marco valenti scrive

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24 settembre 2020

Lettera dalla Capitale


Roma, 9 febbraio 2019

Caro amico, 
mi chiedi come vadano le cose qui a Roma nell’ultima tua ed io ho esitato un po’ prima si risponderti. 
Come sai ho abbandonato da qualche mese la mia Vespa 300 per uno scooter 150 con ruote più grandi, ABS, Euro 4 e, un po’, da estimatore da sempre della Vespa, mi è dispiaciuto. 
Ti starai chiedendo cosa c’entri con la città e ti rispondo subito. 

Roma, dall’area più centrale – Piazza Venezia e il Campidoglio – fino a tutte le sue periferie, fino al territorio metropolitano con i suoi quattro milioni di abitanti ha una situazione stradale da città bombardata. 
Provo a spiegarti, amico mio, ma non è facile.

10 aprile 2017

sedici noni


SEDICI NONI

Per girare su due ruote nella mia città ci vuole attenzione e un po’ di coraggio per via delle strade mal messe e della scarsa attenzione di troppi.

Ciò non toglie la possibilità di osservare gli altri guidatori e avere piccole manie o storielle, piccoli aneddoti o considerazioni, su quanto capiti.

Nel tragitto abituale dal lavoro a casa ci sono alcune persone che mi capita di vedere più volte e, tra gli scooteristi come me, tendo a dividerli – a occhio – in affidabili, inaffidabili e indifferenti.

Un affidabile è un guidatore di motoveicolo che, grosso modo, ha un comportamento simile al mio. Qualcuno potrà obiettare sul mio autodefinirmi affidabile, me ne rendo conto: tuttavia un affidabile è pronto nelle partenze, attento agli incroci, cerca di guardare anche oltre il mezzo che lo precede immediatamente, rispetta i pedoni (almeno quando attraversano sulle strisce pedonali), svicola ma non troppo, evita quanto più possibile di passare col rosso anche se magari qualche arancione se lo fa, se è in sorpasso effettua il sorpasso rapidamente, se è in corsia di sorpasso cerca di non rallentare chi lo segue (esclusi missili e alieni).

Tra gli affidabili ieri, dopo un po’ che non lo incontravo, ne ho rivisto uno.

Per la verità ne ho prima sentito il clacson – era dietro di me e, evidentemente, aveva premura. 
Mi sono lasciato sorpassare e ho lasciato che mi facesse da “pesce pilota” per più di una decina di minuti nei quali ho avuto modo, seguendone le mosse, di osservalo con attenzione.

Considero come pesce pilota un motociclista con caratteristiche omogenee alle mie a cui posso lasciare l’andatura e l’onere di prendere decisioni sulle traiettorie da seguire, seguendolo. 
Mi rilassa un po’, ogni tanto, averne uno.
Mi sono divertito, da terga, a studiare il mio ritrovato pesce pilota.

Scooter Honda non nuovo, grosso e basso, dal clacson usato molto più della bisogna, gomme cambiate di recente, qualche ruga del tempo alla carrozzeria, niente bauletto.

Il pesce pilota è più basso di me almeno di una quindicina di centimetri e indossa pantaloni jeans, scarpe da ginnastica vecchiotte e un soprabito da scooterista (simile al mio ma non di marca conosciuta) e un casco grigio. 
Ha cosce grosse ma, soprattutto, è grosso di torso, largo: è più largo di me parecchio.

Isolato dal contesto, dagli altri automezzi e guidatori, ritagliato di per sé, sembra un po’ una immagine deformata di certi specchi, che non restituiscono le dimensioni esatte e ti allargano o – meglio ancora – ricorda quegli scherzi che ti fanno gli schermi televisivi quando nel vedere un film o un altro programma in onda cambi con il telecomando le impostazioni dello schermo. 
Lo stesso accade con le impostazioni dello schermo di un computer.

Perciò seguendolo – e non conoscendolo – lo ho battezzato “sedici noni”.
Calza più di ogni considerazione.


Buona strada, sedici noni: a presto!


