marco valenti scrive

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5 settembre 2020

Papà, io e Nino Benvenuti

 


Mio padre, classe 1924, era un appassionato di pugilato.

Televisione in bianco e nero, da piccolo stavo con lui sul divano di casa a guardare gli incontri di box e ad imparare dai suoi commenti.

Più in là negli anni mi disse che alle Olimpiadi del ’60 aveva rimediato i biglietti a bordo ring per la fase finale: quarti, semifinale e finale del 5 settembre.

Mi disse “non ci sono andato per colpa tua”.

Il giorno dei quarti di finale mia madre ebbe le doglie e venni al mondo.

Papà si perse Benvenuti vs Mitsev, il giorno dopo Benvenuti vs Lloyd; il 5 settembre l’oro olimpico di Nino Benvenuti contro il russo Jurij Radonjak nella categoria Pesi Welter. Ci fu quella di Cassius Clay nei Mediomassimi e quella di Francesco De Piccoli nella categoria dei Pesi Massimi.

Cassius Clay è stato immenso. De Piccoli non me lo ricordo, probabilmente perché ebbe una carriera professionistica breve e meno fortunata di Nino Benvenuti.

Con papà ricordo bene di aver visto i tre mitici incontri di Benvenuti con Griffith e aver tifato per lui fino all’ultimo incontro perso con Carlos Monzon e al suo ritiro.

“Non ho visto la finale delle Olimpiadi di Roma per colpa tua” mi è rimasto impresso. Era, sia chiaro, detto in modo scherzoso – una specie di ricordo mancato – ma mi veniva ripetuto spesso. Magari dopo un bell’incontro visto insieme o quando discutevamo su chi fossero stati i migliori pugili di sempre.

Qualche anno fa ero a “Più libri più liberi”. In anticipo per la presentazione che mi interessava, entrai in sala a vedere la precedente nella quale Gianni Clerici presentava un suo libro sul tennis: sul palco, tra gli altri, Nino Benvenuti.

Un omone, di una certa età, brillantissimo, che risponde con intelligenza alle domande che gli vengono poste.

La presentazione finisce.

Vinco la mia assoluta timidezza di fronte a qualsiasi persona famosa e riesco a parlargli. È più alto di me e quando ci stringiamo la mano mi rendo conto che potrebbe stritolarla. Ha una bella faccia e uno splendido sorriso. Dopo brevissimi convenevoli gli racconto la storia.

Concludo sorridendo con un teatrale “Pensi! Me lo ha sempre rinfacciato di averla persa. Poi a bordo ring…”.

Nino Benvenuti, fulmineo: “è andata peggio a me: io sul ring c’ero!”.

Marco Valenti




Le Olimpiadi di Roma hanno passato i sessant'anni. Pure io...


9 aprile 2020

Mons. Ricci, la Pasqua, gli auguri






Mons. Ricci, la Pasqua, gli auguri

Ultimi anni ’60.
Composti nei nostri grembiuli neri, con il fiocco bianco ben fatto, noi bambini eravamo raccolti nella chiesa interna alla nostra scuola, cattolica e parificata, per l’ultimo incontro quaresimale prima delle vacanze pasquali.

13 gennaio 2020

mezza età




DECLARATORIA DELLA MEZZA ETA’


(Ripubblico volentieri qui 
un mio piccolo racconto del 2015, brevissimo).

Se ne accorse un po’ per volta.
Credo fossimo intorno all’anno duemilaquindici quando la cosa gli fu chiara, quando ci fece i conti, la razionalizzò, la metabolizzò e la digerì.

C’erano state delle avvisaglie.
Le modelle dei costumi da bagno erano diventate più giovani di suo figlio: altrettanto la maggior parte dei giocatori di football. Le acconciature di questi ultimi non gli piacevano e neanche la moda di ricoprire la maggior parte dei corpi di tatuaggi.
Per non parlare del piercing.

Aveva maturato capacità di elaborazione, anno dopo anno, e si era tenuto informato, aggiornato e vispo. 
Seguiva non supinamente la politica, l’attualità, l’evolversi delle idee e delle mode. Acquisiva spessore non richiesto. Consapevolezze non ostentabili.
Idee. 
Talvolta, timidamente, ideali.
Sapeva. In piccola parte, ovviamente, ma conosceva cose, fatti e antefatti. 

