marco valenti scrive

marco valenti scrive

23 giugno 2010

Dolenza e musica

Ho analizzato continuamente il mio mondo, il mio modo di scrivere come il mio modo di leggere, o di ascoltare musica, come di guardare i film.
È utile per tararsi e andare avanti meglio che si può. Credetemi.
Ho scoperto che un tratto che mi affascina e mi commuove potrebbe definirsi “della dolenza”.
Difficile da spiegare me mi ci provo.
Qualche esempio aiuta.
I western movie crepuscolari di Clint Eastwood da vecchio, un certo Ivano Fossati, la sensazione di leggero dolore di frasi di libri belli.
Quel “non so che” che ammicca al dolore un attimo prima che sia dolore che morde, la malinconia sana prima della tristezza, la nostalgia, il senso di appartenenza tra stranieri, il desiderio manifesto ma non urlato.
Ci siamo?
Il dondolio del capo di Ray Charles, certi tramonti assassini, il profumo della pizza bianca col rosmarino.
Il rosmarino.
Una frase ricorrente, un ricordo struggente, una inadeguatezza timida, il sentirsi leggermente fuori posto o fuori sinc…
Le barzellette un po’ spinte del tuo sconosciuto vicino di tavolo e la tua reazione irrigidita, il mal di testa un attimo prima che sia nefasto, la sensazione di altrove che permea certa letteratura.
Il desiderio di appartenenza a un club che mai ti vorrebbe o che ancora non c’è.
La Patria, il desueto, il fuori posto.
Il sentirsi appena dolorosamente fuori posto.
La sedia che manca e resti in piedi. I piedi troppo pieni di scarpe. Il vino un attimo prima dell’ubriachezza.
Commuoversi, ma solo appena, per cose che generalmente irritano la massa.
Assaporare un po’ di tristezza anche nel piacere gioioso.
Le movenze di tutto ciò mi fanno amare particolarmente alcuni film e alcune canzoni.
Il cielo sopra Berlino, Manhattan, Gli spietati, American Beauty…
Ovvio che potrei seguitare a lungo senza riuscire a spiegarmi oppure, essendoci riuscito benissimo, annoiare oltre ogni misura.
Allora posto una canzone di smisurata dolenza, che più di ogni altra parola offre il giusto metro di quello che intendo.
C’è in lei la consapevolezza e la ostentazione di quanto intendo dire.
Comunque, che mi sia spiegato o no, è bellissima.
Come diceva Totò: “A prescindere”.






Guarda…io sono da sola ormai.
Credi…non c'e' più nessuna che
quando chiedi troppo e lo sai,
quando vuoi quello che non sei te
ricordati di me …forse non ci credi.

Sguardi …guarda sono qui per me
Non ti ricordi …eri come loro te.
Sono tutti quanti degli eroi
quando vogliono qualcosa …beh
lo chiedono lo sai… a chi può sentirli…

La cambio io la vita che
non ce la fa a cambiare me
bevi qualcosa, cosa volevi
vuoi far l'amore con me
la cambio io la vita che
che mi ha deluso più di te
portami al mare, fammi sognare
e dimmi che non vuoi morire...

Dimmi…sono solo guai per te.
Dimmi, ti sei ricordato che
hai una donna che se non ci sei
come fa a resistere senza te.
Piangi insieme a me dimmi cosa cerchi.

La cambio io la vita che
non ce la fa a cambiare me
bevi qualcosa, se non ti siedi
vuoi far l'amore con me
la cambio io la vita che
che mi ha deluso più di te
portami al mare, fammi sognare
e dimmi che non vuoi morire...

la la la…

e dimmi che non vuoi morire...

21 giugno 2010

Ci si può girare intorno


… ci si può girare intorno quanto si vuole, prendersi in giro e falsificare la verità ma, se è vero come è vero quel che è vero, la realtà è la realtà, le cose sono - a prescindere da tutto - come sono e se lo sai ci devi fare i conti.

… le cose con cui fare i conti sono le cose importanti, e le cose importanti non sono mai urgenti.

Ed è vero, come è vero, quel che è vero.

In fondo i casi delle cose non sono che tre: uno è che sei cretino, due è che muori prima e non fai a tempo, tre è che - prima o poi - ci arrivi.

Quando ci arrivi e ci fai i conti fino in fondo ci può anche stare che ti fai male.


