marco valenti scrive

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16 aprile 2020

il bonton e la manina davanti alla bocca




Qualcuno si interroga ancora sull'uso delle mascherine e allora io posto nuovamente una mia annotazione di una decina di anni fa (allora di buona educazione). 

Bonton e manina davanti alla bocca.
La notizia è che hanno studiato, scientificamente, cosa succede quando si tossisce e quando si starnutisce; la composizione di quanto viene emesso in termini di volume delle particelle; la velocità e la distanza che può essere coperta; il tempo di persistenza nell’aria.
I risultati sono sbalorditivi.
Alcune particelle di starnuto, particolarmente piccole, arrivano a superare i trecento chilometri orari e, proprio in quanto infinitesime, possono rimanere nell’aria – sospese – per un tempo lunghissimo.
Mi hanno insegnato a mettere la mano davanti alla bocca; hanno fatto bene; facciamolo tutti con convinzione.

Un estratto dall'articolo.

"Il tipico colpo di tosse inizia con un respiro profondo, seguito da una compressione di aria nei polmoni e quindi dall'emissione esplosiva e rumorosa dell'aria in una frazione di secondo. 
E' stato calcolato che un colpo di tosse media è in grado di riempire d'aria una bottiglia da due litri e che il materiale emesso dai polmoni può raggiungere una distanza di diversi metri dalla bocca. Le goccioline prodotte possono essere anche 3.000 e muoversi fino a 75 km all'ora.

17 settembre 2012

Prodotti (dieci)

Playstation, videogiochi Super Mario Bros;


il Lipiter (per abbassare il colesterolo) e la Toyota Corolla;


Star Wars 

Harry Potter;


Ipad e Iphone;


Thriller di Michael Jackson e il cubo di Rubik.



Dieci cose.
Secondo uno studio di un sito americano di analisi finanziaria (http://247wallst.com/) questi sono i dieci oggetti più venduti della storia.


Non ho perso tempo a controllare l’autorevolezza dello studio; sono cose estremamente differenti per costi e tempo di occupazione dei mercati.


Forse c’è da porci qualche domanda sulla capacità di creare bisogni o sulla genialità delle invenzioni; sulla sagacia programmatoria di Toyota; sul grandissimo artista che è stato Michael Jackson. 
Le domande sono molte ma mi limito alla notizia.

Ho beneficiato di cinque su 10 di questo elenco.


Questo è il link alla curiosa notizia:



http://it.finance.yahoo.com/foto/i-10-prodotti-pi%c3%b9-venduti-della-storia-slideshow/



Lode a Mr. Rubik, architetto ungherese che nel 1974 ha inventato il giocattolo.



11 giugno 2012

Attese sospese


Claude Monet - Stazione fumosa

Una città che non è la mia città.

Dopo un paio di giorni di riunioni che hanno richiesto grande attenzione, responsabilità di concentrazione, dopo un buffet conviviale in mezzo a facce note, prossime, amichevoli, la cortesia di chi mi ha ospitato viene fatalmente meno di fronte ai sacrosanti impegni di ciascuno di loro.
Lavoro da sbrigare, impegni familiari, magari soltanto meritata pausa dopo giornate che posso ben immaginare gonfie di fatica proprio per preparare tutto quello a cui ho partecipato, che è andato bene e che ora è terminato.


Mi trovo improvvisamente solo e mi sento svuotato per il lavoro svolto. Sono in una città che amo ma il mio essere un viaggiatore imperfetto mi lascia un tempo lunghissimo da qui al treno che mi porterà in un’altra città che amo ad altre riunioni.
Del resto, di fronte alla opportunità di prenotare il treno precedente mi ero fatto prendere dai soliti scrupoli, ovvero che se la riunione finale avesse avuto problemi di qualsiasi natura e si fosse protratta oltre non avrei potuto seguirla fino alla fine.
Invece, come previsto, tutto è andato per il meglio.
Affronto un tempo di mezzo con troppa stanchezza addosso per intraprendere qualsiasi attività e così mi ritrovo decisamente anzitempo alla stazione ferroviaria.


Trovo un sedile di fronte all’ingresso, mi rammarico che non abbia uno schienale e penso che, forse, è da troppo tempo che faccio lo stesso lavoro e ho la schiena stanca.
Resto lì a trascorrere un tempo sospeso dentro al mio gessato, in una camicia bianca che comincia ad essere stropicciata, allentando  la mia cravatta di Fendi, sfilando la mia Parker dal taschino per provare a buttare giù due righe che tanto non verranno. Non ora. Resto fermo, immobile, col blocco degli appunti sulle ginocchia e una Camel spenta tra le dita, a guardare scorrere la lancette del tempo sul mio orologio migliore.
Sono elegante e stanco e assolutamente incapace di agire o persino di formulare pensieri complessi.
Ipotizzo un altro caffè ma desisto subito dall’idea: non ho bisogno di svegliarmi. serve soltanto che scorra questo tempo sospeso e lungo che mi separa dal ritrovare la comodità del treno.