Tutto ciò gli dava convinzioni e capacità di argomentarle, nella vita, sul lavoro, on demand.
Quello che gli mancava era la domanda. 
Sapere qualcosa e non avere nessuno che te la chieda. 
Avere opinioni accessorie. 
Esserci e sentirsi trasparente, trascurato, non ascoltato, non richiesto.

In una riunione, in una partecipazione ad una decisione, in un consiglio, per un consiglio.
Sentirci considerato nulla. 
Avere una opinione non esprimibile su una gran quantità di cose, di fatti, di notizie. 
Sentir berciare in modo qualunquistico, piatto, con la tracotanza dei vincenti – giovani, belli e vincenti – e vedere altri suoi coetanei assentire.

Minoranza silenziosa, silenziata, minorata. Ininfluente. Così era lui, giorno dopo giorno, sempre di più.
Quale opinione su una politica, o sedicente tale, su un libro o uno scrittore o un poeta o un musicista (o sedicenti tali) avesse non era influente – e va bene – ma manco richiesta e quindi ininfluente ma anche inascoltata. 
Talvolta inascoltabile.

Essere se stessi senza essere riconosciuti. Nessuna riconoscenza e nessun desiderio di essere conosciuto.
Tutti sicuri, portatori di saggezza e di certezza e di verità.
Lui meno.
Idee chiare ma educate, perbene, senza alcuna voglia di gridare ma con un universo di cose da dire.

Gola piena e bocca chiusa.

Anche in certe riunioni di lavoro: vedeva il Titanic e vedeva l’iceberg ma se provava a dirlo non lo ascoltavano. 
Mai. 
Andava avanti nella considerazione di chi decideva: chi decideva le cose era sempre un qualche persona che diceva che il comandante era un fenomeno e la rotta sicura e felicemente e sapientemente tracciata. 
Si abituò a tacere gli iceberg. Meglio silenzioso che gufo.

Mica stava al timone.

Continuava a pensare storie e a scriverle, con coscienza e prudenza, masticando a lungo prima di introitare le storie che lui stesso creava. 
Di cento che ne pensava ad una o due dava seguito, le cullava, le lasciava danzare, e decantare, e purificare. Le metteva in discussione. Se le coccolava per poi stenderle con prudenza e con tutto il tempo che meritavano. Sceglieva il modo e il lessico per cantare ogni sua storia. 

La scrittura vuole tempo e amore.

Considerato antico come un controbuffet all’epoca dell’happy hour.

Poi, magari, parlava di ebook. Lì tutti, stranamente, erano per la carta stampata, magari profumata. Moderni con giudizio: tutti moderni su tutto tranne che sugli ebook. 
Modernità quando serve.

Era felice di avere delle idee. 
Convinzioni. 
Conquiste.

Disappunto nel non avere modo di raccontarle se non nelle sue storie, nei suoi libri, nei suoi racconti. Un cantastorie senza piazza.

Pensò che non era colpa sua se le automobili, serie dopo serie, peggioravano la linea. Pensò che erano progettate per infinocchiare una generazione più giovane di lui. Se una Range Rover pareva essere passata sotto un ferro da stiro non era un problema suo ma della povera jeep. Per dire.

Prese la scala e raggiunse il soppalco. 
Salì con attenzione – perché sulle scale si deve salire piano e scendere pianissimo -  e tirò giù una scatola pesante e voluminosa.
Ripose la scala; spolverò la scatola e la aprì.

 Sentì che gli arrivava un messaggio su whatsup. Ebbe un moto di insofferenza. Spense il computer, il modem, il  tablet, il cellulare.

Cercò il suo single malt preferito, torbato a bestia, e se ne servì un bicchiere generoso. 
Accese una sigaretta e fece un tiro lungo. 
Rovesciò il contenuto della scatola sul parquet.

Il suo ultimo manoscritto magari era in mano ad un giovanotto che doveva giudicarlo con la metà dei suoi anni e che, magari, trovava palloso Pavese (magari per sentito dire) e stravedeva per Murakami o per Banana Yoshimoto. Magari lo avrebbe trovato buono ma non abbastanza. fuori target.

