le cose ci sono, sono lì a rispondere ai nostri sguardi più o meno sicuri, alle domande che non facciamo e nemmeno sappiamo, a salvarci e a condannarci: sempre e pur tuttavia solo cose. Sarebbero chiare se noi non fossimo così confusi. Non sono le cose a comandare ma l'atteggiamento che abbiamo noi di fronte ad esse. Come ci poniamo, come scegliamo se parlare o meno e cosa dire e cosa tenere per noi e non condividere. Cosa lasciare andare.
marco valenti scrive
20 dicembre 2012
Ammenda
17 novembre 2011
Meno male che silvio c'era?
Conservo i giornali quotidiani usciti il giorno della nascita di mio figlio, nel maggio del ’94.
Riportano, ahimé, l’avvento di Berlusconi a cui sono sempre stato, fin dalla prima ora e non dopo averne condiviso ogni nefandezza, avverso.
La persona, abilissima, intelligente, ha influenzato la nostra vita negli ultimi diciassette anni.
In modo talmente impressionante che quel che si rimprovera maggiormente ai governi diversi dal suo, che per troppo brevi tratti si sono avvicendati in questo periodo, è di non aver creato leggi che rendessero impossibile la sua democratica presenza nell’agone politica.
Non si parla di indubbi meriti economici e sociali ma si rimarca che non hanno normato il conflitto di interessi.
Caddero per tre parlamentari di Rifondazione Comunista e tornò quello del ’94 portando Brunetta, Gelmini, il ministro del dito medio alzato e delle pernacchie, lo spacchettamento del sindacato, la legge elettorale porcellum, le leggi ad personam, l’occupazione sistematica di ogni luogo di potere, inclusa informazione.
Un idolo. Una ossessione.
Lui ha lavorato bene (benissimo) sulle modalità con cui mettevamo in fila i nostri valori ed i nostri bisogni.
Ha cambiato questi valori.
Nel tempo li ha sovvertiti. Ha creato bisogni che non c’erano, valori che non erano pensabili prima, falsi miti di cui ci si nutre avidamente.
Ha comperato uomini, coscienze, diritti, riuscendo a minimizzare il malcontento e insieme a valorizzare ogni cosa che faceva o che diceva di fare.
Ha inventato la macchina del fango, il dossieraggio cattivo e pilotato dalla stampa e dalle televisioni da lui direttamente possedute, o pesantemente influenzate con l’azione di governo.
Poi se dopo dieci anni viene condannato Igor Marini per calunnie nessuno si ricorda chi fosse.
Quindi sono tutti uguali.
Anzi, ci si appassiona su chi abbia la faccia più adeguata a contrapporsi a quella di lui.
Non si cerca un programma, una idea, ma una faccia.
(Si deve sperare che Raul Bova sia su piazza?).
Siamo entrati, comunque, tutti in una realtà che non ci apparteneva.
Tutti.
Nessuno ha remato profondamente contro questa guerra infinita. Chi gli si è opposto ha giocato con le sue regole (e perciò ha perduto).
Non abbiamo avuto dei Ghandi, dei Martin Luther King, dei Mandela.
Non abbiamo avuto dei Pasolini (casomai, al massimo, dei Pansa).
Ora che, non essendo riuscito a comprarsi tutto il mondo, non c’è più e starnazza in mezzo ai suoi che berciano al colpo di Stato, che cosa si fa?
Semplice: ottenebrati dalla cultura del complotto si comincia a fare pelo e contropelo a Monti ed ai suoi neo ministri.
Si parla di Governo delle banche e dei poteri forti.
Si cercano peccati precedenti per evitare, non sia mai, peccati futuri.
Si fa sciopero – SCIOPERO – contro un governo che sta ottenendo oggi la fiducia. Benedetti sindacati cobas: non siete riusciti a annullare uno sciopero che avevate indetto contro un premier dimesso e, già che c’eravate, avete scioperato contro il nuovo premier prima ancora che ottenesse la fiducia.
Non ci sono parole.
Non si sa cosa faranno, comunque, e non si sa con quali criteri ma si è sospettosi a prescindere.
È così che stiamo?