31 ottobre 2013

Klaxon ti odio

Vespe a Roma - Gianicolo - "il fontanone" - 2013


In America, nel 1908, il signor Miller Reese Hutchinson inventò un dispositivo elettromeccanico e lo brevettò. 
I diritti sul dispositivo arrivarono nelle mani di una azienda di Newark che nel 1914 ne iniziò la commercializzazione: la ditta si chiamava Klaxon.
In Italia, oggi, particolarmente nelle grandi città qual è la mia, l’uso di questo dispositivo di segnalazione acustica che ha preso il nome dalla ditta Klaxon e che perciò clacson si chiama, è diventato una follia.

Io ho in odio il clacson.


Non tutti i dispositivi di segnalazione acustica sono uguali, come mostra chiaramente e scientificamente il video riportato: alcuni sono più forti e nocivi e inducono un guidatore di Vespa al sobbalzo. 
La cosa può avere un certo profilo di rischiosità.

Diversi anni fa, guidavo un altro scooter, c’era una moto che mi seguiva strombazzando continuamente. 
Pensando che il guidatore volesse avvisarmi di qualcosa che mi riguardava (perdi olio/benzina, stai prendendo fuoco, c’è un serpente attorcigliato alla tua sciarpa, fermati: dietro l’angolo ci sono dei banditi armati, ecc.) ho rallentato e mi sono girato per interrogarlo.
Di fronte a me, fatalmente sulla mia traiettoria e dopo una curva a sinistra, un’auto in seconda fila. 
La seconda fila selvaggia è un’altra piaga che affligge noi scooteristi (ma non solo) e casomai ne parliamo un’altra volta. 
Fatto sta e fu che tamponai giocandomi parafango anteriore e forcella.
Il motociclista che mi seguiva aveva, semplicemente, premura.

Ormai il clacson ha su di me l’unico potere di irritarmi poiché al 99% l’uso che ne viene fatto è – semplicemente – cretino.

“Definizioni; nanosecondo. 
Il tempo che intercorre a Roma tra la segnalazione luminosa verde del semaforo e la segnalazione acustica dal veicolo che segue il tuo”.

Odio a tal punto il clacson che spesso, se costretto a richiamare l’attenzione di qualche altro conducente a me prossimo nel traffico caotico della città, fischio.
Sono in grado di emettere un buon fischio, cosiddetto “alla pecorara”, senza usare le dita.


a proposito di fischi...



27 giugno 2013

parcheggiando ancheggiando (lesson nr. 3)


Lesson N. 3: parcheggiando, ancheggiando

Mimima 
moralia.

Parcheggio la mia Vespa tra due automobili, a spina di pesce. Scendo e la metto sul cavalletto. Inavvertitamente la mia anca urta lo specchietto retrovisore esterno destro di una berlina di grossa cilindrata, color grigio canna di fucile: lo specchietto si piega di pochi gradi. Meno di trenta gradi grazie alla mia goffaggine.
Entro rapidamente del negozio a far quel che dovevo riproponendomi di sistemare il retrovisore prima di ripartire. Penso che accorgersi in marcia che lo specchietto destro, lontano dal guidatore, è inclinato può costituire un pericolo.

9 marzo 2013

Upgrade GTS




C’è un link, tra quelli a destra alla voce ARGOMENTI, che si chiama “i diari della vespa”.
Parla di Vespa, di ricordi, di viaggi, di traffico, di agi e disagi; parte da quando ho acquistato la vespa gts 250 bordeaux nel settembre 2010 raccontando come e perché e prosegue – post dopo post – a raccontare cose.


Un figlio cresciuto e neopatentato che condivide con me la passione per questo straordinario prodotto del nostro Paese, il desiderio di esaudire un suo desiderio, la voglia di far bene e di giocare insieme mi fanno scrivere un'altra pagina di diario della Vespa.

Ho regalato il gioiello rosso 250 a mio figlio.
È – ovviamente – felicissimo.
Per me un “upgrade”: una Vespa gts 300 sport, classe 2010.



