marco valenti scrive

marco valenti scrive
Visualizzazione post con etichetta treno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta treno. Mostra tutti i post

15 febbraio 2019

"Al posto di"





AL POSTO DI




Volevo dire una cosa poco popolare.

"Al posto di" non funziona e non è un argomento spendibile se si sta parlando seriamente.
Conto di articolare questo concetto meglio possibile (“al posto di” dire fesserie) ma, sono certo, non funzionerà comunque.

Le cose che dirò qui sono una minima parte di quelle che ho in ghirba.

Serve parlare per esempi e, per esempio, 
per fare un esempio serve parlarne.
“A che serve un servo che non serve?”(Cit.)
Parlare al posto di tacere.

In passato, remoto, (per esempio) qualcuno disse che era meglio potenziare le tratte dei pendolari "al posto di" fare l'alta velocità ferroviaria Milano Roma e ci furono grosse polemiche sulla variante di valico.
Oggi chiunque abbia un grammo di sale in zucca è felice di fare Roma-Venezia in un comodo treno frecciarossa invece di un più inquinante e costoso volo, con la soddisfazione della più bella uscita da una stazione ferroviaria che ci sia.
L’alta velocità ferroviaria ha fatto sì che tratta aerea Milano Roma, praticamente, non esista più e chi si è accanito nel proporla ha visto i propri aerei vuoti (con delle conseguenze societarie).

I pendolari restano ai piedi di una croce ma qualsiasi pendolare, dove può, usa l'alta velocità.



"Al posto di" peggiora, come termine di paragone, quando affronta temi che coinvolgono accordi internazionali o scommesse di investimento sul futuro. 
Fare un accordo vuol dire prendere degli impegni e se recedi l’altro contraente ha un danno e, correttamente, può avanzare diritti di rivalsa su di te. 
Scommettere sul futuro vuol dire essere preparati a cogliere al meglio opportunità che potranno venire e far da oggi quanto possibile per favorirle.

Roma (sempre per esempio) ha deciso di ritirare la sua candidatura per le olimpiadi perché, "al posto di" interventi sugli impianti sportivi, sarebbe stato meglio investire risorse sulle periferie, la cura del territorio, i bisogni della gente. Ha ritirato la propria candidatura ma non sono arrivati benefici di alcun genere al posto di. Quindi nessun beneficio per la città.

31 luglio 2017

Alla Stazione di Falconara Marittima





Domenica. Per tornarmene a casa, a Roma, dalla Romagna prendo il regionale veloce da Cattolica a Falconara Marittima.
È un bel viaggio di poco più di mezzora e se ti siedi a sinistra vedi il mare. Pesaro, Fano, Senigallia. Bello.
Treno affollato ma riesco addirittura a sedermi al piano superiore e nel lato giusto.

Arrivo al binario 4 di Falconara alle 15,07.

Il controllore, mezza età brizzolato leggero sovrappeso, mi vede il biglietto mentre sto scendendo.
“Giusto in tempo” gli dico sorridendo.
Ricambia con un sorriso aperto e simpatico: lo saluto augurandogli buon lavoro.
Per la coincidenza con l’Intercity c’è da aspettare le 15,42; dal binario si vede il mare; mi allontano di due metri dal treno e mi accendo una sigaretta.
In tanti chiedono al controllore, fermo sulla porta del treno dalla quale sono sceso,  da dove parta il treno per Roma.
“Binario uno”.
Lo ripete con cortesia a tutti per poi anticipare, sorridendo, la risposta.
“Roma binario uno,
binario uno,
uno, uno… uno-uno-uno”.

8 settembre 2014

Taccuino di treno Roma Pesaro - promemoria



In treno da Roma a Pesaro un giorno di Agosto.

Da quando ho aperto questo blog nel 2008 uno degli argomenti che tratto sono i viaggi. La tag è “viaggi (taccuini con un senso)" e alterna piccole memorie di belle cose a sensazioni e appunti brevissimi di viaggio, ma anche timori, inadeguatezze, piccole manie e paure che provo quale “imperfetto viaggiatore”.

