’.

Scorrendo la pagina de ilmiolibro.it che si apre cliccando il link si nota che si può acquistare anche il mio romanzo “Cometa e bugie”.
Regalarseli, o regalarli a qualcuno, per Natale o un compleanno o quel che volete.



Cometa è in giro da diverso tempo ma, per mia decisione, dal duemilasedici non sarà più presente sul mercato. Niente più versione cartacea; niente versione ebook. La scia della cometa esce di scena con la fine del duemilaquindici.

Potrebbe tornare, come un figlio cresciuto, come qualcosa di più complesso e maturo. I personaggi che animano la storia potrebbero trovare nuove argomentazioni, o spezzoni di storie che non ho ancora raccontato. Sono stati sempre con me in questi anni: non li ho persi di vista e stanno quasi tutti bene.
Fatto sta ed è che siamo all’ultima occasione di acquistare Cometa e bugie.


Fatemi sapere e, se volete, ditelo in giro.

16 novembre 2015

Pensierini (banali) sull'Europa




Pensieri apparentemente banali e slegati, fatti da me medesimo, Uno che vorrebbe una Europa semplice, dei diritti e dei cittadini, con regole uguali e una unica voce.
Pensierini: domandine.


Perché l’aspirina in Francia 
costa un terzo che in Italia 
e nessuno dice nulla?


Perché un premier europeo, inglese, venti anni dopo può dirci 
“ci siamo sbagliati: non c’erano armi di distruzione di massa. Siamo responsabili di aver creato l’IS” 
ma intanto, all’epoca dei fatti, 
si mosse autonomamente 
rispetto agli altri Paesi europei?


Perché ci sono Paesi che si scaldano bruciando i mobili di casa 
e altri che bruciano titoli di borsa?


Perché le tasse, i servizi sociali, il welfare sono diversi
 a Caltanissetta rispetto a Liverpool?


Perché non chiediamo di escludere dal
 “patto di stabilità” 
l’equivalente di quello che diamo al bilancio dell’Unione europea 
purché destinato allo sviluppo?


Perché l’energia in Francia deve costare 
il 35% in meno che in Italia 
e questo costituire un beneficio per i francesi 
se siamo tutti europei?


Perché la composizione delle tasse è differente nei Paesi che fanno parte dell’Unione europea 
e hanno la stessa moneta?


Perché abbiamo limitazioni nella produzione agricola (e nelle quote latte) 
ma abbiamo indicazioni stringenti 
su come farci il formaggio?



Perché abbiamo diversi diritti a proposito dei migranti, dello “ius soli”, e qualcuno alza muri 
se siamo tutti europei?


Perché una coppia ha diversi diritti e doveri nelle diverse regioni della stessa Europa 
in funzione del genere?



Perché se una legge funziona in Emilia-Romagna (o in qualsiasi altra regione europea) non la scriviamo uguale in Sicilia?


Perché non possiamo avere tutti gli stessi diritti se siamo tutti europei?



(Si prega di continuare se siamo tutti europei: grazie)

26 ottobre 2015

Trilussa



« Io che conosco bene l'idee tue



so' certo che quer pollo che te magni,



se vengo giù, sarà diviso in due:



mezzo a te, mezzo a me...Semo compagni



No, no - rispose er Gatto senza core -



io non divido gnente co' nessuno:



fo er socialista quanno sto a diggiuno,



ma quanno magno so' conservatore »




Il 26 ottobre (come oggi) nel 1871, a Roma, nasceva Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Salustri – cognome anagrammato – e mi piace ricordarlo con il pezzo dalla poesia “Er compagno scompagno” ma, va da sé, ce ne sarebbero a decine.



Fatevi un giro su Wiki, o su internet, o riprendete in mano un suo libro.



http://it.wikipedia.org/wiki/Trilussa

.

12 ottobre 2015

Teatro di Marcello






TEATRO DI MARCELLO
Pietro Valenti (1924 - 2012)

Uno dei bersagli preferiti di Piero, durante i suoi giri a disegnare per Roma, era Teatro di Marcello. Subiva la fascinazione delle sovrapposizioni delle epoche diverse e un manufatto che si prestava ad essere visto in scorci molto differenti, mai esaustivi, ma non era visitabile.




Questo teatro fu ideato e cominciato a costruire da Giulio Cesare, ma completato da Augusto, che lo dedicò  al suo nipote prediletto Marcello. Invece di ereditare l'impero di Augusto, Marcello morì in giovane età e fu il primo a essere deposto nel mausoleo augusteo.