Solo a mio figlio avrei ceduto la coccolatissima rossa.
Resta in famiglia.
Lascio parlare le foto.

Ne parleremo ancora.











19 settembre 2012

la mia vespa e l'economia mondiale


Si è fermata.
Un paio di settimane fa, senza segnali premonitori, la mia amata Vespa si è fermata: il motore si è spento. La ho riaccesa e parcheggiata davanti al meccanico
Un avviso a cui ho risposto subito.
Il meccanico ci ha perso due giorni e la ha riparata.
Iniettore, statore, freno di dietro, candela, liquidi e filtro: la rottura dei primi due pezzi era imprevedibile nel modo più assoluto mentre il resto era in programma.



Ora la vespa sta benissimo e posso continuare a usarla e coccolarla, ma il punto di cui voglio parlare è un altro.


Il prezzo pagato per la riparazione supera un terzo dello stipendio netto mensile da me percepito in busta paga.


Premesso che

avere un lavoro statale, a tempo indeterminato, è una fortuna e premesso che il mio meccanico è onesto e la voce più rilevante di quanto ho pagato è riferita al costo dei pezzi di ricambio (nuovi e originali Piaggio) c’è qualcosa che non va.

Considerato che

 non possiedo altri mezzi di locomozione, che faccio manutenzione programmata alla Vespa e che la tratto come una signora c’è qualcosa che non va.

Dato che

 il mio livello di spese destinate ad attività ludiche e vacanziere, all’acquisto di cose effimere e superflue, a regali e vizi, è molto contenuto c’è qualcosa che non va.

Rilevato che

l’incidenza della spesa sostenuta è non compatibile con il mio livello retributivo e incide sulla qualità della mia vita personale, i casi sono due.

I casi sono i seguenti e una fattispecie non esclude l’altra:  
  1. i prezzi dei ricambi sono ingiustificatamente alti;
  2. il mio livello retributivo è ingiustificatamente basso.

Se in questo Paese, isole comprese, zone confinanti e area euro, si vuole rilanciare l’economia la cosa va risolta.
Tutto ciò narrato per favorire un momento di riflessione e senza null’altro suggerire.
In fede,
MV.


Colonna sonora: “Cosa sarà” – Dalla – De Gregori



cosa sarà
che ti spinge a picchiare il tuo re
che ti porta a cercare il giusto
dove giustizia non c'e'
cosa sarà
che ti spinge a comprare di
tutto anche se e' di niente
che hai bisogno
cosa sarà
che ti strappa dal sogno
oh cosa sarà

15 maggio 2012

Cara Signora Bionda ti scrivo

Cara Signora Bionda di cui ignoro il nome,




mi rivolgo a te con una lettera aperta: purtroppo (per tua fortuna) non conosco il tuo nome né il tuo indirizzo.


Cara Signora Bionda che guidi un’auto di grossa cilindrata, voluminosa, nel traffico cittadino, è dal mio scooter che ti ho visto cambiare corsia senza mettere la freccia: sembravi, nella tua manovra lenta, una barca a vela che scarroccia in preda a vento forte e correnti, sembravi essere alticcia malgrado fosse mattina.


Probabilmente abituata ad una poca presenza di controlli sulle strade della città, sicura nel tuo macchinone, protetta da tanto volume, ritenevi possibile fare quel che stavi facendo.


Non parlo dell’inesorabile e non segnalato cambio di corsia perché quello era una conseguenza ed io è della causa che voglio parlarti.


Pacatamente.


Per quanto possa essere pacato chi ogni giorno prende un motoveicolo e si affida al proprio occhio esperto ma sa che non basta e, pertanto, deve invocare la buona sorte ogni santo giorno.


Cara Signora Bionda: tu stavi componendo un messaggio con il tuo telefono portatile.


Che sia proibito, e sanzionabile, è una ovvietà ma volevo dirti, pacatamente, che dietro la tua testolina bionda e ben messa in piega hai un cervello che dimostri essere piccolo, stupido, pericoloso e criminale.


