marco valenti scrive

marco valenti scrive

25 gennaio 2012

Amarone





Come e più di parecchi, sono inadeguato a raccontare in modo dotto, appropriato e nobile, la maggior parte delle esperienze enologo-gustative degne di nota.
È per questo che in questo blog ci si accosta ai temi “ricette” e “vino” con quello che una preziosa amica ha definito “cialtron mood”.
La premessa è fondamentale.
Altrimenti ci potrebbero essere alte aspettative sul racconto di una cena in cui si sono stappate, dopo altre, due bottiglie di Amarone.


Prosaicamente (solo per misura) occorre considerare che le due bottiglie bevute hanno un valore non inferiore ai 50-60 euro: il prezzo non restituisce la misura dei valori, spesso la mistifica, ma ne parlo per dare conto immediato dell’importanza del vino ai non conoscitori.




Ricordo a tutti coloro che avessero voglia di fare un giro cliccando nella fascia destra di questo blog, alla voce ARGOMENTI, la tag che desiderano per scorrere post del medesimo genere (per esempio: bere con un senso, vini, ricette).


Procediamo con ordine.
Antefatto numero uno è un bel compleanno di una amica festeggiato in un locale di Roma, quartiere S. Lorenzo e un finale in cui l’amico gestore del locale le regala una bottiglia di amarone 2004 “I Saltari”.
Esce la promessa di berlo insieme e si discute su quali piatti potrebbero adeguatamente sostenerne il corpo.
Antefatto numero due è che questa cena, da me, prende corpo e consistenza in termini di amici partecipanti; ne deriva che, raggiunto il numero di undici ed essendo tale numero improponibile per una bottiglia di tal vino io decida di immolare alla serata il mio amarone 2005 Santi.

Ne scaturisce un convivio piacevolissimo.
Il racconto della cena, straordinaria, è per forza di cose lacunoso e improprio e ricorre a numerosissimi “link” di supporto per suggerire altri posti da visitare: se li aprite col pulsante desto del mouse rimanete con me, qui, e vi si aprono altri orizzonti.
L’amica del vino e del compleanno è una ottima cuoca, non solo nel senso che cucina bene ma nel significato vero del termine: è una cuoca, sa di cucina e la insegna con passione, ha un blog del quale più giù darò menzione.
Il menù.




Prosecco e salatini
Amatriciana con papiri di Gragnano
Chianti Riserva 2008
Stracotto di scottona
Formaggio Piave Dop con Miele o Fichi in agrodolce
Insalata
Crostata di mandarini
Dolce di riso
Carrello di liquori

Saltando l’ottimo prosecco i primo punto menzionabile è l’uso di una pasta corta, liscia, per l’amatriciana. I papiri del pastificio Gentile di Gragnano sono delle piccole sfoglie arrotolate, ruvide, che mantengono avidamente il sugo quanto e meglio di una rigata corta o del bucatino.
Ho già parlato in questo blog dell’amatriciana ma appuntatevi il nome di questo pastificio straordinario.

Il blog sull’Amatriciana:
http://lecosesonocomesono-mv.blogspot.com/2010/02/amatriciana.html


Sullo stracotto, invece, lascio parlare l’amica cuoca con il suo nuovo blog, a cui faccio auguri di successi e di lodi, e che vi invito a seguire, fidelizzandovi al più presto.
Eccolo.

http://paneecucina.wordpress.com/2012/01/25/stracotto-al-vino-rosso/
Nel link la ricetta dello stracotto.

I fichi in agrodolce sono stati fatti in casa e anche di questi ho già parlato.
Il blog sui fichi in agrodolce:
http://lecosesonocomesono-mv.blogspot.com/2011/08/fichi-in-agrodolce.html

Il formaggio Piave DOP è straordinario, vicino alle terre di produzione dell’amarone e vi si accompagna con naturalezza.
L’amarone offre, del resto, il senso compiuto al concetto di “vino da meditazione” e una fetta di formaggio stagionato ne assorbe l’urto alcolico e allunga le considerazioni che il suo impianto olfattivo e il suo finale, tannico e persistente, offrono.
Non voglio appesantire con questa ultima frase. Quel che intendo dire è che due amici possono tranquillamente fare serata con un Amarone e una fetta di Piave parlando dei massimi sistemi, o di donne. Praticamente lo stesso?
Non lo dico per sentito dire ma posso assicurarlo per esperienza personale. Fidatevi.


