marco valenti scrive

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6 gennaio 2019

Ci si può perdere




Ci si può perdere come palloncini nel vento che prendono strade diverse.

Ci si può perdere per un disguido, per un fraintendimento.

Per un "l'ultima volta ho chiamato io e perciò tocca a lui", per decine e decine di stupidi motivi.

“Ci si può perdere per troppa buona educazione”. 

13 dicembre 2017

leggerezza e domande inutili


Se non si è di indole leggera e se si conduce una esistenza con oggettive difficoltà la ricerca di disimpegno e di leggerezza sono un vero e proprio percorso.

Un cammino verso una meta, in salita, con soste e mappe da decifrare. A volte ti senti il piccolo Hobbit che deve distruggere l’anello; altre cadi ruzzolando malamente. La leggerezza estiva la si cerca con letture da ombrellone ma ora siamo in inverno pieno.


Allora, malgrado dovrebbe essere una intima festa religiosa, ci viene incontro in questa ricerca l’abbandonarci al clima del Natale. 

Con giudizio, possibilmente, ma con lievità crescente.

Mentre quotidianamente apriamo finestrelle nei Calendari dell’Avvento mi va di abbandonarmi a un bel pacco di reiterati luoghi comuni, a chiacchiericcio senza impegno, a inutilissime curiosità.


Con leggerezza, quindi, ve le regalo di seguito.


Uno: albero o presepe?
Uno bis: albero vero o albero finto?
Due: pandoro o panettone?
Due bis: panettone con i canditi o senza?
Tre: a dieta prima o dopo le festività?
Tre bis: …e tutti quei pandori in offerta speciale a gennaio?
Certo di aver toccato temi cruciali,
Marco


Nota: foto presa da internet sul gustoso sito (da visitare!) www.dolcitalia.net
(Segue dibbbattito…)

17 marzo 2017

corvi




Ripubblico adesso un post scritto nel 2010 e a Roma. Lo faccio mentre si parla di immondizia e di chi rovista tra i rifiuti pensando di perseguire qualcuno. Accattone, questuante, rifiuto e rifiutato. Tempi sciocchi. Consideratelo una ironia, o una allegoria, o un appello inascoltato: non importa...

Tempo fa ho fatto una passeggiata nei giardini della Mole Adriana, Castel Sant’Angelo. Anche lì ho trovato le cornacchie. Uccelli spazzini e spietati, sprezzanti, piluccavano immondizia e facevano scempio dei cestini dei giardini.
Per scempio, lo dico per chiarezza, intendo che buttavano immondizia per terra, prendendola dai cestini, e cercavano cibi e avanzi.
Venti anni fa (e più, ahimè) mi chiedevo come fare con piccioni (luridi e infestanti) e storni; mi domandavo come preservare le specie avicole di Roma.
Troppo piccoli passerotti e usignoli per resistere.
Oggi corvi, cornacchie e gabbiani stanno distruggendo l’ecosistema della capitale. Distruggono, avanzano, demoliscono, attaccano. Sono impavidi, sfacciati, se ne fregano di tutto e di tutti. Nei giardini non c’erano più passerotti né altri volatili. Il corvo sporco lo ho trovato padrone incontrastato.
Nel mio terrazzo merli, tortore, passerotti ancora. Sopra gracchiare di corvo. Due tortore sono nate qui, nel mio terrazzo. I merli cercano refrigerio nel mio innaffiare (chi se ne frega della odiosa e inutile zanzara) ma la minaccia è anche qui.
Ieri ho sentito un gabbiano, addirittura. Non lo ho avvistato ma c’era.
Arrivano.
Stanno arrivando.
Nessuno fa niente e cornacchie e gabbiani arriveranno.
Nell’indifferenza generale cacceranno passerotti e merli.
Presi da problemi più grandi ce ne disinteressiamo. Quelli, i volatili nuovi e cattivi, scacciano e sterminano le specie più deboli e mansuete.
Si impongono nell’indifferenza generale e passeggiare per un giardino diventa lo squallore del vedere all’opera uccelli raccogli immondizia e ammazza tutto.
Noi, gradatamente, ci abituiamo e nessuno dice nulla.
Il giorno che una cornacchia si poserà davanti ai miei occhi sul mio terrazzo tirerò fuori la mia fionda.
Lo farò perché sono inviperito che mi cambi la città e che nessuno dica nulla. Si vede che non è di moda.
Un po’ come il fatto che tempo fa si parlava del proliferare dei topi in città e oggi non se ne parla più.
Mentre aspetto arrivi la moda di arrabbiarsi per il proliferare di gabbiani, corvi e cornacchie ai danni di tutti gli altri uccelli scrivo questo piccolo post.
Mi diverte infinitamente pensare che, se volete coglierla, questa mia è una formidabile metafora.
Fionda inclusa.
Il post è squisitamente nel tema ma se l’avete colta, la metafora, mi sa di buono.