Tra tutte le cose che ti auguro riporto l’unica cristianamente scrivibile, ma sappi che ne ho in mente almeno una decina che non posso mettere per scritto e che preferisco lasciare alla tua immaginazione: io mi auguro con tutto il cuore che tu venga fermata da un poliziotto municipale severo, possibilmente di cattivo umore, e che tu possa pagare il massimo della pena previsto per il tuo comportamento alla guida.


La speranza è ultima a morire.


Con ciò ti saluto, senza la benché minima cordialità,


tuo disgustatissimo,


Emmevù

8 maggio 2012

Enza e la vespa


Portoferraio.
Una estate non meglio precisabile tra il 1955 e il 1958.

I miei genitori in vacanza.
Io ancora un’idea: di là da venire.
Enza, che non ho fatto in tempo a conoscere, e Piero, di cui posto disegni e malattia.
Architetto lui, studentessa di architettura lei: sposi, giovani, felici, in vacanza.
Lui ha una signora macchina fotografica 
e un bell’occhio a dirigerla.

È una Leika dell’epoca.
Lei non ha che poco più di venti anni. 
Mora, piccina, capricciosa e vispa.





L’albergo ristorante Taddei non c’è più.
La mamma non ha fatto proprio in tempo a esserci, nella mia vita, se non per pochi mesi.

Rovistando e provando invano a fare ordine, però, esce fuori una foto mai vista con Enza a far la diva.
In Vespa.
(Mai vista in Vespa).

Perché la posto?
Per Enzina, l’Elba, la foto, la vespa.
Amori.

6 febbraio 2012

Tre vigilesse



TreVigilEsse
Uno. Sulla solidarietà di quartiere e sul buon comprendere.

Da poco tempo il corpo della Polizia Municipale aveva aperto le porte alle donne in divisa. 

Una mattina sentii un vociare per strada e mi affacciai al balcone per vedere cosa stesse succedendo.
Abitavo una strada breve in una zona abbastanza centrale, parallela ad una arteria di scorrimento che, all’epoca, era interessata da un robusto intervento straordinario comunale: ne derivava il divieto di fermata in un’area prossima alla mia abitazione e, conseguentemente, un massiccio ricorso al parcheggio in doppia fila nella mia via ed in alcune strade prospicienti.
Erano ancora tempi di buon vicinato e di foglietti sul parabrezza con scritto dove fosse possibile rintracciare gli autisti che avevano parcheggiato in doppia fila.
Quando mi affacciai vidi due agenti che, taccuino alla mano, stavano multando in modo meticoloso e seriale tutte le auto in sosta vietata: due solerti vigilesse che in un quarto d’ora avrebbero potuto contribuire a sanare il bilancio del Comune. 

L’alterco era tra le due agenti e una signora affacciata ad una finestra di un primo piano, di fronte al mio palazzo.
“Signora: stiamo facendo il nostro lavoro!”.
“Non me ne frega niente! Qua non si trova un posto manco a pagarlo e ci conosciamo tutti: ve ne dovete andare!”.
“Sono tutte auto in contravvenzione!”.
“Non m’ha capito, signorina: se non ve ne andate con le gambe vostre vi mandiamo via con l’ambulanza! E io manco c’ho la macchina!”.
Le vigilesse parlottarono rapidamente tra loro e, senza una parola, se ne andarono. Tutto in un linguaggio vernacolare e molto, ma molto, più colorito.




Due. Sulla bellezza.

Un semaforo difficile, di quelli da governare perché basta una minima distrazione o indisciplina da luce arancione ed è subito ingorgo. A rendere fluido il traffico estivo una vigilessa minuta, mora, con i capelli legati a coda di cavallo, efficiente e decisa per gesti e fischietto. Improvviso, inaspettato, un acquazzone di gocce grosse come bicchieri si abbatte sull’incrocio, a dispetto del cielo che fino a pochi istanti prima era sgombro ed azzurro.
La pioggia bagna la camicia bianca d’ordinanza e traspare un seno generoso, sorretto da un reggiseno scuro, di pizzo, molto bello. La vigilessa perde il ruolo e ora appare una ragazza molto attraente; poco peculiare nel corpo di Polizia municipale ma appropriato alla bella ragazza mora.
Scatta, con il semaforo, un leggero rossore dell’agente che si allontana per ripararsi dalla pioggia e da troppi sguardi incuriositi.