E qui, per ora, tralascio ogni altro per assecondare il desiderio di raccontarvi l’amarone.


La storia dell’Amarone è curiosa, perché è un vino nato nella prima metà del ’900 più errore che non per scelta. 

L’Amarone è il fratello del dolce Recioto, vino che si ottiene appasendo le uve locali (Corvina, Rondinella, Molinara, Oseleta e Corvinone) preventivamente “reciotate”. 
Praticamente si tagliava a metà il grappolo mettendo in appassimento solo la parte superiore: le recie, che in dialetto veneto sono le orecchie, sono proprio le recie ad avere la concentrazione più alta di zucchero rispetto alla parte bassa del grappolo meno esposta al sole. 
I grappoli venivano e vengono tuttora stesi su graticci di canna per circa 4 mesi locali arieggiati e al termine dell’appassimento, che permetteva di concentrare molto gli zuccheri, vinificate finché la fermentazione alcolica si bloccava spontaneamente per eccesso di alcol.
Quando tutto andava bene si otteneva quindi un corposo vino dolce da centellinare a fine pasto, ma quando qualcosa andava storto si otteveva il “Recioto scapà” ( scapà significa scappato in dialetto veronese) detto anche “Amarone”, dove gli zuccheri venivano consumati completamente durante la fermentazione ed il vino diventava secco. 

Si narra di una botte dimenticata, dell’assaggio del suo contenuto e dell’esclamazione: “Questo non è amaro… è amarone!”. 
Da questa leggenda il nome del vino.Anche se la prima etichetta di Amarone conosciuta risale al 1938, in realtà bisogna attendere il 1953 per trovare la prima Azienda che produce l’Amarone per scelta e non per sfortuna.Quindi l’unica differenza tra Recioto e Amarone è la fermentazione: nell’Amarone la fermentazione va fino alla fine e tutta la parte zuccherina diventa alcool (otteniamo perciò un corposo vino secco). Nel Recioto, invece, la fermentazione si ferma circa a metà mantenendo la parte zuccherina alta: il Recioto è un vino da dessert a pieno titolo.Nel degustare le due bottiglie ci siamo divisi su chi ha preferito i Saltari del 2004 e chi Santi del 2005.
Personalmente ho trovato la prima una punta troppo amara e tannica rispetto alla seconda.
Vi racconto della casa vinicola Santi e poi vi linko l’altra.
La Casa vinicola Santi, sorta ad Illasi nel 1843, rappresenta una delle più antiche cantine di tutto il veronese. A questa storica cantina, in particolare al cavalier Attilio Gino Santi, accademico della vite e del vino, si deve anche il merito di aver installato nel 1928, fra i primi nel veneto, un impianto di spumantizzazione col metodo charmat. Al di là del dato tecnico è interessante sottolineare il fatto che il primo vino ad essere spumantizzato dall’Azienda Santi è stato un Soave, segno che l’ obiettivo primario è sempre stato quello di nobilitare le varietà autoctone del territorio. Con il passare dei decenni l’Azienda Santi ha continuato a distinguersi per l’altissima qualità dei vini prodotti (Soave, Valpolicella, Amarone) e per la serietà e rigorosità del metodo produttivo. L’importanza ed il prestigio dei vini Santi non è pura retorica ma è testimoniato anche da storici ed illustri estimatori tra i quali va ricordato il primo Presidente della Repubblica Italiana, Luigi Einaudi. La moglie del Presidente era infatti amica della famiglia Santi ed aveva fatto conoscere questi vini veronesi al marito che ne era rimasto affascinato. E’ comunque sintomatico il fatto che l’immagine di grande onore e rispetto per questa Casa vinicola sia confermata dall’opinione di praticamente tutte le altre cantine del territorio che guardano con ammirazione a questa storica realtà al punto che l’amarone che produce sia, un po’, la pietra di paragone con gli altri.
Tornerò su altri punti.
Vi lascio con altri suggerimenti ma con l’invito a regalarvi una serata di Amarone.
Più di una.



http://it.wikipedia.org/wiki/Amarone_della_Valpolicella
(Wiki sull'amarone)

http://www.wineplanet.it/cantine/degustazione-amarone/
(degustare l'Amarone)

http://www.sartorinet.com/vino/amarone-i-salatari/
(Amarone SARTORI di Verona - i Saltari)

http://www.valpolicella.it/la-valpolicella.asp
(per concludere: LA VALPOLICELLA)

24 gennaio 2012

"Quelli che... Ohh, yes!"