12 marzo 2014

Best MUG



Colleziono tazze 
di formato "mug": 
felice di presentare l'ultima arrivata.




Serve ad essere leggeri





curiosi





un po' Zen





ottimisti





presenti.




(Non trovate anche voi che sia deliziosa?)

26 gennaio 2014

fanè; grossier



Sperando disperatamente che qualcosa cambi rilevo come il nostro Paese si sia imbolsito e diventi nel tempo estremamente più volgare.

L’italiano è una lingua bellissima, probabilmente impoverita da un cattivo uso ma sempre splendida e ricca. 

Ciò non ostante si deve riconoscere che ci sono francesismi che, a saperli adoperare, possono sintetizzare elegantemente concetti altrimenti più complessi.

La nostra Italia è decisamente fané ed è influenzata da troppe persone decisamente grossolane e cafoni, nei modi e nei toni (terribilmente grossier).



Facile restare invischiati in una spirale verso il peggio di noi stessi; pericoloso rispondere alle urla e agli insulti gridando più forte, smettendo di ragionare, contribuendo ad alzare i toni e abbassare i contenuti; peggio ancora, forse, chiudersi e sopportare tacendo.

Restiamo svegli e civili, per favore.


Squilla la tromba che già il giorno finì,
già del coprifuoco la canzone salì,
su scolte alle torri guardie armate, olà.
Attente in silenzio vigilate.
Attente o scolte, su vigilate.


2 gennaio 2014

2014: urgenze

Dire cose facili è semplice, banale e scontato. 
Facile indignarsi, rimanere politically correct, misurato; semplice suscitare interesse e considerazione rimanendo su piani consueti e ovvii.
L’efficienza di un organismo si misura sapendo valutare gli effetti delle azioni che compie, ovvero l’efficacia delle cose che fa, gli effetti delle risposte che mette in campo, attua, realizza in risposta ai bisogni che deve affrontare.
Se l’organismo che esaminiamo è un individuo o una collettività quanto detto sopra vale alla stessa maniera.
Quindi un insieme di individui, 
una collettività, 
funziona se è in grado di individuare i bisogni a cui deve dare soluzione in modo logico, 
se mette in fila le priorità dalla più importante a quelle meno rilevanti 
e risponde alle sollecitazioni con azioni adeguate ed efficaci.
Se un organismo collettivo perde tempo su questioni futili e non affronta le questioni essenziali, 
perché non le sa riconoscere o perché non vuole affrontarle, 
deperisce e muore.
Può morire con la soddisfazione di aver risolto qualche bisogno secondario ma, intanto, muore. 
L’orgoglio di aver conseguito un successo nella soluzione di uno o più problemi secondari se lo porta nella tomba.
Quanto più un problema è serio tanto più dovrebbe essere oggetto di analisi e di cura adeguate. 
Le misure per affrontare una questione, le risorse impegnate nel produrre una azione efficace a risolvere la questione medesima, devono essere commensurate alla gravità del problema che si deve affrontare.
Se le risorse sono limitate devono essere comunque adeguate ad affrontare le questioni più urgenti e più gravi. 
Un esempio: non posso spendere soldi dal parrucchiere e non in farmacia e correre il rischio di morire ben pettinato.
Occorre dare priorità alle cose più gravi e più urgenti e pericolose. 
Se devo affrontare due minacce da due individui diversi 
e uno mi insulta e l’altro mi sta prendendo di mira con una pistola per uccidermi 
sarà bene che non mi curi degli epiteti offensivi 
ma mi concentri su come evitare di rimanere ucciso. 
Serve che risponda alla minaccia più grave con una azione efficace. 
L’eccezionalità della azione da intraprendere sarà commisurata alla gravità del problema da fronteggiare.