Tre. Sulla gentilezza presunta.

Un tratto di strada che percorro con la mia Vespa, per andare al lavoro, è una trafficata salita in una strada a doppio senso di marcia, con complanare e preferenziale per l’autobus. 

Rimane un’unica corsia di guidatori che aspirano ad arrivare in cima alla salita, dove la strada si allarga e regala un’idea di maggiore rapidità di marcia.
A metà della salita c’è un semaforo che regola un attraversamento pedonale, sempre presidiato da una vigilessa.
Questa agente aiuta i pedoni, quando ci sono, ad attraversare e, una volta che hanno attraversato (o se non ce ne sono) lascia defluire il traffico anche a semaforo rosso, con ampi cenni delle braccia.
A me piace molto.
Anche se so bene che lascia passare con il rosso per decongestionare il traffico che ci preme alle spalle mi piace pensare che sia una sua gentilezza ed un buon augurio per la mia giornata di lavoro.

3 febbraio 2012

La neve, la vespa, il ritorno a casa e il signor Sindaco.




Le foto mostrano lo stato della mia amata Vespa, venerdì 3 febbraio alle 14,30, quando in ufficio ci hanno concesso di andare via anzitempo per l’abbondante nevicata che si stava abbattendo su Roma.
Qualcuno potrebbe chiedermi perché mai fossi andato in Vespa al lavoro. Lo so, in fondo rimango un ottimista.

Avendo capito prima di uscire dal lavoro che non sarei potuto tornare a casa con le due ruote mi ero collegato con il sito dell’Atac (l’azienda comunale del trasporto pubblico) per sapere come avessero potenziato le corse: con mio stupore avevo appreso che le corse non erano state potenziate e che, anzi, parecchie linee erano state soppresse.

Sotto la tormenta, in compagnia di due colleghe, sono andato alla fermata di Via Nizza, vicino Piazza Fiume (per chi conosce Roma).
Gli autobus designati come marcianti erano fermi, con le quattro frecce accese, e non sarebbero partiti.
Abbiamo deciso di provare a trovarne uno (non previsto in elenco) all’inizio di Via Nomentana.
Il piazzale prospiciente Porta Pia era letteralmente spazzato da una nevicata fitta e obliqua.
Dopo un quarto d’ora, dal groviglio di auto all’incrocio con Corso Italia, è sbucato un eroico autobus – poco importava non fosse in elenco – ma era già gremito di persone oltre ogni possibile sopportazione.
Ha lasciato la fermata che sembrava un treno indiano (con rispetto per l’India) e senza noi tre.

Da notare la totale assenza di polizia municipale nell’ingorgo infernale tra Nomentana, Porta Pia, Piazza Fiume.

Passa un'altra decina di minuti e decidiamo di incamminarci a piedi per Via Nomentana per muoverci un po’ ed evitare di rimanere congelati. E’ vero che eravamo in numerosa compagnia in quella fermata, ma la fine del filetto di platessa non era davvero una soluzione.
Così siamo partiti.

Annoto poche cose del tragitto.
Un primo vigile ad un incrocio assolutamente inutile da presidiare, dopo qualche centinaio di metri non governati; personale della protezione civile a spalare ghiaccio alcuni incroci dopo; un paio di autobus stracolmi che non si fermano neppure alle fermate canoniche perché sarebbe inutile; un paio di autobus che sfilano fuori servizio.
Niente altro nell’ora e tre quarti di cammino in una nevicata che non ha avuto sosta; niente altro nei sette chilometri che mi hanno portato a casa a piedi.
Gran camminata, con alcuni profili di bellezza e altri di fatica e disagio.
Ho in Rosa e Marta due attendibili testimoni, oltre che gradevolissime compagne di questa che mi è parsa una storia di “avventure nel mondo”.

