marco valenti scrive

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28 agosto 2020

Ha mai letto dei Chironi, di Nuoro?





Vorrei condividere con voi la fortuna che ho avuto  per aver letto una trilogia letteraria meravigliosa.
Era il 2015 ma ci tengo a parlarne di nuovo
Insieme e nello stesso anno mi sono lasciato trascinare dai tre libri di Marcello Fois, la cosiddetta trilogia dei Chironi, iniziata con l’uscita di “Stirpe” (2009), proseguita con “Nel tempo di mezzo” (2012) e terminata (forse) con “Luce perfetta” (2015).
La stirpe è quella dei Chironi e le vicende partono quando Michele Angelo Chironi, nel 1889, vede per la prima volta (ma riconosce subito) Mercede. Lui è un fabbro e siamo a Nùoro, ma potrebbe essere un pescatore ad Aci Trezza o un abitante di Macondo.


Stirpe.
Einaudi  
Numero di pagine: 249 | Formato: Copertina rigida
Isbn-10: 8806157736 | Isbn-13: 9788806157739 | Data di pubblicazione: 01/09/2009

È il 1889, eppure si direbbe l'inizio del mondo. Michele Angelo e Mercede sono poco più che ragazzini quando s'incontrano per la prima volta, ma si riconoscono subito: "lui fabbro e lei donna". Quel rapido sguardo che si scambiano è una promessa silenziosa che li condurrà dritti al matrimonio, e che negli anni verrà rinnovata a ogni nascita. Dopo Pietro e Paolo, i gemelli, arriveranno Gavino, Luigi Ippolito, Marianna... La stirpe dei Chironi s'irrobustisce e Nuoro la segue di pari passo. Le strade cambiano nome e si allargano, accanto alla pesa per il bestiame spuntano negozi e locali alla moda, e se circolano più soldi nascono anche bisogni che prima non c'erano. Come i balconi da ingentilire lungo via Majore, a esempio, e Michele Angelo che sa del ferro come nessun altro, ed è capace di toccare la materia con lo sguardo prima di plasmarla - si spezza la schiena in officina per garantire prosperità alla sua famiglia. Ma "la felicità non piace a nessuno che non ce l'abbia", e infatti quei Chironi venuti su dal nulla, così fortunati, sono sulla bocca di tutti. È l'inizio della stagione terribile: i gemelli vengono trovati morti, mentre la Prima guerra mondiale raggiunge anche Nuoro, e bussa alla porta di casa Chironi proprio quando Gavino e Luigi Ippolito - taciturno e riflessivo il primo, deciso e appassionato il secondo - sono in età per essere arruolati.


Nel tempo di mezzo
Einaudi
Numero di pagine: 263 | Formato: Copertina rigida
Isbn-10: 8806202650 | Isbn-13: 9788806202651 | Data di pubblicazione: 14/03/2012

Vincenzo Chironi mette piede per la prima volta sull'Isola di Sardegna - "una zattera in mezzo al Mediterraneo" - nel 1943, l'anno della fame e della malaria. Con sé ha solo un vecchio documento che certifica la sua data di nascita e il suo nome, ma per scoprire chi è lui veramente dovrà intraprendere un viaggio ancora più faticoso di quello affrontato col piroscafo che l'ha condotto fin li. A Nuoro trova ad attenderlo il nonno, Michele Angelo maestro del ferro, che gli farà da padre e da complice in parti uguali -, e soprattutto sua zia Marianna, che vede nell'inaspettato arrivo del nipote l'opportunità per riscattare un'esistenza puntellata dalla malasorte. Anni dopo, quando ormai a Nuoro la presenza di Vincenzo Chironi sembra scontata, naturale come il mare e le rocce, la forza del sangue torna a far sentire il suo richiamo. Perché quando Vincenzo conosce Cecilia, che ha "gli occhi di un colore che non si può spiegare", innamorarsi di lei gli sembra l'unica cosa possibile. Anche se è promessa sposa di Nicola, con cui lui è mezzo parente... Se è vero che "la disobbedienza chiama il castigo", forse è anche vero che quell'amore è l'ultimo anello di una catena destinata a non aver fine. Dopo l'epopea di "Stirpe", Marcello Fois - con una lingua capace di abbracciare l'alto e il basso, e di potenziare lo scorrere del tempo - dipinge un mondo in cui i paesaggi sono vivi come i personaggi che li abitano.