Da “Cometa e bugie” di Marco Valenti


http://www.lafeltrinelli.it/products/2120004496499/cometa_e_bugie/Marco_Valenti.html?prkw=cometa%20e%20bugie&srch=0&Cerca.x=27&Cerca.y=15&cat1=1&prm=

17 giugno 2010

B come bugie


E, dopo tutto, che cos’è un bugia? / Solo la verità in maschera.

George Gordon Byron, Don Giovanni.


Le bugie sono per natura così feconde, che una ne suole partorir cento.

Carlo Goldoni, Il bugiardo.


Più dici la verità, e più potrai dir bugie.

Mino Maccari, L’antipatico.


Una piccola inesattezza qualche volta risparmia tonnellate di spiegazioni.

Saki, Bestie e superbestie.


La cosa che non era.

Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver.


Ci fu chi mentì sapendo di mentire e chi sperò di non mentire, chi lo volle e chi ci si trovò. Tre bugie.

Marco Valenti, Cometa e bugie.


A giurar presti i mentitor son sempre.

Vittorio Alfieri, Virginia, Atto II, scena III.


A lungo andare i bugiardi non solamente non sono creduti; ma essi non sono ascoltati; sì come quelli, le parole de’ quali nuina sostanza hanno in sé né più né meno come s’eglino non favellassimo, ma soffiassimo.

Giovanni Della Casa, Il Galateo

14 giugno 2010

settanta anni di Francesco


Piaccia o meno il suo modo di cantare, di comporre, di porgere io credo che su Guccini si sia lavorato di preconcetti – da una parte e dall’altra.
Trovo che sia un narratore straordinario, un cantastorie unico nel panorama della sua generazione e oltre.
Per questo, oggi che compie 70 (diconsi: settanta!) anni, mi piace postare una canzone meno conosciuta di altre che, tuttavia, esemplifica meravigliosamente quello che ho affermato.
Keaton (da: "Signora Bovary")
Auguri.





Lo chiamavamo Keaton quel pianista,
naturalmente perchè non sorrideva mai,
mentre noi ci ammazzavamo di risate
a vederlo là, come un parafulmine, dritto contro un cielo di guai;
guai di tasca a violoncello, guai d' amore,
guai da vita distratta e disperata
che ricamavano dentro al suo stupore
una tela affascinante, ma un po' troppo delicata...

Keaton si presentò come un jazzista,
appassionato e puro, in stile Rete Tre,
coi pregiudizi di chi si sente artista
perchè non faceva soldi, lui, con le canzoni, come me,
ma non mi accompagnava poi malvolentieri,
eravamo due grandi acrobati della malinconia
e poi, poi dobbiamo farne di mestieri
noi che viviamo della nostra fantasia...

Parlavamo poi molto in quelle sere,
in qualche bar, dopo il concerto, insonni e morti,
di politica, ciclismo, storie vere
e di come i "Weather Report" erano forti
e di come era importante fra la gente
non essere solo musica e parole
e di come era importante che la gente
non fosse una massa di persone sole...

Ah, Keaton, Keaton, che fine hai fatto, Keaton?
Sei poi andato in malora, Keaton?
Lo sai che ti sto venendo a cercare?
Keaton, ah, Keaton, perchè stanotte, Keaton,
proprio stanotte, Keaton, avrei bisogno di sentirti suonare...

S' illuminava poi come di colpo
lungo l' effimero consueto di una sera,
s' illuminava di una gioia grande
quando si avvicinava a una tastiera
e preferiva quelle un poco usate,
quelle in cui tutti mettono le mani,
quelle ingiallite dal tempo, un po' scordate
dall' ignoranza e dalla passione degli umani...

E poi una volta abbiamo litigato
per una donna prima sua e poi mia,
lui coi suoi guai, io col mio quasi peccato,
sconfitti entrambi dalla gran malinconia;
ci siamo persi quasi senza una parola,
ma tutti e due con più rabbia che rimpianto,
come i bambini che si fan dispetti a scuola,
come due vecchi che si sono amati tanto...

Poi ho provato a rintracciarlo dappertutto,
chiedendo a più d' un dirigente supponente,
telefonando all'Arci-caccia, all'Arci-tutto,
ma di Keaton sembra non sia rimasto niente.
Se se ne parla è nel ricordo di un momento,
qualcuno dice che l' ha visto, ma lontano,
e tutti, tutti con un gran sorriso spento
come per dire: "Era un ragazzo troppo strano".

Ah, Keaton, Keaton, che fine hai fatto, Keaton?
Se mi vedessi col mio trench stile Bogart, Keaton,
sotto la pioggia che ti vengo a cercare...
Keaton, ah, Keaton, perchè mi manca, Keaton,
questa notte mi manca la tua voglia di star qui a suonare...