Scrivo dopo Te verde, sigaretta, bagno caldo; scrivo dopo aver sfogliato giornali on line che titolano “Roma chiude per neve”, “Traffico in tilt”, “Neve: stato di allarme”, “Bus: viaggiano solo 76 linee di emergenza” e mi fermo qui ma potrei continuare a lungo.
Ora io dico che se fossi il signor Sindaco di Roccapizzopapero di Sotto, guardando il meteo dei giorni precedenti, mi sarei preoccupato di aumentare le corse dei mezzi pubblici, di spargere sale per le strade, di aumentare i presidi di polizia municipale.
È del tutto evidente che con il signor Sindaco di Roma non è successo.

Non mi dite che l’evento è eccezionale o che è imprevedibile; non mi dite che “la città ha retto”; non mi raccontate che la cosa è stata affrontata.
A Roma non nevicherà spesso – è vero – ma comunque nevica: mi pare ovvio che serva organizzarsi.

La neve può sorprendere il mio ottimismo e la mia Vespa, ma non deve trovare impreparata la macchina organizzativa della Capitale d’Italia.

Ricordo l’ultima volta che a Roma aveva nevicato: era il 12 febbraio del 2010 ed ecco il link al mio post di allora.

http://lecosesonocomesono-mv.blogspot.com/2010/02/roma-e-la-neve.html

23 settembre 2011

Umbria in vespa 3: Marmore, Spoleto, Montefalco, Bevagna






Viaggio in Vespa in Umbria, con mio figlio: terza (e ultima) parte.

Martedì 6 settembre 2011.

In una mattinata di cielo limpido, privo di nuvole, e sole pieno, fatta colazione andiamo alla Cascata delle Marmore, oggi magnificamente organizzata in un efficientissimo parco, e poi a mangiare a Spoleto.

Ci sarebbe così tanto da dire che preferisco lasciare qualche link perché chi vuole possa approfondire. Per noi è stata una gita di poco più di 150 chilometri, una strada di ritorno Spoleto Acquasparta particolarmente bella ma, sopra ogni cosa, aver visto insieme due posti di straordinari fascino e bellezza.

Questo l’interessante sito ufficiale di gestione dei servizi turistici alle Marmore:

http://www.marmorefalls.it/

Su Spoleto, Città Patrimonio dell’Unesco, sul suo Duomo e sulla incredibile Rocca Albornoziana, oltre a Wikipedia (che è sempre un discreto punto di partenza) segnalo un ottimo sito ufficiale del Comune per ogni notizia:

http://www.comunespoleto.gov.it/home

Al rientro niente centro benessere: piscina e sole puro. Poi cena e chiacchiere e libri. Giornata perfetta.

Mercoledì 7 Settembre 2011.

Oggi “solo” 90 chilometri per una passeggiata da Todi a Montefalco e a Bevagna e ritorno. Pochissima superstrada: verde, tanto, e curve e controcurve.

Montefalco, cuore del territorio a vigneti che offre i migliori vini Umbri (Sagrantino su tutti) è una piccolissima bomboniera votata a dar via Olio dop e vini, con un po’ di botteghe anche di artigianato ben fatto che dal corso finiscono in una delizia di piazza. La sensazione, per entrambi, è che sia meglio arrivarci con la predisposizione a bere vino (o a visitare aziende vinicole nei dintorni) e non con la voglia di caffè e cornetto.

www.comunedimontefalco.it

www.montefalcodoc.it

www.stradadelsagrantino.it

Bevagna, più grande, è un bel borgo medievale che val la pena visitare. Piazza Silvestri, il Palazzo dei Consoli, la Porta San Venanzo ed i resti della antica cinta muraria. Forse il forte caldo me la ha fatta apprezzare un po’ meno di quanto avrei potuto con altro clima ma, si sa, il caldo mi stronca un po’.

http://www.bellaumbria.net/Bevagna/

Ritorno e consuetudini di piscina e ottima cena. Al tramonto il cielo ha colori straordinari e, in più, registro con soddisfazione mio figlio che mi dice che ogni scelta fatta in questa breve vacanza gli è piaciuta.