È così che siamo ridotti?
Allora che torni Silvio!!!
(Scusate: Scritto&Postato di pancia - ma convinto!)
28 ottobre 2011
Trony Manero e la febbre del giovedì mattina

Il fatto, raccontato a beneficio di chi non è di Roma, è che giovedì 27 ottobre c’è stata l’inaugurazione di un enorme supermercato dell’elettronica, cinquemila metri quadrati, sbandierato in pubblicità da tempo ovunque.
Il fatto è che la viabilità, attorno alla zona prescelta è una strozzatura, un imbuto per chi entra a Roma da una vasta zona a nord. Il fatto è che, per via delle promozioni annunciate per l’apertura, c’era gente accampata dalla sera prima e quindi la notizia è che Roma, il 27 ottobre 2011 è stata paralizzata.
Il fatto di cronaca lo leggete, per esempio, qui:
http://www.paesesera.it/Cronaca/Apre-Trony-a-Ponte-Milvio-Roma-nord-in-tilt
Inferociti i pendolari che sono arrivati al lavoro con ore di ritardo;
il sindaco vuole chiedere i danni;
qualcuno osserva che dare i permessi per una inaugurazione di giovedì mattina sia stata una follia;
altri che questo prova che abbassare i prezzi porti a vendere.
Si potrebbe (forse si dovrebbe) parlare di tutto questo ma la considerazione che vorrei fare è un’altra.
Per me è importante.
Il punto vero è che siamo un Paese (chiedo scusa per la maiuscola) dove “qualcosa”, un complesso di cose, spinge delle masse di persone ad accalcarsi, spintonarsi, venire alle mani, spaccare vetrine, paralizzare una città, per accaparrarsi sottocosto prodotti tecnologici quali l’ultimo telefono o l’ultimo televisore.
Non parlo di politicizzati (?) “black-block” che danno fuoco alle macchine di poveracci, rendendo vano il senso di indignazione di una moltitudine di autoconvocati di poche settimane prima, ma di vandalismo da società del libero mercato, del libero arbitrio e del consumo forsennato.
So, ovviamente, di parlare da brontosauro nel definire telefono un oggetto che dedica alla telefonia una parte residuale della sua tecnologia avanzata e mi rendo conto che le ultime generazioni di televisore sono di altissimo livello qualitativo: sono certamente fuori moda se resto tra quelli che usa il telefono per telefonare e, pur pagando il canone televisivo, non ha in casa un apparecchio televisivo (ma queste sono altre storie).
Il punto vero è che siamo un luogo incivile in cui ci si azzuffa per degli oggetti; il punto vero è che si viene indotti al bisogno di cose costosamente superflue in una fase storico economica in cui sarebbe molto più utile mettere ordine alle priorità delle proprie vite e delle proprie tasche.
Siamo un luogo precario ma di lusso.
Un posto traballante ma di design.
Meritiamo il baratro perché sappiamo precipitarvi con stile?
Egoisticamente propenderei per lasciar tuffare sconsideratamente chi non apre gli occhi e si contorna di eleganti inutilia e salvarmi con quelli che cominciano a comprendere che i termini di decrescita sostenibile, equità dei bisogni collettivi, redistribuzione delle priorità nella vita siano valori e non mode depressive e sinistramente sinistrorse.
In questa mia affermazione tuttavia ci deve essere una falla se mi vergogno per quello che è successo pur avendolo solo letto sui giornali.
Ascrivo tutto all’età che avanza o al non bisogno di essere di moda e alla moda e, sempre ingenuamente perplesso, basito, continuo a pensare che una maggioranza possa cominciare a pensare.
Spero non mi facciate sentire troppo solo.
23 ottobre 2011
Tramandare la realtà
Non credo che si debba andare avanti con le nostalgie.
Io ne ho, ma sono cose personali e non inficiano quel che deve essere fatto e detto. Ho passato il mezzo secolo, ho le radici nel novecento, ho gioito e partecipato a tante vicende storiche, politiche, economiche che hanno attraversato il mio Paese, l’Europa e il mondo cambiandone i connotati in modo assoluto. Definitivo.