Sorrise.

Una multicolore montagna di mattoncini Lego lo stava invitando a non pensare alla mezza età.
Pensò che il mondo e la mezza età potevano fare a meno di lui. 
Per un po’. 
Doveva decidere tra fare una casa o un aeroplano. Oppure un robot. Aveva tutto il tempo, mezzo pacchetto di Camel e mezza bottiglia di wisky.
Se avesse trovato i tetti rossi a trenta gradi e un po’ di finestre e porte degli anni sessanta sarebbe stata una villetta. Magari a elle. 
Se ci fossero stati abbastanza pezzi con le ruote un bel camion.



Una nuvola di fumo.

Odore di fresie. Per chi lo vuole sentire dal terrazzo in fiore. Silenzio. Silenzio e fresie.
La montagna di lego dispersa e appiattita con lentezza e occhio attento.

Lezioni americane. Calvino. La leggerezza. Il lego. Cominciare a separare i mattoncini rossi dagli altri, il primo colmo del tetto che appare e lo mette via, da un lato, aspettando le altre tegole rosse. 

Pensò che se lo avessero guardato in quell'istante, chino sui mattoncini Lego, non lo avrebbero potuto capire.
Troppo moderni per un controbuffet.

Un tiro. Un sorso. Un sorriso.
Un mattoncino sopra un altro. Clak.

Silenzio.



Bum.

29 giugno 2019

Città del Mare


"La valorosa Téméraire" 1838 William Turner 

La condanna delle Città di Mare è che non possono essere comprese.

Non parlo dei Paesini imbiancati a calce che attirano con il loro nitore e la bellezza delle acque una moltitudine di vacanzieri, pronti a pagare ogni soldo nei bar e nelle pescherie; parlo delle Città Grandi.


Quelle Città lì, dove senti il mare e un Porto importante, che del Mare hanno fatto nei secoli Industria e Vanto, sono state vanitose e splendide. 

Sono, però, vaste, piene, abitate da palazzi e cittadini; sono cresciute senza un fronte, mancando di almeno una direzione poiché occupata già dalle acque. 

Sono cresciute finendo a vivere di altro che non era più quel mare su cui si appoggiavano e che le aveva viste fiorire e assurgere a grandezze infinite. 

Sono cresciute senza quella cura e quel rispetto che avrebbero meritato e quindi in un disordine da boom economico e con la premura di aumentarne i volumi.

Chi le visita non trova le risposte che ha trovato nelle altre Città e vi si smarrisce; gli odori diventano puzza; la mancanza di un certo ordine conosciuto (proprio di altri tipi di luogo) diventa un disorientamento che porta a smarrirne le poesie.

Queste il più delle volte rimangono nascoste agli occhi non allenati del Viaggiatore Disattento e lui scappa via senza la consolazione che soltanto le Città di Mare possiedono. Tornerà a casa a confermare biascicati luoghi comuni o, nel migliore dei casi, rimarrà silenzioso e confuso.

Tornerà solo se costretto da doveri.

Le Città di Mare dovrebbero prestare i loro abitanti al mondo per svelarne tutta l’infinita bellezza; tramutare i loro cittadini in testimoni, in Mappe Viventi, in Gigolò appassionati che affianchino ogni persona che viene da fuori.

Alle Città di Mare dovrebbe andare cura e amore, ma anche risorse che le ricolleghino al mondo, che ne traducano il linguaggio ai forestieri, che ne valorizzino le straordinarie essenze.

Io non potrò mai ringraziare come meritano tutte le persone che mi hanno fatto intuire le Città di Mare del mio Paese, ma è grazie anche a loro che amo Venezia, Genova, Napoli, Bari, Palermo.


Potevo scegliere tante immagini per quel che dico ma preferisco che ognuno abbia nell'animo le proprie.

 Non so parlare delle Città di Mare se non per piccoli morsi felici ma vorrei tanto che le persone le amassero.



6 gennaio 2019

Ci si può perdere




Ci si può perdere come palloncini nel vento che prendono strade diverse.

Ci si può perdere per un disguido, per un fraintendimento.