In seguito il teatro divenne proprietà della famiglia dei Fabi che vi fece costruire un fortezza sopra gli archi e, nei secoli successivi,  passò nelle mani dei Savelli e poi degli Orsini.
Nel XVI secolo il teatro fu convertito in palazzo.


Guardando oggi al Teatro di Marcello, è possibile scorgere i grandi archi dell'antico teatro, le fortificazioni medievali ed eleganti aggiunte di Baldassare Peruzzi, che era alla guida dei lavori conversione del teatro a palazzo rinascimentale.


Le tavole di Piero non vi dico da dove sono prese: scopritelo voi. Come quasi sempre non sono riproduzioni ma interpretazioni. È quel che lascia la differenza tra un bel disegno tecnico e l’opera di un artista. Tutti i disegni sono stati eseguiti dopo il 2001, quando Piero aveva intorno agli ottanta anni di età.



Vi rammento che cliccando su ogni immagine potrete vederla ingrandita e che altre tavole sono presentate in questo blog, in altri post, sotto la tag “il disegno di Piero” (trovate gli argomenti di questo blog nella colonna di destra).




Per maggiori informazioni su questo straordinario monumento potete sbizzarrirvi nel selvaggio web: per i fondamentali consiglio il sito della Sovraintendenza di Roma.


5 ottobre 2015

in questo bar mi sto perdendo





In questo bar mi sto perdendo

dentro un bicchiere, dentro un colpo di vento, ma devo partire.

L’America non è quella che leggi sopra i giornali o scoppia in una risata nei film tutti uguali.
Lascio l’Italia per andarla a cercare, e tu, giovane donna americana fammi qualche regalo in italiano perché io possa sentirmi un po’ meno lontano, davanti a una ferrovia, o nel letto di casa mia. Tutte le notti quando la luna, luna curiosa in mezzo ai lampi, fa fatica ad uscire tra le nuvole, incontro a gli amanti. Strana città con tanta gente, allora vendo il mio cuore sopra nuvole d’oro, ma nessuno lo vuole. Con un freddo che se ci pensi troppo ti si stacca il naso.

Ma tu giovane donna americana non lasciarti morire perché nelle tue mani c’è qualcosa che sta crescendo, come piove da due ore e tu, non ti stai accorgendo del cielo che sta cadendo

http://www.ron.it/

2 ottobre 2015

Holden Caulfield, la segale, eccetera eccetera




IL GIOVANE HOLDEN
J.D. Salinger
Il giovane Holden
EINAUDI
1961
Traduzione di Anna Nadotti


Per conoscere la trama. 
C’è un giovane sedicenne benestante di New York che si fa sbattere fuori dalla sua scuola e anticipa il suo rientro a casa in vista delle vacanze di Natale. Ci impiega un po’ perché titubante e impensierito. Racconta i suoi incontri e i suoi pensieri di tre giorni strani e intensi prima di rientrare in casa, parlare con l’adorata sorellina e prendere decisioni sul suo futuro.
Per leggere la trama per esteso c’è la vecchia Wiki: https://it.wikipedia.org/wiki/Il_giovane_Holden#Trama

“Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.”

Se davvero avete voglia di leggere questa mia recensione eccetera eccetera, magari vi toccherà sentire perché ho riletto “Il giovane Holden”, scritto nel 1952 da Jerome D. Salinger, letto con piacere prima dei miei vent’anni senza che mi lasciasse un segno come un romanzo di formazione e tutto il resto.
Ora il fatto è che, oltrepassato il mezzo secolo e compagnia bella, mi sono trovato a leggere, tempo fa, il mio primo romanzo di Murakami ed è stato Norwegian Wood. Potrete pensare che ci sono arrivato tardi ma non è roba della quale mi va proprio di parlare. Ma Hakuri ha scritto questo libro, considerato dai più un formidabile libro, e lo ha riempito di citazioni e omaggi a Salinger e c’era quella domanda fondamentale su dove vadano le papere quando gelano i laghetti che, per Jerome, Holden, Hakuri nel 1987, Toru Watanabe e mi sa un sacco di gente ho capito che è stata una domanda simbolo.
Insomma mi sono procurato una copia del libro. Non ho voluto cercare la nuova traduzione in italiano di Matteo Colombo ma ho cercato quella storica di Anna Nadotti perché, diamine, è con quella che questo libro è diventato importante e tutto il resto.
Ho riletto il libro tradotto dalla vecchia Anna (nel 1961) che ha avuto un bel carteggio illuminante con il vecchio Matteo mentre lui traduceva il vecchio “The catcher in the rye” del vecchio Jerome.
Della nuova versione Einaudi ci dice:
J. D. Salinger
 Il giovane Holden
2014
Super ET
 pp. 264
€ 12,00
 ISBN 9788806218188
 Traduzione di Matteo Colombo
In una nuova traduzione, il libro che ha sconvolto il corso della letteratura contemporanea influenzando l'immaginario collettivo e stilistico del Novecento

