marco valenti scrive

marco valenti scrive

28 novembre 2011

Confessioni di un venditore di intimo femminile (incipit)




Come sapete, scrivo: questo l'incipit di ciò su cui lavoro maggiormente (al momento). Mentre aspetto, spero, in notizie editoriali su altre cose.




Buona lettura.












In qualche modo, da qualche tempo che ci pensavo, ho deciso di scriverla: la malattia mi ha messo premura e sarei ipocrita se lo negassi. Può darsi che ne esca e ne ho tutta la voglia ma non è detto. Può anche darsi che la qualità della mia vita (che è sempre stata, comunque, una vita di qualità) ne abbia a che risentirne pesantemente.
Questo mi stressa, mi duole ed è ovvio che mi infastidisca. Mi affaticano le cure a cui mi sottopongo settimanalmente e mi disturba lo sguardo degli operatori sanitari con cui mi interfaccio.
Professionisti esemplari ma troppo abituati ad avere a che fare con gente come me che viene a lasciare capelli in cambio di radiazioni. Il professore continua a dirsi ottimista perché pare l’abbiamo preso in tempo.
Neanche fosse un autobus.
Scrivo senza saper che esito avrà il mio scrivere. Comincio oggi perché bisogna pur cominciare a raccontarsi, se se ne sente il bisogno, e ne ho voglia da un sacco di tempo. Non mi aspetto lettere di encomio e non so, per la verità, che strada prenderà mai quel che ho da scrivere. Forse mio nipote ne sarà il destinatario (Davide, il figlio di mia sorella) o forse il mio datore di lavoro, il professor Rossi.
Mi chiamo Oreste Consonni. Ho il cancro ai polmoni. Sono un architetto. Sono in malattia dal lavoro, e faccio lo stesso mestiere da quindici anni: sono un commesso, in fin dei conti, di biancheria femminile.
Che Rossi sia il direttore dei Grandi Magazzini Kron e che io sia il Responsabile del Reparto Intimo Donna non cambia le cose: lui non è un professore di un bel nulla ed io non sono responsabile di niente perché coordino qualche commessa ma non dispongo di poteri di firma o di dare e revocare permessi, emolumenti integrativi e ferie. Lui è il capo ed io un commesso di mutande, reggiseni e calze.
Astolfo Rossi era, ed è, un conoscente di mia sorella Maria. Amicizie in comune hanno fatto si che si incontrassero in numerose occasioni, e quando lui disse che apriva in città una nuova sede di Kron, Maria annotò (si ricorda sempre tutto quella donna) e me lo disse. Me lo riportò insieme ad altre cento cose della serata ma io, dopo quella, non ascoltai altro. All’epoca facevo l’architetto ed ero insoddisfatto da moltissime cose, soprattutto a livello professionale.
Le dissi che volevo propormi per il ruolo di direttore dell’intimo femminile nel nuovo magazzino. Ci scherzammo sopra per una buona mezzora finché non mi feci serio, come so essere quando occorre, e lei alla fine promise che ci avrebbe messo una buona parola.
Erano altri tempi e si assumeva per una raccomandazione, per una parola giusta dalla persona giusta alla persona giusta. Fui giusto per il posto. In prova per sei mesi e poi assunto con contratto a tempo indeterminato. Felice di essere lì e prodigo di amore e dedizione per il mio lavoro.

Non so scrivere i diari. So appuntare cose e so di cose che voglio dire, ma scrivere è un’altra cosa. Mentre rileggo la prima pagina che ho scritto me ne rendo conto.
Provo a mettere in fila quel che mi importa raccontare: poi prenderò un filo con la speranza sia un filo logico. Quindi elenco un po’ di punti che mi importa siano chiari nella mia narrazione.
Sono un commesso di biancheria femminile.
Sono felice infinitamente di esserlo e spero di avere salute per tornare a lavorare.
Adoro le donne e la biancheria.
Non sono un depravato.
Ecco: l’elenco non può essere esaustivo (nessun elenco lo può) ma se riesco a raccontare questo posso ritenermi soddisfatto.