30 dicembre 2013

L'augurio

Dopo anni che faccio auguri in internet e in questo blog avevo pensato seriamente di saltare il giro. Ci ho pensato a lungo e poi ho scritto, riscritto, cancellato, riscritto e cancellato più volte. Quello che segue potrà sembrare banale - mi rendo conto - ma è pesato, meditato, sentito. Sofferto. Personale e universale.

Un

buon anno.

Amici sinceri.

Buona salute.

Onorare impegni.

Costruire qualcosa.

Mantenere promesse.

Conservare sempre il decoro.

Mai smettere di riflettere sulle cose.

Ritrovarsi tra un anno migliori di oggi.

Stile.


Amare.

17 settembre 2012

Prodotti (dieci)

Playstation, videogiochi Super Mario Bros;


il Lipiter (per abbassare il colesterolo) e la Toyota Corolla;


Star Wars 

Harry Potter;


Ipad e Iphone;


Thriller di Michael Jackson e il cubo di Rubik.



Dieci cose.
Secondo uno studio di un sito americano di analisi finanziaria (http://247wallst.com/) questi sono i dieci oggetti più venduti della storia.


Non ho perso tempo a controllare l’autorevolezza dello studio; sono cose estremamente differenti per costi e tempo di occupazione dei mercati.


Forse c’è da porci qualche domanda sulla capacità di creare bisogni o sulla genialità delle invenzioni; sulla sagacia programmatoria di Toyota; sul grandissimo artista che è stato Michael Jackson. 
Le domande sono molte ma mi limito alla notizia.

Ho beneficiato di cinque su 10 di questo elenco.


Questo è il link alla curiosa notizia:



http://it.finance.yahoo.com/foto/i-10-prodotti-pi%c3%b9-venduti-della-storia-slideshow/



Lode a Mr. Rubik, architetto ungherese che nel 1974 ha inventato il giocattolo.



2 settembre 2012

anniversaire - compleanno


Oggi, 2 settembre, è il mio compleanno. Pochi giorni fa è stato il compleanno di questo blog (quattro anni). Con l’aiuto di Delia, che conosce il francese, nasce proprio oggi un blog fratello di questo.
Lì si ritroveranno chiacchiere vecchie già apparse qui insieme a post più recenti.
Invito voi a dare uno sguardo.
Se avete amici francesi invitateli voi.
Vi lascio il link.
Auguri
Marco

Aujourd’hui, 2 septembre, c’est mon anniversaire. Il y a quelque jours à étè l’anniversaire de ce blog. (4 ans).
À l’aide de Delia, qui connâit le français naît, exactement aujourd’hui un blog frère de celui-ci.
Vous y retrouverez vieux bavardages déjà apparus ici, ensemble à des billets plus récents.
Si vous avez des amis français invitez-le.
Je vous invite à jeter  un coup d’œil .
Voici le lien.
Meilleurs vœux
Marco.




11 giugno 2012

Attese sospese


Claude Monet - Stazione fumosa

Una città che non è la mia città.

Dopo un paio di giorni di riunioni che hanno richiesto grande attenzione, responsabilità di concentrazione, dopo un buffet conviviale in mezzo a facce note, prossime, amichevoli, la cortesia di chi mi ha ospitato viene fatalmente meno di fronte ai sacrosanti impegni di ciascuno di loro.
Lavoro da sbrigare, impegni familiari, magari soltanto meritata pausa dopo giornate che posso ben immaginare gonfie di fatica proprio per preparare tutto quello a cui ho partecipato, che è andato bene e che ora è terminato.


Mi trovo improvvisamente solo e mi sento svuotato per il lavoro svolto. Sono in una città che amo ma il mio essere un viaggiatore imperfetto mi lascia un tempo lunghissimo da qui al treno che mi porterà in un’altra città che amo ad altre riunioni.
Del resto, di fronte alla opportunità di prenotare il treno precedente mi ero fatto prendere dai soliti scrupoli, ovvero che se la riunione finale avesse avuto problemi di qualsiasi natura e si fosse protratta oltre non avrei potuto seguirla fino alla fine.
Invece, come previsto, tutto è andato per il meglio.
Affronto un tempo di mezzo con troppa stanchezza addosso per intraprendere qualsiasi attività e così mi ritrovo decisamente anzitempo alla stazione ferroviaria.