Ad ogni modo: lo ho riletto con quella bella calma di un cinquantenne, ho capito che è stato un romanzo esplosivo per la sua epoca, un libro maschile singolare, forse venato di autobiografismo ma non importa. 
Che possa essere stato o essere ancora un romanzo di formazione mi lascia dubbioso ma è un gran bel romanzo, giocato sulla parola, sul modo di narrare  che frammezza la cronaca con i ricordi di Holden Caulfield in una storia che si dipana in una manciata di giorni (a occhio tre o quattro giorni, e notti) impiegati tra l’essere stato cacciato da un liceo a sedici anni e tornare, titubante sul proprio futuro e sulla vita, nella sua casa di ricca famiglia Newyorkese. 
Che risulti simpatico o odioso al lettore è cosa che reputo ininfluente rispetto all'altissimo valore del libro: depresso o sbruffone (falso sbruffone sedicente maturo come tantissimi ragazzi sono sempre stati e sempre saranno), coraggioso a parole e codardo nei fatti, voglioso di sigarette e di alcol proibito ai minori e di sesso non ancora esplorato. 
Comunque sia ciò che muove i pensieri e le azioni del protagonista è l’essere ferocemente e tenacemente avverso ad ogni manifestazione di ipocrisia, o di quanto lui ritenga tale e – con il metro di un giovane – tratteggia un’epifania di situazioni e persone ipocrite in maniera assolutamente efficace. 

Più importante del giudizio soggettivo del singolo lettore (incluso me), è importante capire che Holden ci racconta una fase della sua vita, della sua maturazione, di come si formano le idee, di come – a volte – i pensieri siano apparentemente confusi, circolari, approssimativi: il termine apparentemente è legato al modo di raccontarli ma, se si legge con un po’ di attenzione e se si esce da momenti di stordimento alcolico o di confusione comportamentale, le idee del ragazzo sono estremamente chiare. 
Brevi e concitate sono le frasi di Holden, io narrante in prima persona e al passato remoto: nel modo di esprimere, di costruire le frasi e con esse la narrazione, segue i propri pensieri man mano che si vanno formando e spesso lascia concetti sospesi come volesse dire al suo interlocutore-lettore che quanto non conclude sia ovvio, scontato e conosciuto, e così via, eccetera eccetera.

Holden sa di non voler essere ipocrita mai: negli studi, nelle letture, nei rapporti con gli amici e i compagni, nell’amore e nei rapporti con il sesso.
Holden non sa ancora cosa sarà della sua vita ma ha chiaro cosa non vuole che sia.

Salinger, del resto, ci avvisa subito che non leggeremo Davide Copperfield, dichiara immediatamente una rottura con i romanzi precedenti sulla adolescenza, sdogana la narrazione interiore, frammentata e incerta, il flusso di coscienza, le difficoltà e le fragilità di ogni maturazione, eccetera eccetera. 
Non credo fosse consapevole di tirare un ponte tra letterature diverse e distanti tra loro ma, diamine, lo ha fatto.

Gin a body meet a body
 Coming through the rye;
 Gin a body kiss a body,
 Need a body cry?

Cioè, traducendo letteralmente dal vernacolo scozzese: Se una persona incontra una persona che viene attraverso la segale; se una persona bacia una persona, deve una persona piangere? Da qui la difficoltà a tradurre il titolo originale “The catcher in the rye” (l’acchiappatore nel campo di segale).
Peccato!
Peccato perché il libro non è un lungo romanzo con un ritratto insistito e minuzioso del giovane Holden; peccato perché il senso del titolo, in questo che è un racconto di un tempo adolescenziale breve e significativo per il protagonista, è tutto poeticamente spiegato nel colloquio notturno tra Holden e la sorellina Phoebe. 
E’ un passo splendido che da solo, per chi ha cuore, vale tutto il libro. 
Diventare acchiappatore nel campo di segale e salvare così i giovani giocatori dal burrone è quello che Holden vorrebbe diventare.