Mi sono laureato in architettura con tutti i benefici sociali del ’68. Non avremo fatto la rivoluzione che qualcuno voleva davvero ma, almeno, la facoltà fu più semplice e ci divertimmo un casino.
Ne uscii con una profonda conoscenza di arte, di design, di segni dei luoghi; ne uscii con la profonda curiosità per i viaggi, il mondo da scoprire, le mode da conoscere; ne uscii con tanta coscienza di quelle che erano, e sono, le mie inclinazioni ed il mio modo di essere. È l’epoca della formazione quella in cui si fanno scelte acerbe ma dirimenti; il tempo in cui ci si posiziona nella politica, nella società e nelle proprie cose; la misura – anzi l’unità di misura – di ciò che si è e di quel che non si può essere.
Il giorno dopo la laurea spiegai a Maria, per esempio, che nelle mie inclinazioni non c’era il matrimonio come nella sua, né una vita regolare e borghese come era intesa comunemente. Le chiesi di essere padrino del suo figlio, quando sarebbe nato, anche se non ero cattolico perché avrei saputo amarlo e proteggerlo da ogni falsità e lo avrei fatto con garbo sempre e non sarei stato influenzato se fosse stato un maschietto (cosa che fu) o una bambina.
Sono il padrino di Davide, nato due anni dopo la mia laurea e ne sono fiero.
La mia profonda onestà, all’epoca come ora, non mi permetteva il matrimonio perché assolutamente bisessuale e poco affidabile in questioni legate a monogamia e fedeltà coniugale; la stessa onestà non mi lasciava incline ad una vita nel solco comune delle altre vite dell’epoca ma mi lasciava la forte spinta a voler bene ed a comunicare il mio amore ad una generazione oltre la mia. Da questo soltanto la mia voglia di essere padrino più che zio.

Ogni volta che torno a casa in taxi dalla clinica, stanco e turbato dalla terapia, ho bisogno di lavarmi ma, sopra ogni cosa, di mettermi del profumo. Da alcuni anni uso un’acqua di colonia francese, l’Occitane en Provence, perché penso si adatti bene – come molti profumi agrumati – all’odore della mia pelle. Ho bisogno di lavarmi e profumarmi per levarmi gli odori dell’ospedale dal naso. I luoghi di dolore non hanno mai un buon odore e per me il profumo è sempre stato importantissimo.
Una volta, da ragazzo, eravamo con degli amici al mare e una ragazza mi rovesciò sul petto mezza boccetta del suo orrendo profumo patchouli: la odiai con tutte le mie forze perché, malgrado energiche docce, non riuscii a levarmi quell’odore nauseabondo di dosso per giorni.
Il patchouli andava di moda tra le giovani, soprattutto di sinistra, negli anni sessanta e settanta e nella mia opinione era un orrendo e intenso unguento che copriva ogni odore, rendeva uguale ogni pelle e non rendeva alcun servigio alla bellezza femminile. Anzi: la mortificava.
Probabilmente era adeguato alla generale mortificazione della bellezza femminile propria dell’epoca, propugnata con pervicacia un po’ miope e certamente ideologica. Con l’andare degli anni le donne avrebbero capito, quasi tutte, che fu un errore marchiano e sciatto e che anche la bellezza è un valore. Tutto è nel non vendere, e in molti casi svendere, la propria bellezza ed il proprio corpo: questa sarebbe davvero una rivoluzione.
Ho potuto viaggiare molto sin da giovane e il patchouli mi ricorda l’India, la Persia, e il bisogno di coprire con la forza intensa miasmi orrendi e mortificanti per noi occidentali, intensità sopra intensità, gara a chi è più tenace all’olfatto tra la miseria e le spezie: a volte, lì, il patchouli era una benedizione ma non da noi, che diamine!
Io, che non sono mai riuscito ad avere rapporti intimi con uomini o con donne che non emanassero un buon profumo, che aborro la folla stantia di autobus e metropolitane per il dover sopportare calori ed odori, ho sempre seguito il profumo – soprattutto nelle belle donne.
Ancora oggi, e da sempre, se sto per incrociare una bella ragazza, un fisico che si fa notare già a venti metri da me, pochi attimi prima che mi passi vicino espiro profondamente tutta l’aria che ho nei polmoni per poi riempirmi del profumo di donna al momento del suo passaggio.
Va da sé che ci siano, spesso, delusioni olfattive ma quando l’aspettativa è soddisfatta provo un segreto piacere molto, ma molto, elevato. La ricerca cosmetica poi, se da un lato ha massificato le donne appresso a mode pur troppo irresistibili (penso a Eternity o a Roma), dall’altro ha fatto si che le donne intelligenti e affascinanti potessero moltiplicare la loro seduttività trovando la giusta formula tra il loro odore naturale – proprio di ciascuna – e il profumo più consono a valorizzarne il mix odore/profumo.
Incrociare persone seducenti è un grande piacere a prescindere dal riuscire noi stessi a sedurle.
Rammento sempre un incrocio quasi deserto, in un pomeriggio autunnale insolitamente caldo, in cui al di là del semaforo si stagliava la figura di una donna bianchissima di carnagione, elegante in un trench avana, due gambe affusolate sotto un kilt, polpacci torniti ma femminei che finivano in caviglie sottili infilate in stivaletti neri tacco otto. Riconoscevo uno sguardo inquieto e molto mobile, nervoso oltre l’attesa del verde per attraversare e sopracciglia definite, disegnate, mobili e pensose. Occhi intensi che avrei di lì a poco visto verde acqua, profondi, e un taglio di palpebra alla Charlotte Rampling (Dio benedica il suo fascino). L’impermeabile slacciato per la calura mostrava un bel seno sfrontato contenuto da una camicetta bianca di semplice fattura. Un seno non grande ma ben sorretto e un bottone slacciato di troppo che lasciava intravedere un reggiseno di pizzo color carne. Avrei visto incrociandola lentiggini e labbra sottili messe in risalto da un’ombra di rossetto scuro. Trattenni il fiato al verde ed espirai, come sempre, per poi imprigionarne al meglio l’odore. Constatai una altezza della donna superiore a quanto avevo stimato e mi piacque, perché sono attratto dalle misure insolite. Piccole, minute e compresse oppure alte, grandi e generose. Il suo odore era perfetto e lo inalai con voluttà al suo passaggio. Quel profumo era un perfetto mix di caldo e di lieve sudore profumato di Dior, inconfondibilmente. Vestiva quel profumo come fosse su misura. Le sorrisi grato e non so se ricambiò il mio sorriso ma così mi parve. Forse così volli mi paresse e ne fui felice per tutto il giorno.
Dio mi mantenga l’olfatto. Mi mantenga l’odorato e mi lasci il fiato che il tumore ha reso corto. Ma l’abbiamo preso in tempo e quindi si riallungherà.