Quelli che…


Quelli che la tele è inguardabile,però la guardano, oh, yes.


Quelli che vespa è uno sciacallo


ma il giorno dopo in ufficio commentano, oh, yes.


Quelli che fabio fazio è un poveretto


ma lo scrivono su feisbuc, perché lo sanno, oh, yes.


Quelli che per carità il grande fratello, oh, yes


Però leggono su yahoo che fine ha fatto marina la rosa,Oh, yes…Ohh, yes.




(Chiedo scusa al grande Enzo Jannacci)




Quelli che tutti rubano alla stessa maniera oh, yes;
quelli che si sbattono per riuscire a rubare. Oh, oh, yes.
Quelli in seconda fila, anche storti,
però solo un momentino, oh.. yes.
Quelli che il mio cane non la fa, le cacca,
tanto che la compriamo già fatta, oh, yes.
Quelli stitici perciò acidi.

Quelli che “mica lo ho votato io”
E quelli che non votano, oh, yes.
Quelli che meno tasse per tutti
e un milione di posti di lavoro,
quelli con mille euro al mese
e l’iPad sempre on line, oh…yes. Ohh, yes.
Quelli che è giusto evadere
perché le tasse sono inique,
quelli che il tintinnio di manette, oh, yes.
Quelli che io le tasse le pago tutte,
però il canone Rai, mica sono scemo! Oh yes… ohh, yes!
---
(Daccapo…)

19 gennaio 2012

Quarantamila

Rigovernando il Computer, stasera, entrando ho visto che il contatore delle visite a questo Blog ha superato 40 mila clic, visite,
dal primo gennaio
duemiladieci.

Allora mi sono fermato,
ho bevuto un altro dito di rosso, e vi sto scrivendo.

Al volo.

Due anni di grazie a tutti quelli che sono passati,
a quelli che hanno commentato firmandosi,
a quelli che non so chi siano ma hanno commentato,
a quelli capitati per caso,
a quelli che (me lo dicono le statistiche) sono inciampati qui da posti improbabili,
lontani,
ingovernabili da qui.

Anche a quelli capitati dalla Corea
(già: proprio da lì!) vorrei dire grazie.

Brindo alla vostra curiosità
e alla benevolenza.

Cin cin.

cento anni di Murolo

Roberto Murolo è nato a Napoli esattamente cento anni fa.

Non sono nessuno per poterne parlare come si dovrebbe, ma a mio avviso ha riscritto il modo di intendere – e interpretare – la grande canzone napoletana mostrandoci come porgere le melodie senza ostentare voci da lirica (o da sceneggiata). Un grandissimo chansonnier.

Scegliere tra le sue innumerevoli canzoni è quasi impossibile: da Malafemmena di Totò a Don Raffae’ di Fabrizio De Andrè, passando per un repertorio vastissimo.

Girando per youtube se ne trovano parecchi: mi ha colpito un bellissimo video di MrMillia74, che vi faccio ascoltare e vedere, per come ha sapientemente montato splendide immagini.

Questo il link al canale di MrMillia74: http://www.youtube.com/user/MrMilia74

Anema e core

Questo il solito link a Wikipedia. http://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Murolo

Cento anni di Roberto Murolo: buona musica a tutti noi!

13 gennaio 2012

Rosa & Ignacio


Scrivo. Dopo l'incipit di "Confessioni di un venditore di intimo femminile" (post del 28 novembre) ecco quello di "Di Ignacio e di Rosa". Solo l'incipit. Per ora.