Quel che mi è capitato sull’intercity Roma (17,40) – Pesaro (20,51) prova ulteriormente la mia imperfezione.
Avevo prenotato il posto 10A, lato finestrino, e questo – sappiatelo – se viaggi da solo è già un errore. 
I posti 10 fronteggiano i posti 9, divisi da un tavolino: buoni se hai deciso di fare un viaggio in tre o in quattro e chi si siede al 9A di fronte e al 10B al tuo lato lo conoscevi da prima di salire ma pessimi se sei estraneo agli altri tre che invece si conoscono, salgono come te alla Stazione di Roma Termini e chiacchiereranno in marchigiano fino a Jesi (20,07).
Al mio fianco (10B), a sbarrarmi il corridoio, un giovane maschio che potremmo supporre sui venti anni; di fronte a lui una donna (9B) che potremmo supporre sua madre; di fronte a me (9A) una donna intermedia che potrebbe essere una sorella più grande del 9A o, per dire, una zia. 

Ho con me un paio di libri che vi consiglio e il mio telefono: non ho computer o riproduttori di musica o cuffie o tappi per le orecchie. Non riuscirò a leggere e guardare le cose fuggirmi via dal lato pessimista di marcia non lenirà il mio nervoso in salita costante e continua. 
Il ragazzo parla, parla ad alta voce, dice cose da minorato mentale, parla anche da solo svegliando i suoi congiunti se si addormentano (o fingono di farlo per legittima difesa). 
Il ragazzo parla e usa un frasario che prevede un intercalare di bestemmie e improperi, offese a personaggi pubblici, categorie sociali varie nonché persone che conosce lui e io no. A sentire i suoi giudizi mano male che non le conosco.
Il ragazzo con il suo smarphone cerca - tra le altre cose -  treni notturni per la riviera romagnola, per andare e tornare. La madre anche ha uno smartphone e fa la stessa ricerca. Confrontano a voce alta i risultati insufficienti che ottengono e si avvisano ripetendo almeno un paio di volte ogni volte che non c’è linea e ogni volta che la linea torna. 

Anche se potreste essere indifferenti al fatto, vi posso assicurare che so per certo che non ci sono treni che di notte partono dalla riviera romagnola e vi possono riportare nelle Marche. Fatevene una ragione e andate in automobile o pernottate da qualche parte dopo la discoteca o il concerto o il caspita di cavolo che vi ha attirato in riviera. 

Terni. La zia dorme definitivamente; la madre ogni tanto si sveglia per provare a far stare zitto il mio vicino; lui passa all’ascolto della musica. 
Ma non ha auricolari. 
Non ha auricolari ed è convinto, a torto, di essere intonato. 
Non ha auricolari, il suo smartphone ha un volume della Madonna, canticchia e commenta e la sua selezione è un remix di successi popolari anni ’80 in versione disco. 
Il meglio che ne viene fuori sono gli 883: vi risparmio, lasciandolo alla vostra immaginazione, l'elenco dei remix.

Una ragazza passa in corridoio e gli chiede “scusi: può usare le cuffie per cortesia?” lui risponde “Non ce le ho” lei chiude “Allora abbassi il volume”. 
Guardo la ragazza andare verso la toilette carico d’amore e di gratitudine.

Pausa (di questo breve resoconto – non del nostro) per dirvi dei due libri.
Il primo è un breve saggio di Mario Perniola, “Contro la comunicazione”, Einaudi. 
È diviso in due parti: nella prima prova a spiegare come la comunicazione ormai prescinda dall’essenza dell’oggetto comunicato e possa essere manipolata (e manipolare) mentre nella seconda teorizza un ruolo salvifico dell’estetica rispetto alla lacrimevole situazione che si è venuta a creare. Eccellente, condivisibile e probabilmente importante la prima parte: più discutibile ma comunque interessante la seconda.
Il secondo libro è un romanzo di Chiara Arrighetti, “Un’oncia di rosso cinabro”, editore CartaCanta. Dal sito dell’autrice, bravissima, riporto “A nno Domini 1499. Un omicida si aggira per la bottega dei Francesco e Bernardino Zaganelli, pittori di prestigio imparentati con gli Sforza e divisi da un odio profondo.

Ritratto di un Rinascimento dai mille volti, luminoso e insieme inquietante, Un’oncia di rosso cinabro conduce il lettore nell’universo caleidoscopico della pittura e dell’alchimia.”.


Fine dell’intervallo e dei consigli per gli acquisti.