Il testo continua, ovviamente. Commenti?


emmevù

24 novembre 2011

un Paese normale

Saremo un Paese normale quando?


Credo che questo è il punto sul quale dovremmo, e dovremo, interrogarci. Ciascuno ha, certamente la sua definizione di “Paese normale” e tutte sono rispettabili. (Quasi tutte).


Io mi proverò a declinarne qualcuna delle mie, in un elenco che – come sempre – non vuole essere esaustivo e non è necessariamente esatto.


Anzi.


Viene giù di pancia e non ha pretesa di serietà.


Altri lavorano di testa e si prendono sul serio anche troppo.


Il punto c’è.



Invito tutti ad interrogarsi sul punto e ad interagire gli uni con gli altri.


Allora: quando potremo dire di essere un Paese “normale”?


Quando:



1. 1, scriveremo Italia con la P maiuscola e Roccocannuccia con la p minuscola;


2. 2, criticheremo i programmi tv solo DOPO aver pagato il canone;


3. 3. non diremo “sono costretto a pagare 1/2 milione di tasse su 1 milione guadagnato” ma diremo “Culo! Ho guadagnato 1/2 milione!”;


4. 4. ci dimenticheremo di Mr.B. e faremo altro;


5. 5. lasceremo ogni luogo migliore di come lo abbiamo trovato;


6. 6. anche la chiesa pagherà l’ICI;


7. 7. non crederemo a ogni fesseria perché lo ha detto qualcuno su facebook;


8. 8. non sprecheremo tempo a trovare la maniera di essere più paraculo del nostro vicino;


9. 9. consumeremo secondo il nostro bisogno e non oltre;


10. 10. faremo tutti pace con il congiuntivo e con la punteggiatura.


17 novembre 2011

Meno male che silvio c'era?

Conservo i giornali quotidiani usciti il giorno della nascita di mio figlio, nel maggio del ’94.

Riportano, ahimé, l’avvento di Berlusconi a cui sono sempre stato, fin dalla prima ora e non dopo averne condiviso ogni nefandezza, avverso.

La persona, abilissima, intelligente, ha influenzato la nostra vita negli ultimi diciassette anni.

In modo talmente impressionante che quel che si rimprovera maggiormente ai governi diversi dal suo, che per troppo brevi tratti si sono avvicendati in questo periodo, è di non aver creato leggi che rendessero impossibile la sua democratica presenza nell’agone politica.

Non si parla di indubbi meriti economici e sociali ma si rimarca che non hanno normato il conflitto di interessi.

