marco valenti scrive

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5 settembre 2020

Papà, io e Nino Benvenuti

 


Mio padre, classe 1924, era un appassionato di pugilato.

Televisione in bianco e nero, da piccolo stavo con lui sul divano di casa a guardare gli incontri di box e ad imparare dai suoi commenti.

Più in là negli anni mi disse che alle Olimpiadi del ’60 aveva rimediato i biglietti a bordo ring per la fase finale: quarti, semifinale e finale del 5 settembre.

Mi disse “non ci sono andato per colpa tua”.

Il giorno dei quarti di finale mia madre ebbe le doglie e venni al mondo.

Papà si perse Benvenuti vs Mitsev, il giorno dopo Benvenuti vs Lloyd; il 5 settembre l’oro olimpico di Nino Benvenuti contro il russo Jurij Radonjak nella categoria Pesi Welter. Ci fu quella di Cassius Clay nei Mediomassimi e quella di Francesco De Piccoli nella categoria dei Pesi Massimi.

Cassius Clay è stato immenso. De Piccoli non me lo ricordo, probabilmente perché ebbe una carriera professionistica breve e meno fortunata di Nino Benvenuti.

Con papà ricordo bene di aver visto i tre mitici incontri di Benvenuti con Griffith e aver tifato per lui fino all’ultimo incontro perso con Carlos Monzon e al suo ritiro.

“Non ho visto la finale delle Olimpiadi di Roma per colpa tua” mi è rimasto impresso. Era, sia chiaro, detto in modo scherzoso – una specie di ricordo mancato – ma mi veniva ripetuto spesso. Magari dopo un bell’incontro visto insieme o quando discutevamo su chi fossero stati i migliori pugili di sempre.

Qualche anno fa ero a “Più libri più liberi”. In anticipo per la presentazione che mi interessava, entrai in sala a vedere la precedente nella quale Gianni Clerici presentava un suo libro sul tennis: sul palco, tra gli altri, Nino Benvenuti.

Un omone, di una certa età, brillantissimo, che risponde con intelligenza alle domande che gli vengono poste.

La presentazione finisce.

Vinco la mia assoluta timidezza di fronte a qualsiasi persona famosa e riesco a parlargli. È più alto di me e quando ci stringiamo la mano mi rendo conto che potrebbe stritolarla. Ha una bella faccia e uno splendido sorriso. Dopo brevissimi convenevoli gli racconto la storia.

Concludo sorridendo con un teatrale “Pensi! Me lo ha sempre rinfacciato di averla persa. Poi a bordo ring…”.

Nino Benvenuti, fulmineo: “è andata peggio a me: io sul ring c’ero!”.

Marco Valenti




Le Olimpiadi di Roma hanno passato i sessant'anni. Pure io...


13 dicembre 2010

appunti sulla vespa rossa


Ci fu, ovviamente, un prima della Vespa così come un dopo. Il mio prima fu di disatteso desiderio di ciclomotore, mi irretirono di promesse di automobile a diciotto anni per sedare il mio bisogno di indipendenza. Quando mollarono verso i diciassette con un Piaggio Boxer, rosso, capii dopo il primo momento di gioia che mi avevano fregato. L’automobile non l’avrei vista mai.

Avevo ragione.

Il ciclomotore rosso si azionava a pedali. All’epoca c’era davvero una continuità con la bicicletta. Pedalavi per accenderlo. Roba di liceo e di anni settanta.

Però indipendente o se dicente tale.


Il mio vespone rosso lo lasciai impietosamente alla mercé delle intemperie. Fece il suo dovere, anno dopo anno, ma inevitabilmente il colore andò sbiadendosi e quel bel rosso Ferrari lasciò inesorabilmente il posto ad un pallido e sbiadito rosa.

Antico.

Con la dignità un po’ blasé come certi alberghi. Col sussiego non chiesto a certi anziani si teneva senza lamenti ma ogni inverno, e ogni grandine, e ogni pioggia, lasciava un conto da pagare.

Sempre sorridendo, a volte sputacchiando, la mia Vespa faceva il suo.


Mio figlio, piccolo, in piedi sulla pedana della Vespa. Felice si teneva con i pugni serrati sui sostegni del parabrezza. Era felice di una avventura continuamente nuova ed io con lui.

Comandante. Pilota. Capitano. Padre.

Era meglio delle giostrine. Chi ha avuto sia un figlio che una vespa capisce meglio di chi ne ha avuto solo uno. Intendo un figlio; o una Vespa.