Luce perfetta
Einaudi

Numero di pagine: 306 | Formato: Copertina rigida
Isbn-10: 8806216503 | Isbn-13: 9788806216504 | Data di pubblicazione: 2015

Cristian è intraprendente e deciso, "uno di quegli uomini che, a certe donne particolarmente intuitive, fanno l'effetto di parlare anche quando tacciono". Maddalena è altrettanto tenace, e ha dalla sua la forza di saper immaginare e insieme difendere - il proprio futuro. Sarebbero perfetti l'uno per l'altra, se il loro destino comune non avesse il nome di Domenico. Il sentimento che lega Domenico a Cristian "da un punto di vista della linea parentale genetica non ha nessun valore, ma da quello della linea parentale affettiva è quanto basta per dare senso a una vita intera". Anche se hanno cognomi diversi, infatti, i due ragazzi crescono come fratelli. E quando - passati i furori dell'adolescenza - Nuoro si organizza per apparecchiare la festa di fidanzamento di Domenico e Maddalena (nel frattempo rimasta incinta), diventa chiaro a tutti che per Cristian non c'è più spazio. Se non fosse che lui è un Chironi, appartiene cioè a una famiglia "sempre caduta in piedi, perché il suo destino è di sembrare lì lì per precipitare, ma poi questo non accade mai". Tanto che quando si mette in mezzo Mimmíu - padre di Domenico, zio adottivo di Cristian - diventa evidente che la stirpe dei Chironi è troppo ingombrante per poter essere tollerata. Del resto "non si conosce veramente qualcuno finché non lo si può paragonare a se stessi".


Marcello Fois ha assorbito un universo letterario e immaginifico altissimo, ha il suo vissuto sardo ma ne sa trarre l’etica oltre la storia e delle storie particolari, tante, intrecciate, ora drammatiche ora intrise di sentimenti, per riuscire così a rilasciare una storia particolare che diventi paradigma della Storia universale. 
In tre libri c’è quello che siamo stati e quello che siamo diventati, l’originale e la sua imitazione, le determinatezze di un’epoca ed il disfarsi delle certezze.
Nei tre libri Fois rimanda a tutto quello che ha ascoltato, quello che ha vissuto, le immagini di film ben impresse nella mente, i libri che lo hanno nutrito. 
Ma forse è quello che ha fatto crescere me e lui riesce solo ad evocarmelo. 
C’è Verga e Deledda, ci sono Bertolucci di Novecento e Scola de La famiglia, Flaiano di Tempo di uccidere, ed è tutto un calibrare senza eccedere, mosso da quella meravigliosa dolenza, che del dolore è consapevole coscienza e moto ad incedere nella vita. 
In tutto questo la potenza della nostra Storia e del linguaggio del narrare, una interpretazione moderna, disincantata dalle emulazioni, dalle glorificazioni, da tutte le retoriche e quindi limpida e unica.

“Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira” (“Il giovane Holden” J.D. Salinger). 
Se qualcuno conosce Marcello Fois mi ci metta in contatto: entrambi siamo nati nell’anno delle Olimpiadi a Roma, diteglielo, e fategli sapere che sono un buon conversatore, che me la cavo in cucina e con il bere, che sono un uomo rispettoso e mite e che non sarei mai uno stalker.
Grazie

Marco Valenti


Post scriptum. 
Piccolo sassolino dalla scarpa. 
Al prossimo lettore esterofilo incancrenito che magnificherà scrittori nordici, o oltreoceanici, nipponici o altro e parlerà della morte del romanzo nell’Italia contemporanea potrò rispondere: “Ma Fois lo hai letto?


16 novembre 2018

Norwegian wood



Provo a essere impopolare dando una mia personale impressione su un libro e un autore osannati dai più.

Norwegian wood (subito dopo averlo letto pochi anni fa).

Prima di provare a scrivere qualche pensiero sulla mia lettura avevo deciso di rileggere “Il giovane Holden” di Salinger, del quale ho ricordi estremamente piacevoli ma sbiaditi dal tempo. 