La frontiera passa dove deve passare.
Certamente la frontiera è passata per la mia città, molti anni fa, quando gli europei ne hanno fatto prima fronte, trincea verso un nemico che non c’era perché la terra finiva, e poi estremo baluardo, non sia mai qualcuno venisse dal mare: un oceano improvviso e selvaggio che non avrebbe dato spazio a risultati di lotta ma solo a interminabili inutili attese.
Protesa la mia città sul mare, stesa come un lenzuolo ad asciugare, bandiera al vento e vento freddo, sarebbe piaciuta al Marco Polo e, più ancora al Kublai Kan di Calvino.
L’avrebbe citata come principessa delle città invisibili, eppure di solida roccia, malgrado il vento ed il mare con la sua immensità. Una città protesa, che storicamente ha sempre anelato al mare fino a sovrapporsi a se stessa pur di giungervi, una Venezia verticale, scoscesa e a coscia nuda qual Genova, fino al delirio di ponti sul mare, di strade che vi si infilano, parallele ad una costa mai ferma ma continuamente in curva, ritorta, una costa che non si vede quasi mai, se non per brevi scorci che son lampi nel buio di vicoli, e di stradelle impervie di umanità caduca e limacciosa.
Pericolosa città di coltello facile, e temperamenti estremi, che ha visto governatori sgozzati e incendi al catasto regionale, perché non si dovesse più sapere a chi fosse riconducibile un vano abitabile.
Città di facili costumi, ma costumata e timorata del dio dei marinai, profumata da sempre di pesce e di salmastro, presenza di un mare che è lì ma non si vede mai.

Dopo gli anni del potere e dei governatori forti, le mercanzie iniziarono a transitare per i porti più a sud, in quanto riparati dai danni ciclici dei venti da nord ovest (e c’è ben di peggio che il Pampero perché qui guardiamo l’altro oceano) e dalla insipienza degli uomini, e qui rimasero solo palazzi nobiliari e feste improponibili (e sconce). Da un lato la gente non lo perdonò e si disperse altrove nel mondo a far fortuna se poteva, comunque a vivere come meglio riusciva; dall’altro a frazionare e vivisezionare dopo appena un paio di generazioni quei palazzi nobiliari abbandonati, enormi e solitari, in un rifluire di sottomisure di case, affastellate e abusivamente fratte, con l’unico anelito di poter dire che avevano un occhio al mare.
I ponti dei nobili perché potessero scendere al bagno senza mischiarsi con il popolo divennero un ammonticchiare affaticato di casupole protese e i coloni di altrove mesti tornarono, da altrove, ad occuparle.
Dopo il governatore Antonio, detto il Grande e detto l’Ultimo, perché non ve ne furono dopo la sua morte, fu il caos. Antonio Iriarte morì, si disse, di infarto alla notizia dell’incendio del catasto comunale. Il catasto comunale era l’ultimo residuo del diritto in una terra ancora di frontiera dove il diritto non abitava più, baluardo residuo per dirimere le infinite ed aspre controversie sul diritto ad abitare porzioni di casa, ormai polverizzate a furia di dividere, ed ormai cancellate a furia di modificare mura.
La città perciò, dopo oltre cento anni da Antonio Iriarte, è in mano alla malavita, ai ricordi dolorosi e a Dio che sempre ne avrà misericordia perché deve avervi abitato, quando la città era tale da essere la più bella ed elegante città della costa del Paese.
Io che sono Ruperto Ortega, e taccio, per voler mantenere l’onore, i nomi – lunghi e complessi - del ramo materno, abito per rientro da tanti anni di miniera, con onore, una casa con terrazzo sul mare.
Sono nella città più alta e quel che avviene di sotto è cosa che vedo, conosco e controllo. Spazio dai vicoli alle terrazze restando falco e senza essere mai né lucertola né ratto: so che mi capirete se non entro nei dettagli.
Il vicolo incrocia con un altro dabbasso, molto più giù, tanto da far venire sovente un senso di vertigine a chi si affaccia dal mio terrazzo. Il mio terrazzo vede l’azzurro del mare e del cielo sposi all’orizzonte e, più giù, altre infinite terrazze che tentano di protendersi (alcune invano) verso il mare e verso l’orizzonte. Io conosco l’orizzonte e mi ci corico, mollemente appoggiando le mie ossa di vecchio, al tramonto; vedo sole di fuoco e mare e, col binocolo, ciurme di pescatori prendere il lago e tentare il pesce pilota delle balene che incrociano, ancora, queste acque. I vicoli sono infimi segni nel profondo di un pozzo di costruzioni che si intersecano, come sarebbe piaciuto al Kan e a Calvino.
Chiudo l’argomento dell’incendio, anche perché un paio di centinaia di anni sono sufficienti a che si possa scrivere la parola fine sull’episodio e su quel che ne seguì. L’episodio fu sicuramente doloso e provocato dagli stessi impiegati del catasto al servizio del governatore Antonio Iriarte, l’ultimo. Non erano in grado di fronteggiare, burocraticamente, l’orda ormai secolare di persone che agitando carte, cavilli e perizie, cercava di veder sanciti i propri diritti di possedere ed abitare porzioni sempre più parcellizzate di unità immobiliari. I ricorsi e le diatribe forensi erano tali che le procure non si occupavano di altro. Potevi stuprare cento vergini ma, se non eri ingabbiato in flagranza di reato, per una denuncia potevi beatamente vivere e morir di vecchiaia nel tuo letto di sodomita aspettando il processo. Le corti erano impegnate a disbrigare questioni di lotti catastali, di proprietà divise fino all’inverosimile, di guerre di sangue tra parenti per un terrazzo o una veranda.
Dopo il colpo apoplettico che spazzò via Iriarte, spezzandone il cuore debole, provarono a ri-costruire il catasto moderno mandando messi comunali a far piante di appartamenti e perizie giurate. In alcuni quartieri, focosi e decisamente poco raccomandabili, ne morirono diversi. Semplicemente, invece di confutare le loro conclusioni, li uccidevano barbaramente. Credo che, ad oggi, alcuni confini di caseggiati siano lasciati al buon senso ed alla consuetudine. Lì vive Ramon, figlio di Adele e di Ugo, e niente leverà la vista dell’oceano agli occhi suoi verdi e di suo figlio Pedro. Se Pedro sposerà Maria anche lei avrà gli occhi perduti nel mare e nulla potrà cambiare lo stato delle cose.
Mi chiamo Ruperto Ortega, per tacer del ramo di mia madre, ed abito un appartamento con una terrazza rivolta la mare, per grazia di Dio e senza che alcuno possa mai far nulla per cambiare la cosa come è.
Sono Ruperto Ortega, ingegnere minerario in riposo dopo il lavoro e mi godo la pace della mia posizione nella città che mi ha visto prima nascere e poi partire a fare soldi e fortune ed oggi vecchio e sfrontato a dire qualsiasi cosa mi vada di dire. Non ci sarà coltello mai abbastanza veloce da tagliarmi la lingua e sputarmi via gli occhi.
La terra della frontiera ha in me un suo figlio devoto.