Per un "l'ultima volta ho chiamato io e perciò tocca a lui", per decine e decine di stupidi motivi.

“Ci si può perdere per troppa buona educazione”. 

13 luglio 2018

Le mani e le attitudini


MANI



Non sono capace e ci provo solo se costretto.
Non so adoperare le mani per fabbricare, per riparare, aggiustare.
Non sanno fare, le mie mani, lavori minuti – complice una dimensione non piccola e un vago tremolio che mi accompagna fin dalla gioventù.















Se naufragassi in un’isola deserta o fossi catapultato in uno scenario post atomico sarei destinato a morire e non avrei proprio nulla da insegnare ad una società primitiva.



Rasenta il grottesco la mia comicità quando apro confezioni, o scarto regali, o devo rendere versabile un brik di succo di frutta, e anche un pacco di caffè in polvere mi da parecchio da fare per non fare danni. Se una linguetta di un barattolo deve rompersi prima di scoperchiarlo accadrà tra le mie mani.

Ovviamente, per contro, ammiro chi usa le mani con perizia in tutto quello in cui sono così goffo.
Mi piacciono le mani che lavorano, producono, riparano.
Ammiro i gesti misurati ed esatti. Mi stupisce la precisione degli elettricisti, o degli orologiai. La sapienza degli artigiani, la forza dei contadini, il gesto dell’operaio.





Le mie mani scrivono;
quando racconto gesticolano;
se possono abbracciano.




Colonna sonora.

1)      Zucchero – Con le mani.






E con le mani,
amore,
per le mani ti prenderò,
e senza avere paura
nel mio cuore ti porterò;
e non avrò paura se
non sarò bella come vuoi tu,
ma voleremo in cielo
in carne e ossa.
Non torneremo più.

29 giugno 2014

vorrei comprare una strada



Ci sono canzoni che assumono significati personali, privati. Ci sono pezzi di molti anni fa che tornano alla mente. Ci sono brani da poter scoprire o riscoprire e date nelle quali vale la pena tirarle fuori.

Era sul volo Air France da Buenos Aires.

Non mi scorderò mai il momento nel quale lo venni a sapere.
Seduto a tavola, fuori casa, fuori città; un ristorante che guardava il mare, amici; notizie, telefonata, lei? sicuri? c'era? è certo che non ci siano superstiti? Telefonata ad una amica giornalista che non era venuta a cena per seguire gli sviluppi della notizia. Conferme. Una sigaretta fuori dal ristorante. Rabbia e dolore.

Questa canzone la ha scelta e la ha cantata con noi nel concerto di Roma. Quello della locandina.
Oggi sarebbe stato – è – il suo compleanno.
Auguri, Claudia.

Marco


“Vorrei comprare una strada” New Trolls.


vorrei comprare una strada nel centro di nuova york
la vorrei lunga e affollata di gente di ogni eta'
e tanta luce nei buffi tubi di vetro colorato
una fontana con mille bambini che giocano
un gatto grigio che scalda assonnato il suo angolo
e voli alti contro i colori dell'arcobaleno
e al tramonto vorrei sedermi all'ombra di un grattacelo
fino a che io sentiro' una voce che mi dira'
scusami william mi spiace




per te ma e' la fine.

5 marzo 2014

Elenco non esaustivo di cose che detesto


chi la vuole capire la capirà.


I broccoli, i cavolfiori e il cavolo verza e la puzza quando vengono lessati. Le rape rosse o patate rosse come le chiama qualcuno, l’amaro dei lampascioni e i loro effetti collaterali.

L’aglio, gli aliti che sanno di aglio, il cattivo odore di quando c’è tanta gente, la gente quando è troppa e si accalca, la calca che non riesci a camminare. Correre, quelli che fanno jogging,  dover correre, avere chi decide l’andatura al posto mio. Quelli che decidono al posto mio e decidono pure male e proibiscono. I divieti privi di senso, i prati verdi dove è vietato calpestare il prato, le recinzioni immotivate che tu vorresti passare ma non puoi, le strade senza uscita e i vicoli ciechi. I falsi ciechi, i falsi invalidi, i falsi e tutte le ipocrisie; i baci e le moine davanti e le coltellate alle spalle. Il termine buonista, quelli che lo adoperano, quelli che usano male le parole e la grammatica italiana.