Mi perdo a guardare le persone che passano, una ad una e a gruppi. Stancamente e supinamente le assorbo e ne immagino provenienze e pensieri, aspettative o paure: gioco a stereotipi.
Studio le facce di chi esce e si guarda attorno per orizzontarsi; immagino vacanzieri anglosassoni fieri dei loro enormi zaini; africani con i loro oggetti da dare via furtivi e ambulanti; badanti asiatiche; coppie più o meno ben assortite; giovanissimi con acconciature improbabili; anziani che tramontano.
Vedo valige, zaini, borse, pacchi, libri, fiori, mercanzie; vedo cosce slanciate e ventri imbolsiti; vedo sandali bassi e tacchi spropositati, posture incerte o nervose, rilassate o decise o stanche; vedo chi arriva e chi parte, chi sa e chi ignora, chi si fida e chi ha paura; vedo i poveri e gli inadatti, gli snob e i business-man. Tutto si mischia: quello che assorbo e ragiono si sfarina in un indistinto.


Non c’è nulla che non vada ma la mia spossatezza è una leggerissima e appena malinconica assenza. Penso per un attimo agli angeli di Wenders che assorbono i pensieri dei cittadini nel cielo sopra Berlino.
Anche se è solo stanchezza non è la prima volta, non sarà l’ultima, e mi piace l’idea di provare a dare una voce anche a questo marginale e forse insignificante appunto di viaggio.

C’è anche questo nel mio viaggiare: non so di altri.

29 marzo 2011

Post di Poste



Si scrive per esorcizzare, per raccontare, per testimoniare: vi dico di un posto dove non tornerò mai più.


Emmevù


Mi ero recato alla posta durante la mia mezzora di pausa pranzo, di buon passo, felice di andare a spedire alcuni miei libri.


Lettera P come pacchi e raccomandate, fila dedicata; essere correntista, lettera E, dovendo spedire un pacco, non mi dava file privilegiate. La A è per i conti correnti, bollettini, e ritiro pensioni.


Mi consolava il fatto di avere solo cinque persone prima di me ed ero persuaso sarebbe stata una cosa breve: ben due sportelli riportavano sui led luminosi in alto la lettera dedicata. Pensavo potesse scapparci perfino un panino, dopo.


Tra i clienti una signora con i capelli biondi, taglio corto e tailleur pervinca, doveva avere un contratto di telefonia mobile particolarmente vantaggioso perché, incessantemente, faceva e riceveva telefonate. Il suo timbro di voce era tale da mettere l’intero ufficio al corrente dei fatti suoi.


Impiegati dietro il bancone un lui brizzolato ed una lei corpulenta, dai movimenti brachicardici; una signora di fronte all’impiegata; desolatamente nessuno di fronte all’impiegato.


Interrogando in giro scoprivamo che era impegnato in una chiusura di cassa e che, pertanto, non poteva ricevere pubblico. Passarono minuti dopo minuti e, finalmente, un signore di piccola taglia arrivava a fronteggiare l’impiegata brachicardica. La signora bionda continuava a metterci a parte della sua vita attraverso il suo telefonare. Si bloccava, inesorabilmente, il bancomat del signore di piccola taglia. Il tempo scorreva, inesorabilmente pure lui, ed il numero dei clienti aumentava.


Avendo notato una vivacità decisamente superiore nel settore conti correnti, dove erano di più gli impiegati attivi, mi permettevo di avvicinarne uno per domandargli se non fosse il caso di distribuire in modo più equo i lavoratori dell’ufficio postale, facendo contemporaneamente presente che il mio bigliettino di prenotazione portava l’ora in cui ero entrato, che erano trascorsi venticinque minuti e solo due clienti (uno e mezzo, per la verità) avevano avuto soddisfatte le loro richieste.


“Sto lavorando, signore: per queste cose deve parlare col direttore”.


“E dov’è il direttore?”.


“Se lo faccia chiamare”.


“Va bene, lo chiami”.


“Non posso: come vede sto lavorando”.


Non rimaneva che la resa, di fronte ad un discorso così efferato, ed il ritornare nel mio settore dell’ufficio.


A parte qualche frammento delle vicende personali della bionda non avevo perso un granché. Il signore di piccola taglia si era arreso ad uscire dall’ufficio per fare un prelievo con proprio bancomat ed il terzo cliente sparpagliava diverse raccomandate sul banco dell’impiegata.


La mia mezzora di pausa pranzo se ne era nervosamente andata.


I colpi di scena, ormai lo sappiamo tutti, sono continuamente in agguato.


Vidi l’impiegato, quello maschio brizzolato, alzarsi e sporgersi in avanti fino ad individuare la bionda telefonante.