Torniamo al nostro Signor9A. 
Alle esortazioni della benefattrice andante in bagno, sottolineate con sommessa cortesia dalla mamma, abbassava la suoneria ma, in compenso, sciorinava un compendio di conoscenze delle abitudini sessuali della giovane che aveva civilmente protestato da far invidia ad un sessuologo, ad un ginecologo, ad uno psichiatra e ad un playboy di tempi fortunatamente andati: in pratica la diagnosi del nostro metteva in connessione una repressa attività sessuale della malcapitata (certamente vivace e frenetica fuori dal contesto delle ferrovie) con l’indisposizione che ella aveva manifestato verso la buona musica e le libertà individuali (a riprodurla a volume alto in luogo frequentato e a “cantarla” e commentarla dando seguito naturale ai propri desideri). 
Ometto per civiltà i dettagli estremamente coloriti.
Nell’acme della disquisizione bestemmiatorio sessuale del nostro eroe profferisco le prime parole del mio povero viaggio mentre gli tocco la spalla.
“Mi scusi, dovrei passare”.
Si alza. Lo vedo in viso. Focalizzo il naso da me mentalmente più volte irrimediabilmente fratturato con il gomito sinistro, abbozzo un sorriso, ringrazio e mi avvio alla carrozza bar. 

Sono le 19,00 ed io sono un eroe del bonton, della educazione impartitami, della tolleranza, della resistenza. Non ho il gomito sinistro macchiato del sangue del vicino. Barcollo fino ad un posto libero, lato ottimista del treno, e mi siedo di fronte ad una giovane ragazza, graziosa e munita di cuffie semiprofessionali. Con lei riesco a scambiare solo un paio di battute sull’apertura della tendina per vedere tramonto e panorama. Conviene con me che valga la pena alzare e guardare fuori. Da lì ci divide tutto. Le sue cuffie, il suo smartphone, il suo riuscire a truccarsi perfettamente malgrado i sobbalzi della tratta ed io che nel frattempo ho scritto poche righe di dedica su un mio libro che avrei portato ad una cara amica l’ammiro: la mia scrittura incerta e tremula contro il suo trucco perfetto. Sorrido comunque come uno che si sveglia e si rende conto che, in fondo, è stato solo un incubo. Alle 20,07 Jesi e la discesa del barbaro. Più in là Falconara Marittima, un cambio di motrice e una sigaretta.



Ci si potrebbe chiedere perché mi appunti tutto questo e lo condivida.
A parte i libri, davvero belli, per alcune semplici cose da ricordare per sempre.

Uno: mai prenotare un posto con il salottino se viaggi da solo.
Due: mai più senza musica, o computer, o cuffiette, o tappi per le orecchie.
Tre: improponibile immaginare una società evoluta (credetemi: è troppo tardi).


24 aprile 2014

il treno va




Vagoni del treno - Van Gogh


Amo il treno, viaggiare in treno, le stazioni. Ne ho scritto anche qui, più volte.
Il lato ottimista del treno, le attese sospese lunghe e spesso faticose, i contrattempi, qualche appunto minimo e così via.

Etichetta "Viaggi (taccuini con un senso)"

Adoro Paolo Conte.
E' un grande artista, un ponte tra molte cose, tra la lirica e il jazz, tra l'Italia e la Francia, tra ieri e domani.

Etichetta "Musica con un senso"
Qui il treno va.




Dir che ti penso è un controsenso perché sei sempre qui: sì, tra le mie dita, come la vita che in un sorriso vivi.

Il treno va:
scomparirà sulle sue ruote rotonde
dietro alle nuvole bionde.…

Io sono qua, rimango qua
in questa ruggine densa come qualcuno che pensa
… a un treno…

Tu dove vai? Con quei begli occhi che hai…
Ritornerai? Me l'hai promesso, lo sai…