E finalmente un chissacchì non mi delude,
forse, però non sa, probabilmente,
è in una provincia lontana come una palude
dai nostri discorsi di suonare fra la gente;
una provincia come una sconfitta,
meno che essere una minoranza dignitosa,
e una palude è certo troppo fitta
di voli di zanzara per suonarci qualche cosa....

Lo trovo e sembra che non sia più Keaton,
anche se è contento di vedermi.
"Sembrava facile toccarlo con un dito", dice,
"ma il cielo ci ha voluto tutti fermi".
E finalmente ride, ma ride tanto ed è ingrassato
e giura troppo che non sta poi male,
il jazz ormai se l' è dimenticato:
ci son parole, tempi e ritmi anche dentro un ospedale...

E nel lasciarmi all' inizio della sera:
"E' come", dice, "alla fine del cinema muto,
c'è il sonoro, non serve una tastiera..."
Ci salutiamo nel silenzio più assoluto...
Ed esco fuori con i miei giornali
e non ho voglia di ridere per niente,
ho un treno che mi aspetta alla stazione,
mi dà fastidio anche il rumore della gente...

Ah, Keaton, Keaton!

Keaton, quello vero, l' ultima volta che l' hanno visto passeggiava
lungo le strade e per il vento di Roma
durante le pause di un film con Franchi e Ingrassia.
Aveva in corpo mille litri di alcool,
la faccia la solita, senza allegria;
si ubriacava ogni giorno con la troupe borgatara
alla faccia della cirrosi epatica,
perchè lui ci teneva al suo pubblico,
più che al suo fegato,
e gli elettricisti sono gente simpatica;
gli urlavano infatti "anvedi s'è forte 'sto Keaton!",
bevendo il bianco misterioso dei colli di Roma
o quello forte del sud che fa assaggiare l' infinito
a tutta la gente di bocca buona...

10 giugno 2010

roba di calcio


Ammetto di essere tifoso di calcio.
Non sono tra quelli che vanno allo stadio (ci sono stato pochissime volte nella mia vita) ma sono profondamente tifoso.
Il mio umore del lunedì dipende, anche, da cosa è successo sui campi di gioco durante il fine settimana.
Confesso che diverse volte ho acquistato la partita in televisione per poterla vedere e che mentre vedo le partite, a casa, offro il peggio di me.
Sono l’apoteosi del partigiano.
Tutto ciò premesso vorrei dire la mia sul come mai l’invincibile armata internazionale abbia vinto, tra le altre cose, lo scudetto.
Due, miseri ma bastanti, punti sopra la squadra che amo.
Una partita.
Una partita giocata quando ancora l’internazionale pareva assolutamente irraggiungibile.
La Roma è in trasferta, il primo tempo è finito a reti inviolate e la squadra di casa gioca bene. Inizia la ripresa e dopo meno di dieci minuti Vucinic viene steso nell’area avversaria: ineccepibile rigore trasformato e vantaggio.
Da lì al novantesimo minuto la Roma segna ancora: due a zero (Perrotta) e tre punti da riportare a casa.
Ma ecco che avviene l’incredibile, quello che renderà la partita epica per i padroni di casa: due gol.
Una rete al quarantaseiesimo minuto; la seconda solo tre minuti dopo.
Due gol a partita finita.
Bellissimo il primo, fortuito il secondo: non è, purtroppo, rilevante.
Cagliari-Roma 2-2: Pizarro, Perrotta, Lopez, Conti (figlio d’arte) i marcatori.
La Roma non prende più tre punti ma solamente uno.
Con i ma ed i se non si scrive la storia. Tuttavia, senza quei tre minuti di follia del sei gennaio duemiladieci, la Roma avrebbe vinto sulla armata internazionale.
Questo non è un post: è catarsi psicoanalitica.
Un sorriso a tutti, a prescindere dal tifo, da
Emmevù


p.s.: dedicato a Giuseppe Manfridi, autore teatrale e tifoso, ed al suo progetto teatrale "dieci partite" (informatevi).http://www.ilgiornale.it/roma/giuseppe_manfridi_porta_scena_piu_belle_partite_maggica/13-04-2010/articolo-id=437217-page=0-comments=1