Caddero per tre parlamentari di Rifondazione Comunista e tornò quello del ’94 portando Brunetta, Gelmini, il ministro del dito medio alzato e delle pernacchie, lo spacchettamento del sindacato, la legge elettorale porcellum, le leggi ad personam, l’occupazione sistematica di ogni luogo di potere, inclusa informazione.

Un idolo. Una ossessione.

Lui ha lavorato bene (benissimo) sulle modalità con cui mettevamo in fila i nostri valori ed i nostri bisogni.

Ha cambiato questi valori.

Nel tempo li ha sovvertiti. Ha creato bisogni che non c’erano, valori che non erano pensabili prima, falsi miti di cui ci si nutre avidamente.

Ha comperato uomini, coscienze, diritti, riuscendo a minimizzare il malcontento e insieme a valorizzare ogni cosa che faceva o che diceva di fare.

Ha inventato la macchina del fango, il dossieraggio cattivo e pilotato dalla stampa e dalle televisioni da lui direttamente possedute, o pesantemente influenzate con l’azione di governo.

Poi se dopo dieci anni viene condannato Igor Marini per calunnie nessuno si ricorda chi fosse.

Quindi sono tutti uguali.

Anzi, ci si appassiona su chi abbia la faccia più adeguata a contrapporsi a quella di lui.

Non si cerca un programma, una idea, ma una faccia.

(Si deve sperare che Raul Bova sia su piazza?).

Siamo entrati, comunque, tutti in una realtà che non ci apparteneva.

Tutti.

Nessuno ha remato profondamente contro questa guerra infinita. Chi gli si è opposto ha giocato con le sue regole (e perciò ha perduto).

Non abbiamo avuto dei Ghandi, dei Martin Luther King, dei Mandela.

Non abbiamo avuto dei Pasolini (casomai, al massimo, dei Pansa).

Ora che, non essendo riuscito a comprarsi tutto il mondo, non c’è più e starnazza in mezzo ai suoi che berciano al colpo di Stato, che cosa si fa?

Semplice: ottenebrati dalla cultura del complotto si comincia a fare pelo e contropelo a Monti ed ai suoi neo ministri.

Si parla di Governo delle banche e dei poteri forti.

Si cercano peccati precedenti per evitare, non sia mai, peccati futuri.

Si fa sciopero – SCIOPERO – contro un governo che sta ottenendo oggi la fiducia. Benedetti sindacati cobas: non siete riusciti a annullare uno sciopero che avevate indetto contro un premier dimesso e, già che c’eravate, avete scioperato contro il nuovo premier prima ancora che ottenesse la fiducia.

Non ci sono parole.

Non si sa cosa faranno, comunque, e non si sa con quali criteri ma si è sospettosi a prescindere.

È così che stiamo?

È così che siamo ridotti?

Allora che torni Silvio!!!

(Scusate: Scritto&Postato di pancia - ma convinto!)

14 novembre 2011

O, come Opera d'arte





O, come opera d’arte.



Riporto la notizia dal sito de “La Repubblica”: appresa il 5 novembre u.s..



http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/11/05/foto/la_signora_delle_pulizie_distrugge_capolavoro_dell_arte_contemporanea_pensava_fosse_sporcizia-24468426/1/?ref=HRESS-19




Una dipendente dell'impresa di pulizie del museo d'arte di Dortmund ha distrutto parte di un'installazione artistica dello scultore tedesco Martin Kippenberger. L'inserviente, scrupolosa nel lavoro ma evidentemente a digiuno d'arte, ha fatto sparire il contenuto in gesso di una bacinella di gomma nera, situata sul pavimento all'interno di una grata colorata in legno alta due metri e mezzo. L'opera dell'artista, deceduto a Vienna nel 1997, si intitolava "Quando incomincia a gocciolare dal soffitto" ed era stata assicurata per un valore di 800mila euro. Al momento i periti stanno valutando i danni ma l'installazione appare definitivamente compromessa. La donna per questo errore rischia di pagare più di un milione di dollari.



Ecco wikipedia sull’artista:


http://it.wikipedia.org/wiki/Martin_Kippenberger



Le tre foto ritraggono un’opera d’arte di Michelangelo Buonarroti, una di Marco Valenti e l’opera del maestro Kippenberger che ha mandato in confusione la signora “digiuna d’arte”: non dico quale sia così potrete perdere il vostro tempo per riuscire ad arrivare alle corrette attribuzioni.