Quelli che guadagnano senza lavorare o che sono nati ricchi e non ne hanno merito perché non mettono a frutto la loro fortuna, quelli che ostentano chirurgicamente ma non lo ammettono. Il primo bottone della manica di una giacca di sartoria sbottonato, le giacche da uomo con il tessuto troppo lucido, i vestiti marroni, i calzini corti se non stai giocando a tennis, le camicie a manica corta con la cravatta e magari pure la giacca.


Chi non ti fa spiegare, chi ti fa parlare e fa finta di ascoltarti ma in realtà ti da il permesso di parlare per dimostrare che è democratico ma non è vero, i democratici solo a parole, le parole cattive, gli slogan, gli slogan razzisti allo stadio, i razzisti, i classisti, quelli che dicono uomo di colore però dicono anche che mandano cattivo odore. 
L’esasperazione, l’esagerazione, i tatuaggi che coprono metà di una persona, le maschere, il carnevale, il capodanno. L’aria di superiorità di chi è convinto di avere capito tutto ma non ha mai studiato un faccenda come si deve, quelli che si lasciano chiamare Maestro e non hanno mai insegnato una cosa in vita loro, quelli che ripetono a pappagallo. Il pressappochismo, la cattiva educazione, il non distinguere, la massificazione, le targhette. Quelli che mi appiccicano una targhetta addosso secondo la quale farei parte di un “voi” e debbo delle spiegazioni sul comportamento tenuto da altri, le targhette adesive con quegli adesivi potenti che non le stacchi manco a morire e ci perdi un sacco di tempo. L’ammoniaca: pure quella profumata. Perdere tempo a staccare etichette che non ne vogliono sapere di staccarsi. Sprecare il mio tempo. Perdere tempo a cercare le cose o a fare cose che non mi interessano.


Chi si indigna quando chiude una libreria di quartiere ma sono anni che compra i libri sul web, gli indignati a comando, quelli che comandano le indignazioni, quelli che vorrebbero comandare la mia indignazione come fosse una catena di sant’Antonio. I libri che costano troppo e quelli che si indignano perché i libri costano troppo ma spendono venti euro per un aperitivo senza battere ciglio. 
Le indignazioni di comodo, l’opinione pubblica, l’onda e la ola. Tutti gli anti-qualcosa o anti-qualcuno quando sono solamente retorica e partito preso, e gli fa comodo e non gli costa nulla, perciò inclusi anche un bel po’ di antifascisti.

La violenza fisica e la violenza verbale, la minaccia e l’abuso, la costrizione e l’emarginazione. Le finte pari opportunità e le quote rosa. Chi alza l’asticella delle aspettative per poter criticare meglio chi le aspettative a quel punto dovrà disattenderle e quelli che guardano e giudicano e basta. I vecchi che parlano davanti a un cantiere. Quelli che non partecipano mai e quelli che guardano l’incidente stradale e si fa la fila. I guardoni. Quelli che invece di guardare la strada mentre guidano usano il telefono. Quelli che non usano il telefono per sentire come stai ma ti mandano un messaggino in cui digitano “come va?”. Gli sms e il t9. La pubblicità degli operatori telefonici. Quasi tutta la pubblicità, volgare e senza fantasia.

Chi non paga il canone Rai perché la televisione fa schifo. Le merendine prefabbricate all’albicocca. Il sugo lento troppo acquoso. (Se non sai fare la pasta al sugo falla all’inglese, con un filo d’olio). L’olio troppo acido, l’olio che non è extravergine ma pure quelli che gli fa fico chiamarlo "olio EVO", le etichette taroccate scritte piccole e le truffe alimentari. Le truffe, i truffatori e chi li copre.


Lo yogurt agli agrumi.

La sporcizia, la puzza, la cacca dei cani non raccolta dai padroni dei cani, il fatto che io mi vergogni perfino del fatto che non ho modo di pulire dove il mio cane fa la pipì, l’odore dell’urina, il cattivo odore nelle stazioni, la mancanza di igiene e la mancanza di controllo.