Giovedì 8 Settembre 2011.

Il nostro 8 settembre, per soleggiamento e decisione convintissima, è giornata di piscina, relax, pranzo e viaggio di ritorno.

Alle 18 siamo a Roma, con 725 chilometri percorsi e un paio di centinaia di foto da scaricare dal telefono (pardon: Iphone!) di mio figlio Lorenzo.

21 settembre 2011

Umbria in vespa 2: Castiglione del Lago, Perugia








Viaggio in Vespa in Umbria, con mio figlio: seconda parte.

Lunedì 5 settembre 2011.

Nella terrazza dell’albergo Bramante a Todi alle 9 e dieci mentre aspetto che mio figlio Lollo mi raggiunga a colazione. Penso alla strada per il Trasimeno e poi per Perugia. Soprattutto penso a quei maledetti turisti americani che prima delle 7 mi hanno svegliato litigando come cafoni. La parola più usata, largamente la più adoperata, è stata fuckin’. L’argomento – per quanto ho potuto capire da appena sveglio e senza caffè in corpo – era che con quel fottuto abbigliamento, diceva lui, lei non sarebbe mai uscita dalla fottuta stanza né mai sarebbe salita sulla sua fottuta automobile; l’alterco della coppia (padre vs. figlia o marito vs. moglie: non so) si era poi esteso ad altre persone, presumo in pieno corridoio. Parola chiave sempre la stessa: fuckin’.

Decido di parlarne con la direzione e poco importa che fossi riuscito a riappisolarmi un po’: voglio stare in vacanza, che diamine! Quando lo faccio, alla reception mi guardano con l’aria di chi ha capito perfettamente di chi stessi parlando e mi dicono: “Per fortuna sono partiti stamattina”. La faccia ed il tono sono scuse, fatica sopportata, senso comune di liberazione.

Mi resta, nella soddisfazione, una curiosità: chissà come fuckin’ si era poi vestita, lei…

Il tragitto per il lago è molto bello; lo è sempre più mentre ci avviciniamo al Trasimeno dopo aver lasciato la E45in direzione Orvieto; sul lago c’è un cielo meraviglioso che ci impone di fermaci a bordo lago a scattare foto.

A Castiglione del Lago visitiamo la bellissima Rocca ed il museo.

http://www.borghitalia.it/html/borgo_it.php?codice_borgo=719&codice=elenco&page=1

Passeggiata per il corso principale, una pizza, Lollo che non resiste e dopo assaggio acquista un tris di salami da portarsi a Roma.

Si va via circumnavigando il lago, passando da nord ed entrando per pochi chilometri in Toscana per poi arrivare a Perugia. Una delle cose belle dell’avere uno scooter è che puoi arrivare dove alle auto è proibito: arriviamo in centro.

Sono stato spesso a Perugia e mi soddisfa mostrare a mio figlio i posti che frequento, da cui magari ho chiamato casa tra una riunione ed un’altra, i ristoranti, una pasticceria che amo in Corso Vannucci, uno scorcio semplicemente.

http://it.wikipedia.org/wiki/Perugia

Alle 17 e trenta siamo tornati in albergo, dopo 186 chilometri, ed è centro benessere, piscina, ottima cena.

Della cena, del Rosso di Montefalco 2006, e soprattutto di due commensali romane over 70 (e dei loro comportamenti) parlerò, prima o poi, separatamente: ne vale la pena.

Dopo cena chiacchiere infinite e letture. Secondo me “A cosa servono gli amori infelici” di Gilberto Severini è un bel libro; secondo Lollo – e questa è la notizia – “Cometa e bugie” di Marco Valenti è un bel libro.

(fine seconda puntata; con la prossima chiudiamo).