9 giugno 2010

l'avvertenza

Classe prima.
Mentre sono sul treno regionale tra Bologna e Bolzano, destinazione finale del viaggio, noto che su ogni finestrino c’è un foglietto di carta con su scritto “Classe 1°”.
Il biglietto è una semplice fotocopia in bianco e nero, tenuta al vetro con due pezzettini di nastro adesivo bianco: dalle dimensioni potrebbe essere un A4 diviso in quattro parti.
È stampato fronte retro per poter essere letto anche da chi deve salire sul treno, nelle stazioni ferroviarie e sia la luce del pomeriggio che la poca grammatura della carta adoperata fanno si che si veda in trasparenza il lato esposto all’esterno: per intenderci l’1 pare una freccia che punta verso l’alto.
Per riuscire a leggere una scritta più piccola, posta sotto “Classe 1” mi è indispensabile inforcare gli occhiali da lettura. La riporto.

AVVERTENZA: chiunque distacca, lacera o rende comunque inservibile il presente cartellino, commette un reato punibile a termine di legge.

Mentre, complice il viaggio lungo, ragiono sull’uso dei tempi nella frase e sulla sua correttezza (io avrei scritto: “chiunque distacchi, laceri o renda inservibile ecc. ecc…”) e sulla necessità del richiamo alla punibilità di chi dovesse danneggiare qualche fotocopia affissa, il ripetersi in modalità casuale della musica dal mio Ipod mi chiarisce le idee…



Parte Renato Carosone con “Tu vuo fa l’Americano, ma si nato in Italy”.
Tutto è chiarissimo.
Giusto: questa è l’Italia e questi gli italiani, bellezza!!!
Emmevu

3 giugno 2010

Cometa e bugie










E' uscito
"Cometa e bugie"
di Marco Valenti

disponibile
nel catalogo Feltrinelli
(www.lafeltrinelli.it)

o ordinabile
in qualsiasi
punto vendita Feltrinelli.

Un romanzo e tre racconti in appendice.


Ecco la quarta di copertina.











C’è chi sostiene che eventi eccezionali come il passaggio di una cometa scombussolino equilibri emotivi già labili, senza bisogno di ulteriori spinte. A maggior ragione, se a scorrere in cielo è l’enigmatica Hale Bopp, con la sua coda bifida.


E’ solamente una tesi, ed è priva di riscontri oggettivi scientifici.



Il passaggio di Hale Bopp, nella primavera dell’anno millenovecentonovantasette, fu comunque un evento di fine millennio.


Ci fu chi mentì sapendo di mentire


e chi pensò di dire la verità.


Chi iniziò e chi finì.


Ci fu chi restò e chi andò via….





Tre bugie.



…Per colpa della


cometa del


marzo 1997.







Le cose con cui fare i conti sono quelle importanti.


Le cose importanti non sono mai urgenti.



Ed è vero, come è vero, quel che è vero.







Quando ci arrivi


e ci fai i conti, fino in fondo,


ci può anche stare che ti fai male.






1 giugno 2010

Gioco e ringraziamenti





Giusto poche, piccole, considerazioni.

Intanto trovo che la voglia di giocare sia una cosa bella, sana, e che prescinda dall’età; mi sento prossimo a chi persegue un po’ di leggerezza scherzando e giocando. Quando posso mi diverto, come posso, anche nel web.

Esistono, completamente gratis, dei siti in cui si può giocare con le immagini: si carica una propria foto in scenari preconfezionati e ne scaturiscono i più vari fotomontaggi. Divertenti, ironici, pieni di fantasia: cito, fra i tanti, www.photofunia.com, www.dumpr.net, www.imagechef.com.

Se non li conoscete e vi va di divertirvi fateci un giro.

Mi sono messo a giocare con l’immagine che compare sulla copertina del mio libro “Cometa e bugie” (l’immagine è stata creata da Martha Casa: bravissima!) ed ho chiesto aiuto, su Facebook, a pochi amici giocherelloni. Un gioco che è durato meno di quindici giorni, che mi ha divertito un sacco, per cui dico grazie di cuore a tutti i giocatori.

Chi segue questo Blog ma non è su Facebook non si preoccupi: funziona lo stesso (come tutto il resto del mondo).

Qualcuno, ovviamente, ha capito tutto e, quindi, sto svelando il classico "segreto di Pulcinella": altri hanno lodato una foto piuttosto che un’altra.

Parecchi hanno chiesto spiegazioni senza ottenere un granché.

Domani il libro “Cometa e bugie” esce: ovviamente ne sono contento.

Prestissimo dettagli sul libro e sulle modalità di acquisto.

(Stay tuned!).

Emmevù