Trovo un sedile di fronte all’ingresso, mi rammarico che non abbia uno schienale e penso che, forse, è da troppo tempo che faccio lo stesso lavoro e ho la schiena stanca.
Resto lì a trascorrere un tempo sospeso dentro al mio gessato, in una camicia bianca che comincia ad essere stropicciata, allentando  la mia cravatta di Fendi, sfilando la mia Parker dal taschino per provare a buttare giù due righe che tanto non verranno. Non ora. Resto fermo, immobile, col blocco degli appunti sulle ginocchia e una Camel spenta tra le dita, a guardare scorrere la lancette del tempo sul mio orologio migliore.
Sono elegante e stanco e assolutamente incapace di agire o persino di formulare pensieri complessi.
Ipotizzo un altro caffè ma desisto subito dall’idea: non ho bisogno di svegliarmi. serve soltanto che scorra questo tempo sospeso e lungo che mi separa dal ritrovare la comodità del treno.


Mi perdo a guardare le persone che passano, una ad una e a gruppi. Stancamente e supinamente le assorbo e ne immagino provenienze e pensieri, aspettative o paure: gioco a stereotipi.
Studio le facce di chi esce e si guarda attorno per orizzontarsi; immagino vacanzieri anglosassoni fieri dei loro enormi zaini; africani con i loro oggetti da dare via furtivi e ambulanti; badanti asiatiche; coppie più o meno ben assortite; giovanissimi con acconciature improbabili; anziani che tramontano.
Vedo valige, zaini, borse, pacchi, libri, fiori, mercanzie; vedo cosce slanciate e ventri imbolsiti; vedo sandali bassi e tacchi spropositati, posture incerte o nervose, rilassate o decise o stanche; vedo chi arriva e chi parte, chi sa e chi ignora, chi si fida e chi ha paura; vedo i poveri e gli inadatti, gli snob e i business-man. Tutto si mischia: quello che assorbo e ragiono si sfarina in un indistinto.


Non c’è nulla che non vada ma la mia spossatezza è una leggerissima e appena malinconica assenza. Penso per un attimo agli angeli di Wenders che assorbono i pensieri dei cittadini nel cielo sopra Berlino.
Anche se è solo stanchezza non è la prima volta, non sarà l’ultima, e mi piace l’idea di provare a dare una voce anche a questo marginale e forse insignificante appunto di viaggio.

C’è anche questo nel mio viaggiare: non so di altri.

23 maggio 2012

La teoria della bottiglia

Ciascuno di noi è una bottiglia. Più o meno pieno di cose, da fare e da dire, di bisogno di esternare e comunicare con le altre bottiglie.





Nella formazione cresciamo, da bottiglietta da trentatré centilitri a fiasco da un litro o da un litro e mezzo. Quella è la capacità. Capacità di contenere, di produrre, di offrire, di relazionarsi col mondo liquido che ci circonda.


Adulti facciamo i conti con periodi di disagio che, prima o poi, capitano e a volte si ripetono. Nei momenti di difficoltà siamo più silenziosi, meno brillanti, e soprattutto sentiamo un po’ di fatica e di oppressione.


Allora proviamo ad analizzare la nostra fase di affaticamento e, a volte, frettolosamente ci autodiagnostichiamo un principio di depressione. Altre volte ci viene diagnosticato.


Nella fretta si può commettere l’errore di non considerare il rapporto tra la bottiglia e la quantità in essa contenuta.


Se sei svuotato, sei una bottiglia da un litro ma ne contieni mezzo, svogliato e apatico guardi nel vuoto senza riuscire a trovare ragioni di azione può darsi che tu sia un po’ depresso.


Se invece avresti cento cose da fare e da dire ma una oppressione di vario genere ti impedisce di agire come vorresti non sei depresso ma compresso: sei una bottiglia da un litro che ne contiene uno e mezzo.


Hai accumulato, sei troppo pieno, non hai potuto sversare sul mondo che ti è vicino quanto avresti voluto.


L’unica cosa che accomuna il depresso con l’oppresso (o, meglio, compresso) è un senso di disagio e di inadeguatezza.


Il sintomo, però, non fa diagnosi.


Il rischio è di fare come quello che si sente un po’ strano e va al bar a prendersi un caffè senza sapere se il suo malessere sia da pressione bassa o troppo alta.