Ho scoperto che non ho più il libro: deve essere rimasto in qualche periodo della mia vita passata. Avevo meno di venticinque anni quando lo lessi e adesso che ho finito il mio primo Murakami ne ho ben più di cinquanta. Queste considerazioni non sono marginali. Avessi letto Tokyo blues (Norwegian wood) appena uscito sarei stato più giovane di ora.
Il giovane protagonista Watanabi mi sarebbe stato più simapatico. Immagino che nella sua vita futura sarà diventato, magari, un ottimo “Stoner” a prescindere dal finale (aperto) di Norwegian wood.
Sia lui che io, che Holden, che Stoner si darebbe un po’ meno rilievo al problema di dove vadano a finire le papere quando gelano gli stagni.
Altra cosa fatta, tra la lettura e queste poche parole, è stata prendere informazioni sia sul web che tra amici lettori sul libro e, soprattutto, sul suo autore. Ricordo bene, almeno nelle ultime due occasioni a Stoccolma, il disappunto di molti sul fatto che – per l’ennesima volta – Murakami non avesse vinto il Premio Nobel per la letteratura. 

Ho provato a capire.
Pare che questo libro, da molti giudicato comunque eccezionale, sia atipico nella produzione del suo autore; meno onirico e molto meno giapponese. 

21 novembre 2017

RIP (il romanzo)



"Mi piacerebbe

che questo breve romanzo

non venisse colto 
soltanto come un racconto su una morte e una precedente malattia. 


Ci sono dentro cose diverse da rabbia e lutto. 


Affetto, amore, amicizia. 


Prendere coscienza delle cose e, attraverso maturate consapevolezze, diventare persone migliori. 


E' un libro molto meno cupo di quanto la trama possa far presagire. 




Se qualcosa di tutto questo sarà colto avrò contezza di aver fatto un buon lavoro"





Guardate il video


Poi, in qualsiasi formato (ebook, audiolibro, cartaceo) compratelo e leggetelo.
Non vi lascerà indifferenti.




Lo puoi comprare qui,


ma pefino su AMAZON al link qui sotto


P.S.: "La telefonata" segue di un paio di anni quest'altra...

2 ottobre 2015

Holden Caulfield, la segale, eccetera eccetera




IL GIOVANE HOLDEN
J.D. Salinger
Il giovane Holden
EINAUDI
1961
Traduzione di Anna Nadotti


Per conoscere la trama. 
C’è un giovane sedicenne benestante di New York che si fa sbattere fuori dalla sua scuola e anticipa il suo rientro a casa in vista delle vacanze di Natale. Ci impiega un po’ perché titubante e impensierito. Racconta i suoi incontri e i suoi pensieri di tre giorni strani e intensi prima di rientrare in casa, parlare con l’adorata sorellina e prendere decisioni sul suo futuro.
Per leggere la trama per esteso c’è la vecchia Wiki: https://it.wikipedia.org/wiki/Il_giovane_Holden#Trama

“Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.”

Se davvero avete voglia di leggere questa mia recensione eccetera eccetera, magari vi toccherà sentire perché ho riletto “Il giovane Holden”, scritto nel 1952 da Jerome D. Salinger, letto con piacere prima dei miei vent’anni senza che mi lasciasse un segno come un romanzo di formazione e tutto il resto.
Ora il fatto è che, oltrepassato il mezzo secolo e compagnia bella, mi sono trovato a leggere, tempo fa, il mio primo romanzo di Murakami ed è stato Norwegian Wood. Potrete pensare che ci sono arrivato tardi ma non è roba della quale mi va proprio di parlare. Ma Hakuri ha scritto questo libro, considerato dai più un formidabile libro, e lo ha riempito di citazioni e omaggi a Salinger e c’era quella domanda fondamentale su dove vadano le papere quando gelano i laghetti che, per Jerome, Holden, Hakuri nel 1987, Toru Watanabe e mi sa un sacco di gente ho capito che è stata una domanda simbolo.
Insomma mi sono procurato una copia del libro. Non ho voluto cercare la nuova traduzione in italiano di Matteo Colombo ma ho cercato quella storica di Adriana Motti perché, diamine, è con quella che questo libro è diventato importante e tutto il resto.
Ho riletto il libro tradotto dalla vecchia Adriana (nel 1961) e il bel carteggio illuminante tra la traduttrice Anna Nadotti che revisionava il lavoro del buon Matteo Colombo mentre lui traduceva il vecchio “The catcher in the rye” del vecchio Jerome.
Della nuova versione Einaudi ci dice:
J. D. Salinger
 Il giovane Holden
2014
Super ET
 pp. 264
€ 12,00
 ISBN 9788806218188
 Traduzione di Matteo Colombo
In una nuova traduzione, il libro che ha sconvolto il corso della letteratura contemporanea influenzando l'immaginario collettivo e stilistico del Novecento