Credo che quelli che vanno avanti abbarbicati a quel che è stato sbaglino grossolanamente. C’è chi ancora parla di comunismo e fascismo come se fossimo nel pieno della Guerra fredda, c’è chi continuamente ripete lezioni e cerca rivincite e legittimazioni.
È un mondo nuovo.
Non serve.
Allo stesso tempo mi sento una responsabilità generazionale che non credo possa essere disattesa, soprattutto in un momento in cui chiunque può dire qualsiasi cosa, sia vera o sia falsa, avendo titolo per farlo: la responsabilità che sento è quella di dire, con molta semplicità, quel che è stato senza tema di essere smentito.
Le cose sono come sono. Le cose sono state come sono state e chi ne ha memoria di cronaca e di vissuto ha il dovere di preservare, con la massima serenità ma insieme con la massima fermezza, la realtà dei fatti.
Lo scorso mese Attilia, una mia amica di novantanove anni, mi raccontava di quando era giovane e partecipò alla occupazione delle casa popolari del quartiere Tufello, a Roma. Per me è stata la meraviglia di un racconto in bianco e nero, come i film del nostro neorealismo. Un racconto; una testimonianza.
Possiamo anche non avere la propensione alla narrazione ma dobbiamo mantenere fedeltà ai fatti e tramandarli. Tanto più è indispensabile in luoghi dove le bugie non hanno gambe corte ma lunghissime e l’informazione è appannaggio di chi ha la voce più grossa.
Sommessamente allora, ma con petulante continuità, sento il dovere (oltre che il diritto) di raccontare a chi ha sedici, diciotto, venti anni cosa è stato e, soprattutto cosa non è stato, riferendomi ad un episodio pubblico politico piuttosto che di costume.
Che non venga fatto da chi ha maggiore autorità ed autorevolezza di me mi scandalizza, ma non è importante.
Essenziale, invece, è che chi ha memoria buona ricordi a tutti con pacata esattezza come andarono le cose in varie occasioni, mantenendo chiaro il ricordo delle stesse ed evitando che vengano ribaltate per usi vari.
Chi visse l’olocausto si è levato, finché ha avuto voce e vita, contro i revisionisti che negavano lo sterminio e ha fatto bene. È stato memoria, storia, verità.
Ognuno può regolarsi come crede più opportuno, ovviamente, ma se qualcuno dice una cazzata colossale ci dovrebbe essere qualcun altro a farlo presente: se nessuno lo fa le bugie diventano verità e non è giusto verso chi non ha memoria personale dei fatti accaduti.
Tutto è un grande minestrone precotto secondo le convenienze di chi detiene il potere di cucinarcelo come più gli conviene.
Credo non sia possibile che questo venga permesso. Per giustizia e per esattezza.
Nessuno vigila le informazioni? A nessuno importa l’esattezza di quanto viene autorevolmente detto?
A me, se si travalica ogni liceità, importa.
Invito chi ha memoria ad investire in verità raccontandola a chi non c’era, o non ricorda, o ha interesse a tramandarla diversamente da quel che realmente fu.
Termino con un esempio. Ho aspettato alcuni giorni per portare questo esempio. Giorni nei quali ho atteso, invano, che qualcuno purchessia, avente voce nel mondo della comunicazione, parlasse.
Io affermo, con la convinzione di chi ha semplicemente memoria, che tangentopoli non fu – assolutamente – un golpe giudiziario e che chi dice questo dice una cosa non vera e pericolosissima che va confutata con la massima democratica energia possibile in ogni sede. Il Presidente del Consiglio ha detto che fu golpe giudiziario; nessuno (dalle opposizioni, dalla stampa, dalla magistratura, dalle istituzioni) ha smentito o confutato questa affermazione.
Meno viene fatto da chi dovrebbe, più è necessario ed urgente farlo da soli. Per evitare mistificazioni, equivoci, furti di verità. Poco importa che io, come qualcuno mi ricorda, non sia nessuno. C'ero e mi ricordo bene.
Vorrei molto che questo post, che non vuole essere assolutamente un post politico ma un post di amore e di verità, di impegno e di civiltà, fosse commentato e riproposto da chiunque ne condivida il senso.