10 gennaio 2012

in questo mondo di ladri

In questo mondo di ladri,
in questo mondo di eroi,

Comincia il 2012 e non riesco a non levarmi il primo sassolino dalla scarpa dell’anno.

Per farlo prendo in prestito un articolo del Corriere della sera del 27 dicembre dello scorso anno in cui si da voce ad una indagine della guardia di finanza.

“Consulenze e incarichi privati
Il doppio lavoro degli statali”

Il rapporto narra che, negli ultimi tre anni, sono stati scoperti 3.300 dipendenti pubblici che, senza averne l’autorizzazione, hanno svolto un secondo lavoro.

Ecco il link alla dirompente inchiesta:

http://www.corriere.it/economia/11_dicembre_27/Consulenze-Incarichi-Privati-Doppio-Lavoro-degli-Statali-starzanini_fd675950-3051-11e1-8f40-f15d26f90444.shtml#.TvmziNvALOE.facebook

Avendo tempo invito tutti non solo a leggere il delizioso articolo ma, soprattutto, i commenti indignati di molti che partono da questo scoop giornalistico per scagliarsi contro l’inefficienza e la pelandronaggine di quei farabutti dei ministeriali italiani.

Proviamo a fare qualche considerazione?

La prima è che chi sbaglia deve pagare. Sempre e comunque. Quindi è sacrosanto che questi 3.300 dipendenti pubblici vengano sanzionati con il massimo della pena.