Ad ogni modo: lo ho riletto con quella bella calma di un cinquantenne, ho capito che è stato un romanzo esplosivo per la sua epoca, un libro maschile singolare, forse venato di autobiografismo ma non importa. 
Che possa essere stato o essere ancora un romanzo di formazione mi lascia dubbioso ma è un gran bel romanzo, giocato sulla parola, sul modo di narrare  che frammezza la cronaca con i ricordi di Holden Caulfield in una storia che si dipana in una manciata di giorni (a occhio tre o quattro giorni, e notti) impiegati tra l’essere stato cacciato da un liceo a sedici anni e tornare, titubante sul proprio futuro e sulla vita, nella sua casa di ricca famiglia Newyorkese. 
Che risulti simpatico o odioso al lettore è cosa che reputo ininfluente rispetto all'altissimo valore del libro: depresso o sbruffone (falso sbruffone sedicente maturo come tantissimi ragazzi sono sempre stati e sempre saranno), coraggioso a parole e codardo nei fatti, voglioso di sigarette e di alcol proibito ai minori e di sesso non ancora esplorato. 
Comunque sia ciò che muove i pensieri e le azioni del protagonista è l’essere ferocemente e tenacemente avverso ad ogni manifestazione di ipocrisia, o di quanto lui ritenga tale e – con il metro di un giovane – tratteggia un’epifania di situazioni e persone ipocrite in maniera assolutamente efficace. 

Più importante del giudizio soggettivo del singolo lettore (incluso me), è importante capire che Holden ci racconta una fase della sua vita, della sua maturazione, di come si formano le idee, di come – a volte – i pensieri siano apparentemente confusi, circolari, approssimativi: il termine apparentemente è legato al modo di raccontarli ma, se si legge con un po’ di attenzione e se si esce da momenti di stordimento alcolico o di confusione comportamentale, le idee del ragazzo sono estremamente chiare. 
Brevi e concitate sono le frasi di Holden, io narrante in prima persona e al passato remoto: nel modo di esprimere, di costruire le frasi e con esse la narrazione, segue i propri pensieri man mano che si vanno formando e spesso lascia concetti sospesi come volesse dire al suo interlocutore-lettore che quanto non conclude sia ovvio, scontato e conosciuto, e così via, eccetera eccetera.

Holden sa di non voler essere ipocrita mai: negli studi, nelle letture, nei rapporti con gli amici e i compagni, nell’amore e nei rapporti con il sesso.
Holden non sa ancora cosa sarà della sua vita ma ha chiaro cosa non vuole che sia.

Salinger, del resto, ci avvisa subito che non leggeremo Davide Copperfield, dichiara immediatamente una rottura con i romanzi precedenti sulla adolescenza, sdogana la narrazione interiore, frammentata e incerta, il flusso di coscienza, le difficoltà e le fragilità di ogni maturazione, eccetera eccetera. 
Non credo fosse consapevole di tirare un ponte tra letterature diverse e distanti tra loro ma, diamine, lo ha fatto.

Gin a body meet a body
 Coming through the rye;
 Gin a body kiss a body,
 Need a body cry?

Cioè, traducendo letteralmente dal vernacolo scozzese: Se una persona incontra una persona che viene attraverso la segale; se una persona bacia una persona, deve una persona piangere? Da qui la difficoltà a tradurre il titolo originale “The catcher in the rye” (l’acchiappatore nel campo di segale).
Peccato!
Peccato perché il libro non è un lungo romanzo con un ritratto insistito e minuzioso del giovane Holden; peccato perché il senso del titolo, in questo che è un racconto di un tempo adolescenziale breve e significativo per il protagonista, è tutto poeticamente spiegato nel colloquio notturno tra Holden e la sorellina Phoebe. 
E’ un passo splendido che da solo, per chi ha cuore, vale tutto il libro. 
Diventare acchiappatore nel campo di segale e salvare così i giovani giocatori dal burrone è quello che Holden vorrebbe diventare.