Il treno va, scomparirà dietro alle nuvole bionde.…

1 giugno 2012

il lato ottimista

Eurostar. 
Pianura padana dal finestrino.
Sole. Sole forte su tetti di casolari sparsi in un tratto lento tra Verona e Bologna. Soltanto da lì alta velocità. Terra nera d’inverno che dovrà attendere, ancora per mesi, nuova vita.
Sono seduto nel verso pessimistico della vita, quello con la schiena alla motrice. 
È quello in cui il mondo non ti viene incontro dal finestrino ma fugge via.
C’è poca gente nel vagone. 
È un treno feriale comodo che non è a ridosso del fine settimana. Il fine settimana è denso di epifanie di pendolari settimanali che vanno a congiungersi, a coniugarsi. Questo è un Eurostar tranquillo. Rifletto sul fatto che la tratta che sto facendo non sembri avere le caratteristiche di fulminea velocità con cui hanno dipinto l’Eurostar. 
Stella europea, luce d’Europa. Mi va bene così. 
È roba di lavoro; non ho mica brame di congiunzioni carnali con chissà quale morosa. Non ho premura. Non aver premura è di per sé un buon viaggiare.
A tratti considero l’ipotesi di cambiare posto e andare a sedermi dove le cose ti vengono incontro.
Il lato ottimista del treno.
Mi decido ad aspettare il nuovo cambio di motrice a Bologna per restare malinconico in questo verso di marcia appropriato al mio umore.
Avrei bisogno di leggere, magari il bel libro che mi ha accompagnato in questo viaggio, o di forzare qualche conversazione cortese con la collega che di fronte a me legge assorta per conto suo.
Mi lancio nel tortuoso passaggio del capire cosa mai stia leggendo invidioso che assorba i suoi sensi.
Decisamente fino a Bologna il lato pessimista del treno mi calzerà come un abito di sartoria.
Forse ho necessità di noia e di pensieri.
Bologna, comunque, è prossima.

(Questo era un post del duemilaotto; non è cambiato nulla, al riguardo, e lo posto nuovamente)

22 giugno 2011

appunti minimi di un viaggio in treno




Un guasto sulla linea elettrica tra Roma e Napoli aveva fatto vacillare la mia fideistica preferenza per il treno, rispetto all'aereo, negli spostamenti tra grandi città.
La scelta del treno è motivata da risparmi in termini ecologigi, di comodità di viaggio e di qualità e quantità di spostamenti.
Roma Termini e Torino Porta Nuova sono nei centri storici; Fiumicino prevede un treno per arrivarci; Torino, da Caselle, una corriera.
Vuoi mettere, poi, sgranchiersi le gambe tra una carrozza e l'altra; scendere a fumare a Firenze; sgranocchiarsi uno snack salato, seduto comodamente in prima classe?
L'ufficio mi passa, ancora, la prima classe: probabilmente un ultimo, non piccolo, privilegio destinato a scomparire tra i falsi rispermi per le casse dello Stato numerosamente e rumorosamente messi in campo di recente.
Più che tangibili risultati hanno portato ad una sempre più rassegnata mortificazione di noi dipendenti, funzionari statali.
Funzionari; funzionali; pedine; pedoni.
Comunque a cinque minuti dell'orario di partenza era arrivata la buona notizia: il freccia rossa Roma Torino sarebbe partito in orario dal binario dieci.
Il giornale me lo avrebbero dato in treno; avevo con me il computer per scrivere un po'; gli ultimi documenti di lavoro da esaminare; Utz, di Bruce Chatwin da iniziare a leggere.
alla partenza avevo di che pregustare un buon viaggio.
Un buon viaggio è una bella cosa.
Perciò, eravamoalla vigilia dei referendum, la tifosa della parte politica a me avversa che parlava a voca molto alta pochi posti più in là non riusciva a scalfire il mio sereno buon umore.
Sapevo che il lavoro sarebbe stato faticoso ma che avrei avuto frammenti di solitudine che intendevo godermi al meglio.
Vagheggiavo con piacere visite squisitamente turistiche in una città che continuavo a carezzare senza mai esplorarne ed assaporarne le bellezze, costretto sempre da tempi tiranni.
Quindi un mezzo sorriso a prescindere dai cafoni e Utz in attesa della sosta fiorentina per il cambio della motrice e per la sigaretta.
Perfetto.
emmevù

Post scriptum: (non che abbia incrinato il piacere del viaggio) Credevo che con il servizio di ristorazione dei treni italiani fosse sufficiente (alla sopravvivenza) non farli cucinare ed ordinare piatti freddi: mi sbagliavo. Alla non modica cifra di euro quindici e cinquanta mi hanno dato un piatto di "prosciutto crudo e mozzarella di bufala". Mi sono chiesto: credono che siamo tutti cretini e talmente sfatti nel gusto da non riconoscere una mozzarella di bufala da una di mucca? A Roma (credo non solo) un bufala è sinomimo di una fregatura. Ecco: in quel senso era davvero una bufala.