La seconda considerazione è che in ogni ufficio pubblico esiste una piramide di subordinazione che parte dall’ultimo degli impiegati e sale fino alle posizioni dirigenziali a loro volta divise in livelli. Perciò qualcuno, che doveva dirigere questi “malfattori” non ha vigilato sul loro operato e non si è accorto che, in modi diversi, facevano altro rispetto ai loro compiti. Anche i diretti responsabili dell’operato di questi impiegati pubblici vanno sanzionati.

Lo dico perché se in un ufficio c’è un capo, questi deve sapere come impiegano il loro tempo i suoi dipendenti e se lavorano per l’ufficio stesso o per altre cose non inerenti.

Le terza considerazione è che il numero dei dipendenti pubblici in Italia ammonta a tre milioni e quattrocentomila persone. Meno di uno su mille ha contravvenuto la legge.

Meno di uno su mille.

In tre anni, in media, hanno trovato dei fuorilegge, nel settore “dipendenti pubblici”, con la media annua dello 0,33 per MILLE: ma che notiziona!!!!

Sono più che discrete le probabilità che i malviventi, nel settore, siano di più dello 0,33 per mille scovato negli ultimi anni.

Tra il resto del Popolo italiano indignato sono certo le percentuali di malfattori siano, invece, di gran lunga inferiori: non ne siete convinti anche voi?

Professionisti, commercianti, artigiani, imprenditori: tutte categorie che non eludono, evadono, distraggono quanto l’elevatissima percentuale di dipendenti pubblici!

Suvvia e per favore!

Possiamo continuare ad andare avanti in questa maniera, con questo modo di fare giornalismo, con questo modo di smuovere l’opinione pubblica?

Il mondo funziona (ci tengo a ricordarlo) perché ci sono dipendenti pubblici che lo fanno funzionare.

Impiegati statali o comunali, maestre o infermieri, vigili urbani o poliziotti. Gente che svolge il proprio dovere con emolumenti al di sotto della media europea e paga le tasse alla fonte.

Punto.

Non si potrebbe provare a dividerci un po’ meno in corporazioni, in Guelfi e Ghibellini, in pubblico contro privato?

Chi sbaglia paghi. Chi è fuori dalla legge venga punito. Se ci sono leggi che consentono privilegi ingiustificati si cambino. (Ricordo sommessamente che ci sono leggi che consentono di avere doppi e tripli incarichi).

Nessun alibi però per chi, in modo ignorante, primitivo e protervo fa di tutt’erba un fascio, e nessuna sponda ad articoli spocchiosi che fuorviano un minimo di sano ragionamento.

Basta.

Vergognamoci tutti quanti.

Adesso basta.

Se cominciassimo a ragionare un po’?

Credo sia ora!

Concludo complimentandomi con me stesso per non aver scritto nemmeno una delle innumerevoli parolacce che mi attraversavano il capo mentre scrivevo queste poche righe.

Eh, in questo mondo di ladri
c'è ancora un gruppo di amici
che non si arrendono mai.
Eh, in questo mondo di santi
il nostro cuore è rapito
da mille profeti e da quattro cantanti.
Noi, noi stiamo bene tra noi
e ci fidiamo di noi.
In questo mondo di ladri,
in questo mondo di eroi,
non siamo molto importanti
ma puoi venire con noi.
Eh, in questo mondo di debiti
viviamo solo di scandali
e ci sposiamo le vergini.
Eh, e disprezziamo i politici,
e ci arrabbiamo, preghiamo, gridiamo,
piangiamo e poi leggiamo gli oroscopi.
Voi, vi divertite con noi
e vi rubate tra voi.
In questo mondo di ladri,
in questo mondo di eroi,
Voi siete molto importanti
ma questa festa è per noi.
Eh, ma questo mondo di santi
se il nostro cuore è rapito
da mille profeti e da quattro cantanti.
Noi, noi stiamo bene tra noi
e ci fidiamo di noi.
In questo mondo... in questo mondo di ladri..

5 gennaio 2012

prima lamentazione estemporanea

Credo che il duemiladodici sarà uno degli ultimi anni cialtroni della nostra italica era.
Ancora, a inizio anno, si affacciano ed hanno sponda nella mia inefficacia ed inesperienza maestranze cialtrone ed affabulatorie che infinocchiano con relativa facilità la mia inettitudine al fai da te e la mia buona fede.