Gli stupidi che si credono intelligenti ma riescono a mostrare solo una furbizia da quattro soldi. I soldi falsi, chi ti rifila cinquecento lire per due euro, il fatto che non me ne accorgo mai.


Le esistenze costrette dal bisogno, la vita stretta, le scarpe strette, le camicie troppo giuste di collo che ti fanno impiccare con la cravatta, le cravatte regimental...

(Continua. Prima o poi).

27 febbraio 2014

La rubrica (Lesson nr. 5)



Lesson nr.5 – la rubrica.

(Ci sono post in questo blog che per me sono stati, in modi differenti, una lezione: sono raccolti sotto la tag "lesson". 
Questa è solo la quinta.). 

Ogni anno si comprava una agenda nuova che, dopo dicembre, ha uno spazio per la rubrica telefonica.
Tradizionalmente si perdeva un po’ di tempo a trascrivere nomi e numeri telefonici. 
Si sfrondava, si cercava il modo più efficace per ordinare i propri contatti, ciascuno aveva un po’ di tempo per fare le proprie considerazioni sui propri rapporti, telefonici e non, con le persone indicate nell’indirizzario.
Un modo come un altro per fare ordine, rassettare.
L’era degli smartphone ha tolto in parte questo tipo di usanza. Io lo faccio ancora.

Da un’epoca che sembra distante nel tempo alla contemporaneità è rimasta la posta elettronica che, anche se oggi è minata dallo scambio sui social forum, mantiene un suo status (tutti la abbiamo e la adoperiamo).

Prossima e presto indispensabile sarà la posta elettronica certificata che, unita alla firma digitale, sarà l’unico mezzo per sburocratizzare e smaterializzare un sacco di roba (ma questo, per quanto affascinante, è un altro discorso).

Quel che volevo dire è che una casella di posta elettronica ha una sua rubrica di indirizzi, un elenco ordinato di contatti da raggiungere e con i quali interagire, proprio come la rubrica nelle agende.
Per oltre venti anni ho avuto un indirizzo email personale, abbastanza privato, con desinenza yahoo.it e agli inizi di febbraio ho deciso di chiuderlo e aprire un nuovo account privato perché diventasse il mio indirizzo di posta principale su gmail.com.

Ne ho dato notizia alle società che incidono nella mia sfera personale: la banca, l’assicurazione, e altre istituzioni varie.


(Su quanto abbia faticato con il programma Millemiglia Alitalia, in particolare, potrei scrivere qualche pagina di note piuttosto piccate ma non è detto che prima o poi non lo faccia: è stato più semplice per Ulisse tornarsene a Itaca!).

Fatto questo mi sono trovato a fronteggiare la rubrica di yahoo.
La cosa più semplice da fare sarebbe stata esportarla in gmail. Tecnicamente semplice: si salva in un file adeguato la rubrica yahoo e la si inserisce in gmail. Ti ritrovi tutto con pochi passaggi.
Quando ho esaminato con un briciolo di attenzione la rubrica ci ho ripensato. 
Spiego perché. 
Era come avere davanti tutte le agende degli ultimi venti anni insieme: oltre trecentocinquanta indirizzi di posta elettronica. 
Una foresta mai potata.

17 settembre 2013

Amico


Mai stato furbo – distratto sempre – e molto probabilmente ho fatto molti errori che ignoro di avere fatto, disattenzioni o omissioni.
Compleanni dimenticati o parole che non ho detto mentre le pensavo.
Magari parole che invece ho detto senza avere il tempo di spiegarle meglio.
Mancanza di cure a qualche fiore delicato, chi lo può dire? Oppure le prossimità finiscono come finiscono le stagioni e io non lo ho ancora imparato e la curiosità è un lusso che non riesco a permettermi.
Non si è mai abbastanza ciò che si vorrebbe essere ma ci si continua a sentire amici anche contro le evidenze e l’ottimismo si fa dedica, diffusa.
Le cose sono come sono ed io resto tuo amico.

 



 

“Continua a sorridere, continua a splendere
sapendo che puoi sempre contare su di me, di sicuro.
E' per questo che ci sono gli amici:
per i bei tempi e per i brutti tempi
Sarò al tuo fianco per sempre.
E` per questo che ci sono gli amici”.