Lo schema del libro comunque è questo.
•        Breve introduzione su di Holden e del suo contesto
•        Saluto al professore Spencer
•        Cena e successiva uscita con Brossard ed Ackley
•        Fuga da Pencey
•        Aperitivo con le tre ragazze dell’albergo
•        Al locale di Ernie
•        L’avventura con Sunny e Maurice
•        Acquisto del disco per Phoebe
•        Uscita con Sally
•        Aperitivo con Luce
•        Ubriacatura di Holden e successiva rottura del disco
•        Ritorno a casa per parlare con Phoebe
•        Notte a casa del professor Antolini e poi vicino alla stazione
•        Ritorno alla vecchia scuola per salutare Phoebe
•        Uscita con Phoebe fino allo zoo
•        Decisione di rimanere a New York

la copertina del disco che Holden compra per la sorellina Phoebe

Jerome David Salinger è nato nel 1919, ha scritto “Il giovane Holden” a 32 anni, è morto nel 2010 che ne aveva 91. Di lui si sa che ha scritto tanto ma ha pubblicato poco. 
Nel testamento ha lasciato scritto che i suoi inediti potranno essere pubblicati cinquanta anni dopo la sua morte e quindi, chi potrà e vorrà, dovrà aspettare il 2060. 
Riguardo al suo “The catcher in the rye” pretese e ottenne copertine semplici, senza illustrazioni accattivanti, perché convinto che chi comprava il libro lo doveva fare solo se attratto dalla storia e non dalla copertina. Esempio raro che piacerebbe ad un mio amico e che dovrebbe far riflettere sia chi legge che chi pubblica e vattelappesca. 
Meno titoli esca e meno copertine esca potrebbero farci leggere tutti meglio. 
Il vecchio J.D. è stato una persona schiva che amava vivere lontano dai riflettori in una, rarissima, intervista del 1974 disse:
"Non pubblicare mi dà una meravigliosa tranquillità...Mi piace scrivere. Amo scrivere. Ma scrivo solo per me stesso e per mio piacere."

Sarebbe bello se tanti scrittori troppo prolifici rispetto alla loro vena creativa ne facessero tesoro, eccetera eccetera.

P.S.: il libro è, per chi le ama, una miniera di citazioni e alcune sono più famose dell’unica che riporto.
“Sento un po' la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. 
Non raccontate mai niente a nessuno. 
Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.”

(Il giovane Holden)





28 settembre 2015

mezza età




DECLARATORIA DELLA MEZZA ETA’

Se ne accorse un po’ per volta.
Credo fossimo intorno all’anno duemilaquindici quando la cosa gli fu chiara, quando ci fece i conti, la razionalizzò, la metabolizzò e la digerì.

C’erano state delle avvisaglie.
Le modelle dei costumi da bagno erano diventate più giovani di suo figlio: altrettanto la maggior parte dei giocatori di football. Le acconciature di questi ultimi non gli piacevano e neanche la moda di ricoprire la maggior parte dei corpi di tatuaggi.
Per non parlare del piercing.

Aveva maturato capacità di elaborazione, anno dopo anno, e si era tenuto informato, aggiornato e vispo. 
Seguiva non supinamente la politica, l’attualità, l’evolversi delle idee e delle mode. Acquisiva spessore non richiesto. Consapevolezze non ostentabili.
Idee. 
Talvolta, timidamente, ideali.
Sapeva. In piccola parte, ovviamente, ma conosceva cose, fatti e antefatti. 

Tutto ciò gli dava convinzioni e capacità di argomentarle, nella vita, sul lavoro, on demand.
Quello che gli mancava era la domanda. 
Sapere qualcosa e non avere nessuno che te la chieda. 
Avere opinioni accessorie. 
Esserci e sentirsi trasparente, trascurato, non ascoltato, non richiesto.

In una riunione, in una partecipazione ad una decisione, in un consiglio, per un consiglio.
Sentirci considerato nulla. 
Avere una opinione non esprimibile su una gran quantità di cose, di fatti, di notizie. 
Sentir berciare in modo qualunquistico, piatto, con la tracotanza dei vincenti – giovani, belli e vincenti – e vedere altri suoi coetanei assentire.

Minoranza silenziosa, silenziata, minorata. Ininfluente. Così era lui, giorno dopo giorno, sempre di più.
Quale opinione su una politica, o sedicente tale, su un libro o uno scrittore o un poeta o un musicista (o sedicenti tali) avesse non era influente – e va bene – ma manco richiesta e quindi ininfluente ma anche inascoltata. 
Talvolta inascoltabile.