30 maggio 2011

andare a Genova con il treno










Da Roma a Genova in treno in una mattina di maggio.
Sole pieno e lato doppiamente ottimista del treno.
Perché sono seduto nel verso per cui le cose ti vengono incontro, invece di fuggire via, e perché sono a sinistra, lato finestrino, e quindi vedo continuamente scorci di mare Tirreno.
Lampi di azzurro tra le campagne.
A Pisa sosta sufficientemente lunga per una sigaretta: pregusto.
Posso aspettare serenamente, poi, perché mi muovo verso una città che amo e dal finestrino è tempo di papaveri e di erbe che, lentamente, virano al giallo della mietitura a venire.
Un viaggio così ti fa capire, se sei predisposto, il tuo bisogno insoddisfatto di spazi aperti.
Magari camminare fuori città.
Intanto il giallo carico delle ginestre mi consola da un libro su cui avrei parecchio da dire e su cui, solamente forse, interloquirò con chi lo ha scritto; tanto, inesorabilmente, la fermata di Pisa si avvicina.
Genova mi accoglie bene, come sempre; le riunioni di lavoro vanno come debbono andare; il fatto che ci siano belle persone che incontro da parecchi anni facilita le cose e le rende, comunque, meno gravi.
Nella parte leggera di un soggiorno comunque di lavoro attento un invito a ce3na a “la buca di S, Matteo” in via Chiassone, mi stupisce con acciughe ripiene con vellutata di gamberi e trofiette con crema di pinoli e capesante.
Vermentino sardo e piacevoli chiacchiere che, per fortuna, salpano quasi subito da rive, e secche, di lavoro verso piacevolezze d’altro mare.
Ancora di bello, nell’essere un frequentatore seriale, abituale, delle stesse città è un albergo, anche, che riconosce, che non ha bisogno del documento di identità, in cui puoi avere quel minimo di sensazione domestica. Nel caso di Genova è il Metropoli, catena Best Western, in Piazza delle fontane marose.
La stazione di Porta Principe mi vede in attesa, non breve, nel pomeriggio del giorno dopo: è lo scotto che spesso pago per la mia organizzazione che antepone gli interessi del mio lavoro ai miei. Preferisco l’ozio stanco, affaticato, di una attesa in una stazione ma essere ragionevolmente sicuro di poter fronteggiare al meglio un eventuale protrarsi della riunione di lavoro. Sto più tranquillo.
Comunque il viaggio di ritorno è ancora finestrino sul mare.
Stavolta lato destro: si scende.
Va benissimo così.
Sono stanco ma torno a casa da una città a cui voglio bene.
Da Genova a Roma in treno: sole pieno in un pomeriggio di maggio e, dopo Orbetello, un tramonto struggente nel mare.
Attesa, solamente, di stendere le ossa a casa.

9 giugno 2010

l'avvertenza

Classe prima.
Mentre sono sul treno regionale tra Bologna e Bolzano, destinazione finale del viaggio, noto che su ogni finestrino c’è un foglietto di carta con su scritto “Classe 1°”.
Il biglietto è una semplice fotocopia in bianco e nero, tenuta al vetro con due pezzettini di nastro adesivo bianco: dalle dimensioni potrebbe essere un A4 diviso in quattro parti.
È stampato fronte retro per poter essere letto anche da chi deve salire sul treno, nelle stazioni ferroviarie e sia la luce del pomeriggio che la poca grammatura della carta adoperata fanno si che si veda in trasparenza il lato esposto all’esterno: per intenderci l’1 pare una freccia che punta verso l’alto.
Per riuscire a leggere una scritta più piccola, posta sotto “Classe 1” mi è indispensabile inforcare gli occhiali da lettura. La riporto.

AVVERTENZA: chiunque distacca, lacera o rende comunque inservibile il presente cartellino, commette un reato punibile a termine di legge.