 

27 giugno 2013

parcheggiando ancheggiando (lesson nr. 3)


Lesson N. 3: parcheggiando, ancheggiando

Mimima 
moralia.

Parcheggio la mia Vespa tra due automobili, a spina di pesce. Scendo e la metto sul cavalletto. Inavvertitamente la mia anca urta lo specchietto retrovisore esterno destro di una berlina di grossa cilindrata, color grigio canna di fucile: lo specchietto si piega di pochi gradi. Meno di trenta gradi grazie alla mia goffaggine.
Entro rapidamente del negozio a far quel che dovevo riproponendomi di sistemare il retrovisore prima di ripartire. Penso che accorgersi in marcia che lo specchietto destro, lontano dal guidatore, è inclinato può costituire un pericolo.

14 giugno 2013

bellezza!


Mi guardo attorno, stanco, con addosso fatica e con il respiro corto.
 
 

Ovunque mi giri vedo violenza fisica e verbale, esasperazione, disperazione; se provo a fare un respiro profondo sento cattivi odori; quando provo ad ascoltare sento grida o rumori molesti.

Ogni cosa, ogni legame civile, ogni persona peggiorano.

Barbarie.

Le cose intorno, le situazioni, sono brutte.
Anche gli oggetti, i panorami, le persone, le parole appaiono sempre più brutte.
 

Ho bisogno di riposo,
 di ragionare con persone ragionevoli
e ho bisogno di gentilezza e di bellezza.

Penso che la bellezza possa salvare.

Fedor Dostoevskij ha detto “la bellezza salverà il mondo”.

 

 

“Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo.

20 maggio 2013

il nespolo (Lesson nr. 2)


.

Tempo fa avevo scritto un post dal titolo “Lesson nr.1” che parlava di finestre e diritto alla riservatezza tra dirimpettai. Se vuoi rileggerlo clicca QUI

Oggi vorrei raccontarvi un breve discorso che avevo preparato e che non mi capiterà più di fare.

Anche nelle case che ho abitato precedentemente a quella che abito adesso mi sono sempre occupato delle piante. C’è chi dice che abbia il cosiddetto pollice verde: in realtà, più semplicemente, con scarse conoscenze di giardinaggio e scegliendo specie a bassa difficoltà di mantenimento, metto cura, tempo e un po’ di amore nelle piante che possiedo.
Tra le piante facili da curare c’è il nespolo.
I primi due nespoli che ho avuto sono partiti da semi di nespola mangiata e piantata in terra: cura, anni, acqua e potature ne hanno fatto alberi che hanno dato copiosamente frutti. Da queste due piante avevo fatto altri tre nespoli (uno è ancora con me nel giardino della casa che abito adesso).
I tre nespoli erano in vaso, giovani, alti non più di un metro, in un grande terrazzo. Uno si spezzò per un banale incidente ma riuscii a farlo riprendere facendo un po’ quel che si fa quando devi aggiustare un osso rotto con mezzi di fortuna. Crebbe con un nodo nel giovane tronco, come un callo osseo, indietro rispetto ai due fratelli gemelli.

16 maggio 2013

Si fa presto a cambiare idea


“Si fa presto a dire
ho cambiato idea”.

Socialmente, politicamente e soprattutto culturalmente reputo sia un periodo difficile da decifrare e si corrono rischi di semplificazione un po’ troppo rabberciati.
È uno di quei momenti in cui alcuni commenti politici sono raffinati come la cucina della “Trattoria da Lo Zozzone” e profondi come olio in superficie.
È uno di quei momenti in cui tutti mi stanno spiegando tutto e tanti “lo sapevano benissimo”.
È uno di quei momenti in cui qualcuno ha cambiato idea; qualcun altro mi dice di cambiare idea.
Volevo scrivere un post di aforismi sul cambiare idea e ne avevo trovate un sacco e una sporta. A seguire soltanto una piccolissima parte.

La maggior parte di coloro che pensano di cambiare idea, non ne hanno mai avuta una.
Miguel de Unamuno
La difficoltà non sta nel credere nelle nuove idee, ma