Personalmente sono solidale con la signora delle pulizie; mi auguro ne venga fuori senza danni; se ci sarà una sottoscrizione pubblica a suo favore darò il mio contributo.


Detto questo (che conta molto relativamente) vi lascio con alcune frasi ed aforismi sull’Opera d’arte.

Il valore di un’opera d’arte si misura dalla quantità di lavoro fornita dall’artista. Guillaume Apollinaire, I pittori cubisti.

“Un’opera d’arte redime il tempo”. “E comprarla redime il denaro”, disse Recktal Brown. William Gaddis, Le perizie.

Un’opera d’arte si spegne, impallidisce nelle stanza dove ha un prezzo ma non un valore. Ernst Junger, Le api di vetro.

L’opera d’arte è l’esagerazione di un’idea. André Gide, Diario.

Un’opera che aspiri, per quanto umilmente, alla condizione di arte, dovrebbe portare in ogni riga la propria giustificazione. Joseph Conrad, Il negro del “Narciso”, prefazione.

11 novembre 2011

spalle larghe

Un uomo con le spalle larghe,

ecco cosa ci vorrebbe per te,
che ti capisce senza farlo capire

e non ti spieghi mai perché,
che ti conosca da quand'eri piccola,

o che da piccola ti immaginava già.
Un uomo con le spalle larghe, lo sa bene lui come si fa.
Un uomo con le spalle larghe, la paura non sa nemmeno che è,
se tira freddo si alza il bavero e corregge il caffè.
Può ritornare sporco di rossetto,

tanto ha una faccia che non tradisce,
un uomo come ce ne sono tanti,

che quando vuole non capisce.





Un uomo con le spalle larghe,

la fortuna non sa nemmeno che è,


ogni sera fa cadere le stelle,


ogni mattina le raccoglie con te,
e se bastassero le cartoline,

te ne manderebbe una ogni anno,
e poi potresti vederlo piangere, come gli uomini non fanno,
un uomo che mangia il fuoco, e per scaldarti si fa bruciare.
Diventa cenere a poco a poco ma non la smette di amare.


Un uomo con le spalle larghe tutta la vita ti prenderà,
per insegnarti e per impararti, se mai la vita basterà.


In una grande casa con le finestre aperte,

in certe stanze piene di vento.

Un uomo con le spalle larghe

una buona misura del tempo.

7 novembre 2011

La torta di pane secco







Parliamo della torta di pane raffermo che mi ha insegnato Delia.
Una premessa non necessaria ma che può essere utile a chi si avventura in questo posto: il fatto che ci siano le “tag” chiamate Vino e Ricette non significa assolutamente che io sia un Sommelier o uno Chef.
Spesso, a proposito dei vini bevuti, rimetto a link maggiormente degni: ad ogni modo, cucinando senza essere un cuoco e bevendo vino senza avere la patente posto, al riguardo, con pudicizia.
Bevo (e mi capita di parlare di vini che mi sono piaciuti) e, oltre a mangiare, cucino (e mi capitano ricette ben riuscite o insolite).
Detesto gli sprechi ed è per questo che a volte mi succede di indugiare in ricette o artefici che aiutino il riciclo di quanto andrebbe altrimenti gettato. Poiché capita che avanzi del pane vi invito a provare una ricetta molto semplice per non buttarlo. Gli ingredienti variano moltissimo in funzione di quanto abbiamo in dispensa e il web pullula di ricette simili. In alcuni casi assurgono a piatti caratteristici: in questo caso penso più alla Torta paesana del Cuneese che al Bustreng romagnolo.

Alla base c’è del pane raffermo ammollato (l’ideale è il pane casareccio, i filoni; per capirci non pizza o panini) con del latte tiepido e ben sfranto. A questo si aggiungono un paio di uova ed un po’ di farina.
Nella versione dolce che propongo qui si aggiunge un po’ di zucchero di canna; in una versione “torta salata” (di cui parlerò tra un momento) ovviamente no.

Nel caso preparato e proposto in foto, sono stati aggiunti pezzettini di mela e uva passa e, quindi, il composto è stato messo in una teglia imburrata e aspersa di pangrattato.
Troverete sul web parecchie versioni che prevedono che nell’impasto ci sia anche del burro; in quel modo si favorisce la conservazione della torta, ma posso assicurarvi che, anche senza burro, se la incartate nella stagnola e la mettete in frigorifero può durare morbida per qualche giorno.
Il composto, nel caso illustrato spolverato di altro zucchero di canna, va in forno a 200° finché lo stecchino non dice che è pronto (roba di una mezzora, più o meno).