Lo schema del libro comunque è questo.
•        Breve introduzione su di Holden e del suo contesto
•        Saluto al professore Spencer
•        Cena e successiva uscita con Brossard ed Ackley
•        Fuga da Pencey
•        Aperitivo con le tre ragazze dell’albergo
•        Al locale di Ernie
•        L’avventura con Sunny e Maurice
•        Acquisto del disco per Phoebe
•        Uscita con Sally
•        Aperitivo con Luce
•        Ubriacatura di Holden e successiva rottura del disco
•        Ritorno a casa per parlare con Phoebe
•        Notte a casa del professor Antolini e poi vicino alla stazione
•        Ritorno alla vecchia scuola per salutare Phoebe
•        Uscita con Phoebe fino allo zoo
•        Decisione di rimanere a New York

la copertina del disco che Holden compra per la sorellina Phoebe

Jerome David Salinger è nato nel 1919, ha scritto “Il giovane Holden” a 32 anni, è morto nel 2010 che ne aveva 91. Di lui si sa che ha scritto tanto ma ha pubblicato poco. 
Nel testamento ha lasciato scritto che i suoi inediti potranno essere pubblicati cinquanta anni dopo la sua morte e quindi, chi potrà e vorrà, dovrà aspettare il 2060. 
Riguardo al suo “The catcher in the rye” pretese e ottenne copertine semplici, senza illustrazioni accattivanti, perché convinto che chi comprava il libro lo doveva fare solo se attratto dalla storia e non dalla copertina. Esempio raro che piacerebbe ad un mio amico e che dovrebbe far riflettere sia chi legge che chi pubblica e vattelappesca. 
Meno titoli esca e meno copertine esca potrebbero farci leggere tutti meglio. 
Il vecchio J.D. è stato una persona schiva che amava vivere lontano dai riflettori in una, rarissima, intervista del 1974 disse:
"Non pubblicare mi dà una meravigliosa tranquillità...Mi piace scrivere. Amo scrivere. Ma scrivo solo per me stesso e per mio piacere."

Sarebbe bello se tanti scrittori troppo prolifici rispetto alla loro vena creativa ne facessero tesoro, eccetera eccetera.

P.S.: il libro è, per chi le ama, una miniera di citazioni e alcune sono più famose dell’unica che riporto.
“Sento un po' la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. 
Non raccontate mai niente a nessuno. 
Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.”

(Il giovane Holden)





2 settembre 2015

Presentazione dell'ultimo libro. Invito



Prima presentazione del romanzo RIP di Marco Valenti

RIP
di
Marco Valenti

Antonio Tombolini Editore
Collana di narrativa Officina Marziani

Insieme al Direttore editoriale Michele Marziani l’autore Marco Valenti presenta il suo ultimo libro
a  
ROMA
il 29 settembre 2015
alle 17,00
BIBLIOTECA STORICA DEL MEF
Ministero dell’Economia e Finanze
Via XX Settembre, 97

Chi intende partecipare deve mandare una email per avere l’accredito all’indirizzo biblioteca.storica@tesoro.it con oggetto: “Partecipazione presentazione letteraria del 29 settembre”.




Il libro è uscito a novembre 2014 ma, finora, non ho mai voluto presentarlo in un incontro con i lettori. 
Il prestigio della sede che ospiterà l’incontro mi ha fatto vincere ritrosie e pudicizie.
Non credo di aver scritto, ancora, qualcosa di importante come RIP e molte cose mi intimidiscono. 
Michele Marziani, scrittore, mio direttore editoriale e amico, mi aiuterà.
Datemi una mano anche voi, venendo e invitando altri a farlo. 
So bene che è un martedì e che l'incontro è alle cinque del pomeriggio ma ve lo sto dicendo per tempo. 
Il luogo merita ma non consente incontri in orari più comodi. 
Vorrei la sala piena e che questo avviso venisse condiviso il più possibile. 
Spero veniate in tanti e vi aspetto: grazie e buone letture sempre, 
Marco