Essere se stessi senza essere riconosciuti. Nessuna riconoscenza e nessun desiderio di essere conosciuto.
Tutti sicuri, portatori di saggezza e di certezza e di verità.
Lui meno.
Idee chiare ma educate, perbene, senza alcuna voglia di gridare ma con un universo di cose da dire.

Gola piena e bocca chiusa.

Anche in certe riunioni di lavoro: vedeva il Titanic e vedeva l’iceberg ma se provava a dirlo non lo ascoltavano. 
Mai. 
Andava avanti nella considerazione di chi decideva: chi decideva le cose era sempre un qualche persona che diceva che il comandante era un fenomeno e la rotta sicura e felicemente e sapientemente tracciata. 
Si abituò a tacere gli iceberg. Meglio silenzioso che gufo.

Mica stava al timone.

Continuava a pensare storie e a scriverle, con coscienza e prudenza, masticando a lungo prima di introitare le storie che lui stesso creava. 
Di cento che ne pensava ad una o due dava seguito, le cullava, le lasciava danzare, e decantare, e purificare. Le metteva in discussione. Se le coccolava per poi stenderle con prudenza e con tutto il tempo che meritavano. Sceglieva il modo e il lessico per cantare ogni sua storia. 

La scrittura vuole tempo e amore.

Considerato antico come un controbuffet all’epoca dell’happy hour.

Poi, magari, parlava di ebook. Lì tutti, stranamente, erano per la carta stampata, magari profumata. Moderni con giudizio: tutti moderni su tutto tranne che sugli ebook. 
Modernità quando serve.

Era felice di avere delle idee. 
Convinzioni. 
Conquiste.

Disappunto nel non avere modo di raccontarle se non nelle sue storie, nei suoi libri, nei suoi racconti. Un cantastorie senza piazza.

Pensò che non era colpa sua se le automobili, serie dopo serie, peggioravano la linea. Pensò che erano progettate per infinocchiare una generazione più giovane di lui. Se una Range Rover pareva essere passata sotto un ferro da stiro non era un problema suo ma della povera jeep. Per dire.

Prese la scala e raggiunse il soppalco. 
Salì con attenzione – perché sulle scale si deve salire piano e scendere pianissimo -  e tirò giù una scatola pesante e voluminosa.
Ripose la scala; spolverò la scatola e la aprì.

 Sentì che gli arrivava un messaggio su whatsup. Ebbe un moto di insofferenza. Spense il computer, il modem, il  tablet, il cellulare.

Cercò il suo single malt preferito, torbato a bestia, e se ne servì un bicchiere generoso. 
Accese una sigaretta e fece un tiro lungo. 
Rovesciò il contenuto della scatola sul parquet.

Il suo ultimo manoscritto magari era in mano ad un giovanotto che doveva giudicarlo con la metà dei suoi anni e che, magari, trovava palloso Pavese (magari per sentito dire) e stravedeva per Murakami o per Banana Yoshimoto. Magari lo avrebbe trovato buono ma non abbastanza. fuori target.

Sorrise.

Una multicolore montagna di mattoncini Lego lo stava invitando a non pensare alla mezza età.
Pensò che il mondo e la mezza età potevano fare a meno di lui. 
Per un po’. 
Doveva decidere tra fare una casa o un aeroplano. Oppure un robot. Aveva tutto il tempo, mezzo pacchetto di Camel e mezza bottiglia di wisky.
Se avesse trovato i tetti rossi a trenta gradi e un po’ di finestre e porte degli anni sessanta sarebbe stata una villetta. Magari a elle. 
Se ci fossero stati abbastanza pezzi con le ruote un bel camion.

Una nuvola di fumo.

Odore di fresie. Per chi lo vuole sentire dal terrazzo in fiore. Silenzio. Silenzio e fresie.
La montagna di lego dispersa e appiattita con lentezza e occhio attento.

Lezioni americane. Calvino. La leggerezza. Il lego. Cominciare a separare i mattoncini rossi dagli altri, il primo colmo del tetto che appare e lo mette via, da un lato, aspettando le altre tegole rosse. 

Pensò che se lo avessero guardato in quell'istante, chino sui mattoncini Lego, non lo avrebbero potuto capire.
Troppo moderni per un controbuffet.

Un tiro. Un sorso. Un sorriso.
Un mattoncino sopra un altro. Clak.

Silenzio.



Bum.