È veramente semplice e gustosissimo.

Lo ho provato anche senza mele ma con pinoli e cacao ed era ugualmente buono. È del tutto chiaro che, fermo l’impasto base, possa essere riempito con tutto quello che il vostro frigorifero e la vostra fantasia suggerisce.
Per esempio una parte del composto è stato lasciato senza zucchero; è stato aggiunto dell’origano fresco, del formaggio grattato, del rosmarino tritato e dei pinoli ottenendo dei tortini salati (come da foto) ottimi.
Prossimamente, usando del Sangiovese invece del latte (ispirandomi dal grande Daniele Marziali), voglio provarlo come base per un Bustreng: ho idea che non verrà male.
Provateci (e fatemi sapere).

2 novembre 2011

La Tolfa a sdoganar






Ad una cena di gala in uno splendido palazzo nobiliare romano, dove ho avuto l’onore di partecipare, durante i lavori di un incontro importante di lavoro, ho ricevuto in dono dalla Presidente della Regione Lazio che ci ospitava una borsa di Tolfa. È stato il dono ricordo per un centinaio di partecipanti ai lavori, provenienti da ogni regione d’Italia e dalla Commissione Europea.





Sono di Roma e ci vivo, dalla nascita, nel millenovecentosessanta.









Tolfa è un paese del Lazio.









http://it.wikipedia.org/wiki/Tolfa









La produzione artigianale di Tolfa trova nella borsa detta "catana" la sua massima espressione. La catana sarebbe nata nel 1575, ad opera di un tale "Mastro Stefano".





Negli anni 70' la catana sbarca addirittura in America e negli anni 80' era in Italia la "borsa di Tolfa", diffusissima tra gli studenti.





Identificava lo studente di sinistra.









Qualcuno la ha chiamata “la borsa della rivoluzione”. La rivoluzione non c’è mai stata: la borsa si.









In una identificazione propria degli schemi dello scorso millennio, ancora in voga solo tra i nostalgici delle spartizioni tra buoni e cattivi (ce ne sono parecchi in ogni latitudine), io dovevo per forza avere avuto una borsa di Tolfa (e un eskimo e delle polacchine ai piedi).





Mi è sempre piaciuto l’oggetto, il suo odore di cuoio, il suo brunirsi nel tempo passando ad un colore sempre più ambrato e scuro, la sua comodità per portare l’occorrente ad un liceale ma non la ho mai posseduta (fino ad ora) ed ho invidiato un pochino chi la aveva.





Di mio, però, rifuggivo le mode e le etichette e mi comportavo, o cercavo di comportarmi, di conseguenza.





Non ho mai avuto borsa di Tolfa, ma neppure Clarks originali, ma neanche mai una Lacoste col suo coccodrillo ricamato. Non ho avuto un sacco di cose senza perciò essermi dannato l’anima più di tanto.









Parenti, al ritorno da un viaggio in Marocco, mi regalarono una bellissima borsa simile alla Tolfa per forma e materiale ed io usavo quella.





Secondo le convenienze del momento la spacciavo per borsa di Tolfa, o tolfa come veniva affettuosamente chiamata, oppure il più delle volte snobbavo l’identificazione ad un gruppo identificabile declinandone il pedigree africano, etnico e lontano dai clamori violenti dell’epoca.





Ma la Tolfa, come oggetto bello ed utile molto più che come simbolo, mi mancava.









Per capirci e fare “outing”.





Parlando di identificazioni e di prese di distanza io sono anche quello che quando acquistò un “vespone”, inconsciamente (?) ragionando sulla identificazione che voleva vespa 125 bianca sinonimo di fascista, la comprò rosso fuoco. Sarà così che si forma il gusto? Sarà così che si sono amati i libri di Pavese e di Pratolini? Può darsi.





È stato, nel caso, un bell’amare.









La borsa di Tolfa è bellissima, povera, robusta, fa linea nella sua ignoranza di sacca da cacciatore, da pastore, da uomo nella natura e nel paesaggio. Ha una tradizione pluricentenaria.





L’adoro da sempre.









Non ho avuto modo di essere presentato alla Presidente e, comunque, non avrei trovato le parole per ringraziarla per aver “sdoganato” uno splendido oggetto di culto degli anni settanta proprio ora che, oramai, ho passato il mezzo secolo.









La cosa in sé non cambia il mio voto dell’epoca o il mio orientamento politico ma, perbacco! Ho la mia borsa di Tolfa!





Che dire? “Grazie Presidente”.