Ciascuno fronteggia come meglio può avversità, disagi, contrattempi e incomprensioni: personalmente so di essere un troppo pieno, una bottiglia soltanto da tre quarti che a volte si trova con un litro e mezzo compresso dentro.



Ci ho messo un bel po’ a capirlo però ora lo so con chiarezza e provo, come meglio posso, a raddrizzare le cose.



A volte reputo giusto fermarmi e pensare, con calma, per non scoppiare e in questo modo raramente mi arrabbio veramente.



Vi assicuro, comunque, che la metafora della bottiglia ha una sua logica e funziona: pensateci.


 Voi che bottiglia siete?




6 febbraio 2012

Tre vigilesse



TreVigilEsse
Uno. Sulla solidarietà di quartiere e sul buon comprendere.

Da poco tempo il corpo della Polizia Municipale aveva aperto le porte alle donne in divisa. 

Una mattina sentii un vociare per strada e mi affacciai al balcone per vedere cosa stesse succedendo.
Abitavo una strada breve in una zona abbastanza centrale, parallela ad una arteria di scorrimento che, all’epoca, era interessata da un robusto intervento straordinario comunale: ne derivava il divieto di fermata in un’area prossima alla mia abitazione e, conseguentemente, un massiccio ricorso al parcheggio in doppia fila nella mia via ed in alcune strade prospicienti.
Erano ancora tempi di buon vicinato e di foglietti sul parabrezza con scritto dove fosse possibile rintracciare gli autisti che avevano parcheggiato in doppia fila.
Quando mi affacciai vidi due agenti che, taccuino alla mano, stavano multando in modo meticoloso e seriale tutte le auto in sosta vietata: due solerti vigilesse che in un quarto d’ora avrebbero potuto contribuire a sanare il bilancio del Comune. 

L’alterco era tra le due agenti e una signora affacciata ad una finestra di un primo piano, di fronte al mio palazzo.
“Signora: stiamo facendo il nostro lavoro!”.
“Non me ne frega niente! Qua non si trova un posto manco a pagarlo e ci conosciamo tutti: ve ne dovete andare!”.
“Sono tutte auto in contravvenzione!”.
“Non m’ha capito, signorina: se non ve ne andate con le gambe vostre vi mandiamo via con l’ambulanza! E io manco c’ho la macchina!”.
Le vigilesse parlottarono rapidamente tra loro e, senza una parola, se ne andarono. Tutto in un linguaggio vernacolare e molto, ma molto, più colorito.




Due. Sulla bellezza.

Un semaforo difficile, di quelli da governare perché basta una minima distrazione o indisciplina da luce arancione ed è subito ingorgo. A rendere fluido il traffico estivo una vigilessa minuta, mora, con i capelli legati a coda di cavallo, efficiente e decisa per gesti e fischietto. Improvviso, inaspettato, un acquazzone di gocce grosse come bicchieri si abbatte sull’incrocio, a dispetto del cielo che fino a pochi istanti prima era sgombro ed azzurro.
La pioggia bagna la camicia bianca d’ordinanza e traspare un seno generoso, sorretto da un reggiseno scuro, di pizzo, molto bello. La vigilessa perde il ruolo e ora appare una ragazza molto attraente; poco peculiare nel corpo di Polizia municipale ma appropriato alla bella ragazza mora.
Scatta, con il semaforo, un leggero rossore dell’agente che si allontana per ripararsi dalla pioggia e da troppi sguardi incuriositi.




Tre. Sulla gentilezza presunta.

Un tratto di strada che percorro con la mia Vespa, per andare al lavoro, è una trafficata salita in una strada a doppio senso di marcia, con complanare e preferenziale per l’autobus. 

Rimane un’unica corsia di guidatori che aspirano ad arrivare in cima alla salita, dove la strada si allarga e regala un’idea di maggiore rapidità di marcia.
A metà della salita c’è un semaforo che regola un attraversamento pedonale, sempre presidiato da una vigilessa.
Questa agente aiuta i pedoni, quando ci sono, ad attraversare e, una volta che hanno attraversato (o se non ce ne sono) lascia defluire il traffico anche a semaforo rosso, con ampi cenni delle braccia.
A me piace molto.
Anche se so bene che lascia passare con il rosso per decongestionare il traffico che ci preme alle spalle mi piace pensare che sia una sua gentilezza ed un buon augurio per la mia giornata di lavoro.