Un tempo erano furbette avanguardie di un modo di fregare e far felici, poi sono diventati esteti del “ti spiego io come funziona” e del “spendi meno e fidati di me”.

Lo spender meno e avere l’illusione di risparmiare, in un periodo di vacche magre, finisce per pagare nell’immediato. Ti fidi di chi ti risolve un problema con rapidità e tentandoti con il poco prezzo, che sia un idraulico o un meccanico, o un elettricista, e poco davvero ti importa di fatture e correttezza.
Vuoi che un tuo bisogno, spesso improvviso e imprevisto, sia soddisfatto con la minore spesa possibile.

Conoscenze settoriali, vere, presunte, millantate, ostentate con convinzione, fanno facile breccia nel portafogli.
Ti fidi, ultima spes, e provi ad affidarti alle cure salvifiche dell’artigiano di turno in funzione di tecnologie imperfette.

La lavatrice, il motorino, il termosifone, la caldaia o qualsiasi oggetto indispensabile chiamano con sinistri mal funzionamenti un intervento e lo rendono improcrastinabile.
Stancamente rassegnato ti affidi e ti fai fottere da questi ultimi smaliziati urbani.
Magari nostrani.
Se, come me, sei un “nullo logo” in termini di “faccio da me” e ti sei sempre orgogliosamente rifiutato di provare a capire il funzionamento delle cose questi hanno vita facile.
Apparentemente e per l’ultima volta.

Non importa che usino termini per te oscuri; non importa che tu li capisca come in un corso serale per radioamatori; non importa che tu segua un ragionamento che non sei in grado di seguire che parla di valvole o di deviatori, di flussi o di sovraccarichi, di filettature, guarnizioni e contro filettature e contro guarnizioni, di dinamo o di ampere, di pippe e di gazose…
Ultima delle ultime volte.

L’ultima perché le risorse si stanno facendo limitate,

perché non possiamo credere che la colpa sia sempre di qualcun altro,
perché pago=pretendo,
perché
se quel cazzo di termosifone del bagno goccia ancora e ho pagato, qualcun altro si deve prendere le proprie responsabilità.
Goccia come prima.
Uguale meno una sessantina di euro per un elemento nuovo ma non scalda.
Goccia da freddo; prima gocciava ma era, almeno, bollente.
Sapendo che da qualche parte del ragionamento devi, per forza, aver sbagliato tu ti consoli scrivendo – con convinzione assoluta – in un post di un blog che qualcosa cambierà.
Sarà la crisi, l’austerità, la esasperazione, l’impossibilità oggettiva a rimanere signore come sei sempre stato finora, ma qualcosa cambierà.
Invochi una generazione di cinesi, incomprensibili ma efficaci, low cost, risolutivi, che spazzino via un’altra generazione di autoctoni, furbetti, falsi gran lavoratori, che cercano di farsi fedeli ed esperti, che ti rassicurano in vernacolo ma ti fottono in esperanto.
Perché sei stato signore finché te lo potevi permettere ma ora che non puoi più bisogna pur che trovi una soluzione.
Il termosifone, altrimenti, goccerà per sempre.
Pur sapendo che l’idraulico, il meccanico, l’elettricista in questione non leggono il mio blog (qualche vanto debbo pur averlo: o no?) lascio un messaggio in bottiglia nel mare internettista…


(Avanti MAYA!)

4 gennaio 2012

P come parola

Anche nel 2012 andiamo avanti con le frasi e gli aforismi.

Arrivando alla lettera P, nella scelta mensile del termine su cui proporre frasi ed aforismi, non ho avuto dubbi.

Scrivo (provo a scrivere), e il tema dell’importanza delle parole, della parola detta, scritta, come taciuta o rimandata, è uno dei motivi che più mi affascinano. Quindi: P come Parola.





Qualunque sia la disposizione che si può avere al silenzio, è bene essere sempre molto prudenti; desiderare fortemente di dire una cosa, è spesso motivo sufficiente per decidere di tacerla. Abate Dinouart, L’arte di tacere



La parola è civiltà. La parola, anche la più contraddittoria, mantiene il contatto – è il silenzio che isola. Thomas Mann, La montagna incantata