Mentre, complice il viaggio lungo, ragiono sull’uso dei tempi nella frase e sulla sua correttezza (io avrei scritto: “chiunque distacchi, laceri o renda inservibile ecc. ecc…”) e sulla necessità del richiamo alla punibilità di chi dovesse danneggiare qualche fotocopia affissa, il ripetersi in modalità casuale della musica dal mio Ipod mi chiarisce le idee…



Parte Renato Carosone con “Tu vuo fa l’Americano, ma si nato in Italy”.
Tutto è chiarissimo.
Giusto: questa è l’Italia e questi gli italiani, bellezza!!!
Emmevu

28 gennaio 2010

Quel treno per Pisa

Devo partecipare a un seminario il 27 mattina.
Prenotati, per tempo, albergo e tratte ferroviarie il 26 per l'andata e il pomeriggio seguente per il ritorno.
Soltanto nella giornata del 25 apprendo che lo sciopero delle ferrovie non dovrebbe interessare il mio viaggio di ritorno: questo stempera la mia ansia da cattivo viaggiatore (buona notizia).
Imperfetto viaggiatore? Certamente: ma non sapere se, quando e come tornerai a casa non aiuta sicurezza di sé e buon umore.
La mattina del 26 piove forte.
Decido per andare in stazione con il taxi (che non mi rimborseranno mai: cattiva notizia) e quindi mi avvio, con il mio piccolo bagaglio, verso il treno delle 15 e 46.
Ore 15 e 10: arrivo in stazione.
Ore 15 e 25: il tabellone luminoso mi racconta che la partenza sarà posticipata di venti minuti (16 e 06).
Attendo girellando di conoscere il binario di partenza.
Quando salgo sul treno, binario ventuno, il ritardo è salito a quarantuno minuti.
Cattiva notizia.
L'intercity è vecchio e mal tenuto.
Il mio scompartimento è già pieno di gente e bagagli.
La mia quarantottore fatica a trovare posto sulla cappelliera.
Continuo a inanellare notizie cattive e notizie buone.
Sono seduto accanto al finestrino (buono) ma do le spalle al locomotore (lato pessimista del treno: cattivo); i finestrini sono sudici all'inverosimile e pieni di condensa e perciò si vede il panorama poco e male (cattiva notizia); gli altri cinque compagni di scompartimento, uno dopo l'altro, tirano fuori quotidiani nazionali o settimanali che - letteralmente - aborro per linea politica, editoriale, contenuti (cattiva notizia).
Escludo qualsiasi conversazione, anche leggera, che possa scivolare sul sociale o sul politico: siamo nel Paese in cui siamo e, quindi, non mi resta che escludere qualsiasi conversazione.
Cattiva notizia.
Si susseguono le stazioni intermedie, cala la notte, arrivo a Pisa in ritardo alle 19 e 40.
Non ho nientissimo da fare fino all'indomani.
Soprattutto ho potuto iniziare e terminare la lettura di "Uova fatali" di Bulgakov.
L'ultima è la notizia migliore.
Emmevu

19 agosto 2009

coppia sul treno



Piena mattina di pieno agosto su un treno quasi pieno.
Treno per il mare, quasi al completo, con un'aria condizionata fortunatamente adeguata.
Ascolto musica dall'i-pod stando seduto sul lato ottimista del treno (vedi post: il lato ottimista) e osservo dentro e fuori il treno pregustando una giornata di mare e chiacchiere con mio figlio.


La coppia di mezza età sale sul vagone a Civitavecchia.
Accaldati.
Lei davanti, lui dietro; lei trolley, lui valigione.
Li immagino sbarcati da un traghetto.
La donna, severa, incede passando in rassegna posti e cappelliere, stanca, nervosa. L'uomo arranca, sorride chiedendo scusa per il bagaglio che urta braccioli ad ogni oscillazione del treno.
Finalmente, dopo un po', lei trova: da lì in avanti è imperio. Letteralmente. Gli occhi e le mani di lei non indicano semplicemente ma ordinano, dispongono, comandano le azioni dell'uomo.
Non parla mai: non ne ha bisogno.
Lato destro / Valigia grande / Spostare la busta di una ventina di centimetri / Subito.


Lui chiede il permesso ai passeggeri e lei lo fulmina.
Lato sinistro / Trolley / Non importa che sbordi! / Subito.
Lui obietta qualcosa e lei lo fulmina di nuovo e allora lui esegue per poi lasciarsi cadere. Incautamente si deve essere seduto al posto che lei si era mentalmente riservato.


Lui si alza e le cede il posto sedendosi in altro posto libero.


Sipario.
Mentre lascio la musica per il libro che mi sono portato mi chiedo se in vacanza si siano divertiti.