marco valenti scrive

marco valenti scrive

14 febbraio 2019

Capolinea





Roma
Piazza Cavour
 Gennaio 1985

la fermata  dell'autobus n.34 
dopo la nevicata

foto di Marco Valenti
(Nikon FM)






Com'era Roma all'epoca?

Bella.

E tu?

Giovane.

5 febbraio 2019

Riabitare l'Italia





RIABITARE L'ITALIA
Le aree interne tra abbandoni e riconquiste

Progetto di: Filippo Barbera, Fabrizio Barca, Giovanni Carrosio, Domenico Cersosimo, Antonio De Rossi, Carmine Donzelli, Arturo Lanzani, Laura Mascino, Pier Luigi Sacco

A cura di Antonio De Rossi

Progetti Donzelli
2018, pp. VIII-594, rilegato
ISBN: 9788868438494

«Invertire lo sguardo. 
Guardare all’Italia intera muovendo dai margini, dalle periferie. Considerare le dinamiche demografiche, i processi di modernizzazione, gli equilibri ambientali, le mobilità sociali e territoriali, le contraddizioni e le opportunità, per una volta all’incontrario. 
Partendo dalla considerazione che l’Italia del margine non è una parte residuale; che si tratta anzi del terreno forse decisivo per vincere le sfide dei prossimi decenni.»

Innanzi tutto che cosa si intende per “aree interne”? 
Cerco di spiegarlo in breve. 

Per ogni Comune italiano è stata misurata la distanza dai principali centri di offerta di servizi essenziali (salute, istruzione, mobilità collettiva), la perdita demografica negli anni, la perdita di superficie agricola utilizzata per arrivare ad una classificazione di perifericità piuttosto scientifica.

Ne è derivato che risultano aree interne, periferiche, il 53% dei comuni (sono in tutto 4.261), che ospitano il 23% della popolazione (oltre 13 milioni di abitanti), ed occupano una porzione del territorio che supera il 60% della superficie nazionale.

Questo saggio è interessantissimo e fortemente attuale, utile a pensare al nostro Paese – ai suoi pieni e ai suoi vuoti – con occhi un po’ più consapevoli e sguardo più educato. 
Non è un manuale ma raccoglie e analizza storie e dati difficilmente controvertibili fino a consentire ad un lettore attento di maturare opinioni o anelare traiettorie di sviluppo territoriale sensate.

Per capirci: non per luoghi comuni o per sentito dire.
Leggere, informarsi e formarsi è l’unica ancora di salvezza ad un mare mainstream di pronta beva.



Chi legge il mio blog sa che non parlo spesso di libri e che ne parlo a modo mio, senza pretese elevate: questo saggio mi ha tenuto per parecchi giorni lontano da un bel giallo italiano che non vedo l’ora di leggere.
Ma è un testo utile, utilissimo, a pianificatori, paesaggisti e paesologi, urbanisti e ambientalisti, sociologi e statistici, pensatori e sognatori.

Perché vi piaccia non serve che abitiate la periferia del mondo ma che vogliate guardare il mondo che abitate anche (almeno anche) dal suo bordo oltre che dal centro.


Riporto di seguito utili informazioni dal sito dell’Editore Donzelli.

A dispetto dell'immagine che la vuole strettamente legata a una dimensione urbana, l'Italia è disseminata di «territori del margine»: dal complesso sistema delle valli e delle montagne alpine ai variegati territori della dorsale appenninica, e via via scendendo per la penisola, fino a incontrare tutte quelle zone che il meridionalismo classico aveva indicato come «l'osso» da contrapporre alla «polpa», e a giungere alle aree arroccate delle due grandi isole mediterranee.

Sono gli spazi in cui l'insediamento umano ha conosciuto vecchie e nuove contrazioni; dove il patrimonio abitativo è affetto da crescenti fenomeni di abbandono; dove l'esercizio della cittadinanza si mostra più difficile; dove più si concentrano le diseguaglianze, i disagi. 
Sommandole tutte, queste aree - «interne», «fragili», «in contrazione», «del margine» -, ammontano a quasi un quarto della popolazione totale, e a più dei due terzi del l'intero territorio italiano. 

27 gennaio 2019

Il mare nero dell'indifferenza





LILIANA SEGRE - IL MARE NERO DELL'INDIFFERENZA


Editore: People

Pagine: 110

Formato:brossura

EAN: 9788832089011


"Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare. Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata. Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere. Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro.

Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza. Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva. Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno. Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere.

Ricordo la prima selezione. Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice. «Forse mi manderà a morte per questa…» pensai e mi venne il panico. Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro.

20 gennaio 2019

Inventando con colatura di alici





Quando non si è cuochi, in cucina si fa quel che si può con quello che si ha.
Il resto lo fanno il gusto, la memoria di un sapore, il tentativo di replicare un piatto assaggiato altrove, la voglia di sperimentare dosando ingredienti amici.
Durante le vacanze di Natale avevo mangiato il mio primo piatto di spaghetti con la colatura di alici.

Le origini della colatura di alici risalgono ai Romani, che producevano una salsa molto simile alla colatura odierna, chiamata garum. (sempre grazie, cara wikipedia) La ricetta venne poi in qualche modo recuperata nel Medioevo da parte dei gruppi monastici presenti in Costiera, i quali ad agosto erano soliti conservare sotto sale le alici in botti di legno con le doghe scollate e poste in mezzo a due travi, dette mbuosti; sotto l'azione del sale, le alici perdevano liquidi che fuoriuscivano tra le fessure delle botti. Il procedimento si diffuse successivamente tra la popolazione della costa, che la perfezionò con l'utilizzo di cappucci di lana per filtrare la salamoia. È oggi rinomata quella di Cetara, in costiera amalfitana, ma ce ne sono di ottime in tutto il sud Italia.

Oggi al supermercato il mio occhio è caduto su una bella bottiglietta ambrata: l’ho acquistata ed ho deciso di fare la mia pasta.
In un primo momento ho pensato ai capperi da mettere nell’intingolo, ma poi la ricetta, come dicevo in apertura, l’ha fatta la dispensa.
Sono ancora buoni (per poco e pochi ne restano) i pomodori acquistati in agosto, gli invernali gialli.
Per prima cosa ne ho affettati cinque o sei. Non a spicchi: a rondelle. Ho messo un pochino di zucchero di canna sul fondo della padella e li ho sommariamente caramellati. Appena dorati ho aggiunto un filo d’olio e ho lasciato ancora rosolare.
Ho aggiunto due o tre sfoglie di aglio (congelato in teste, proveniente dalla campagna romagnola che produce bio, stessa provenienza dei pomodorini), un altro filo di olio e due bei cucchiai di polpa di pomodori secchi, di provenienza materana (ah, ad avere ancora dei cruschi!)
Il non avere pensato in anticipo alla ricetta non mi ha dato tempo di preparare i pomodori secchi di Pachino presi a Marzamemi.
Ho cotto duecento grammi di spaghetti grossi in acqua non troppo salata, ed intanto ho preparato la mollica a modo mio. Su questo blog la ho spiegata QUI .

Ho scolato la pasta al dente e l’ho saltata nella padella con due cucchiai di colatura di alici.
Poi ho preparato i piatti mettendo a guisa di parmigiano la mollica e versato ancora un giro di colatura che non ha visto fiamma sul piatto pronto.



Ingredienti:
Salsa: colatura di alici, pomodori d’inverno, aglio, olio, pomodori secchi sottolio.
Mollica: pangrattato, olio, alici, pecorino.
Ottimo pranzo. 
Sarà da ripetere, magari provando a mettere anche due foglie di menta.