P.S.:un link al libro è http://store.streetlib.com/rip

15 giugno 2015

Concerto in memoria di un angelo, di Monsieur Schmitt



Concerto in memoria di un angelo
Eric-Emmanuel Schmitt
Edizioni E/O - 2010
Traduttore: Alberto Bracci Testasecca
192 pagine
ISBN: 9788876419072
Ne raccomando vivamente la lettura: è un libro composto da quattro racconti e delle note dell’autore. 
Il primo racconto, “L’avvelenatrice”, tratta di un’anziana signora cattiva, addirittura un’assassina, che intraprende un cammino di redenzione quando un prete giovane e bello si interessa a lei, salvo interromperlo bruscamente non appena l’uomo dei suoi sogni viene trasferito altrove.
Nel secondo, “Il ritorno”, è di scena un padre

4 maggio 2015

Principi necessari per tacere



Mi ripropongo e propongo a tutti, in questa epoca di (a)social forum dove tutti parlano di tutto con tutti e non sanno con chi parlano e, a volte, non sanno neanche di cosa parlano dei "moderni" principi per l'arte di tacere.
Auspico sia per me un promemoria da non dimenticare mai.
Sono convinto giovi anche ad altri.

-È bene parlare solo quando si deve dire qualcosa 

che valga più del silenzio.

-Esiste un momento per tacere, così come esiste 

un momento per parlare.

-Nell'ordine, il momento di tacere deve venire 

sempre prima:

solo quando si sarà imparato a mantenere il 

silenzio, si potrà imparare a parlare rettamente.
 
-Tacere quando si è obbligati a parlare è segno di

 debolezza e imprudenza, ma parlare quando si 

dovrebbe tacere, è segno di leggerezza e scarsa

 discrezione.
 
-Mai l'uomo è padrone di sé come quando tace:

 quando parla sembra, per così dire, effondersi e 

dissolversi nel discorso, così che sembra 

appartenere meno a se stesso che agli altri.
 
-Quando si deve dire una cosa importante, bisogna stare particolarmente attenti:

è buona precauzione dirla prima a se stessi, e poi 

ancora ripetersela, per non doversi pentire quando

 non si potrà più impedire che si propaghi.
 
-Quando si deve tenere un segreto non si tace mai

 troppo:

in questi casi l'ultima cosa da temere è saper

 conservare il silenzio.
 
-Il riserbo necessario per saper mantenere il 

silenzio nelle situazioni consuete della vita, non è

 virtù minore dell'abilità e della cura richieste per

 parlare bene; e non si acquisisce maggior merito

 spiegando ciò che si fa piuttosto che tacendo ciò che si ignora.


 Talvolta il silenzio del saggio vale più del

 ragionamento del filosofo:
è una lezione per gli impertinenti e una punizione

 per i colpevoli.
-Il silenzio può talvolta far le veci della saggezza

 per il povero di spirito, e della sapienza per l'ignorante.
 
-Si è naturalmente portati a pensare che chi parla

 poco non è un genio, e chi parla troppo, è uno

 stolto o un pazzo:
allora è meglio lasciar credere di non essere genii

 di prim'ordine rimanendo spesso in silenzio, che

 passare per pazzi, travolti dalla voglia di parlare.
 
-È proprio dell'uomo coraggioso parlare poco e

 compiere grandi imprese;
è proprio dell'uomo di buon senso parlare poco e

 dire sempre cose ragionevoli.
 
-Qualunque sia la disposizione che si può avere al

 silenzio, è bene essere sempre molto prudenti;
desiderare fortemente di dire una cosa, è spesso

 motivo sufficiente per decidere di tacerla.
 
-Il silenzio è necessario in molte occasioni; la

 sincerità lo è sempre: si può qualche volta tacere

 un pensiero, mai lo si deve camuffare. Vi è un

 modo di restare in silenzio senza chiudere il

 proprio cuore, di essere discreti senza apparire

 tristi e taciturni, di non rivelare certe verità senza

 mascherarle con la menzogna.
Abate Dinouart
(1771)
"L'arte di tacere"