“Signora, per favore, qui non si può usare il cellulare”.


“Scusa un attimo… ti richiamo io… devo dire due parole a una persona”.


Si alza in piedi e si avvicina all’impiegato.


“E dove sta scritto che non posso usare il telefonino? C’è forse un cartello? Pensate, piuttosto, a fare il vostro lavoro! Sono quaranta minuti che…”.


“C’è scritto, c’è scritto! E poi è una questione di modi: un conto è una telefonata di pochi minuti, un altro…”.


“Voglio proprio vedere dove sta scritto!” e ciò detto la bionda si dirigeva verso l’ingresso dispensando a voce alta la propria perplessità sull’accaduto. Per poi tornare e sostenere, con voce possibilmente più alta e decisamente contrariata, che non fosse scritta né in cielo né in terra una tale limitazione alla propria libertà e che gli chiamassero immediatamente il direttore.


La figura mitologica, o figura retorica, del direttore era stata invocata già due volte.


Alcuni clienti, pragmaticamente aggrappati ad un istinto di sopravvivenza invitavano la signora a rivolgersi altrove per cercare il direttore e a non rallentare, ulteriormente, le esasperanti operazioni di disbrigo pacchi e raccomandate. Mentre la signora, convinta, si allontanava per la seconda volta l’uomo di piccola taglia tornava dall’aver espugnato qualche bancomat dei paraggi (tempo ne aveva avuto) e sostituire il cliente precedente per perfezionare le operazioni già iniziate. Mentre la signora, che non era riuscita ad incontrare il direttore tornava indietro minacciando esposti e paventando provvedimenti disciplinari per tutti l’impiegato brizzolato tornava operativo e chiamava il numero successivo.


Era la signora bionda.


A quel punto di tutto voleva parlare ma non della sua raccomandata.


La mia desolazione aumentava.


“Signora: faccia quello che crede ma io sto qui per lavorare. Mi dica cosa deve fare o se ne vada”.


“Ecco qui. Devo fare una raccomandata”.


“Va bene mi dia il modulo”


“Non ce l’ho: me lo dia lei”.


Io a quel punto mi trovavo a pensare che, forse, un po’ di telefonate in meno avrebbero lasciato il tempo alla signora di procurarsi e perfino compilare il modulo ma mi guardavo bene dall’esternare.


Come un atleta ero pronto allo scatto.


Quando l’impiegato chiese chi fosse il prossimo, brandendo il mio pacco mi faci avanti.


“Ce lo ho in mano da quarantacinque minuti e ho il P104: mi offro volontario!!!”.

23 febbraio 2010

Roma e la neve




Il 12 febbraio del 2010 ha nevicato a Roma ed è stata una cosa piuttosto rara.
Ci siamo interrogati su quante nevicate abbiamo visto cadere; sono nate piccole dispute se avesse nevicato nell’85 piuttosto che nell’86; qualcuno ha ricordato il motivetto di una canzone cantata da Mia Martini, la nevicata del ’56.
Nel 1956 io non ero nato ma a Roma si verificarono delle nevicate che, per intensità e durata, rimasero storiche: nevicò il 2, il 9, il 18 e il 19 febbraio e per diversi giorni la temperatura rimase sotto lo zero.
Mi sono ricordato, invece, il giorno della Befana del 1985 quando sono salito sul mio ciclomotore con la macchina fotografica a tracolla e sono andato in centro a scattare foto in bianco e nero.
Nikon FM, tutta manuale, tre obiettivi (originali) da 35, 50 e 135 millimetri.
Un freddo cane.
Dopo pochi giorni a stampare a casa di un amico: altri tempi, altra epoca.
Ho cercato e trovato qualche stampa di quei rullini.
Ho fatto tre cose per chi segue il blog.
Ho passato allo scanner qualche foto; ho trovato un link con lo storico di tutte le nevicate a Roma dal 1788; ho trovato “la nevicata del ‘56” su youtube.

Marco



Ti ricordi una volta
Si sentiva soltanto il rumore del fiume la sera
Ti ricordi lo spazio
I chilometri interi
Automobili poche allora
Le canzoni alla radio
Le partite allo stadio
Sulle spalle di mio padre
La fontana cantava
E quell'aria era chiara
Dimmi che era così
C'era pure la giostra
Sotto casa nostra e la musica che suonava
Io bambina sognavo
Un vestito da sera con tremila sottane
Tu la donna che già lo portava
C'era sempre un gran sole
E la notte era bella com'eri tu
E c'era pure la luna molto meglio di adesso
Molto più di così
Com'è com'è com'è
Che c'era posto pure per le favole
E un vetro che riluccica
Sembrava l'America
E chi l'ha vista mai
E zitta e zitta poi
La nevicata del '56
Roma era tutta candida
Tutta pulita e lucida
Tu mi dici di sì l'hai più vista così
Che tempi quelli
Roma era tutta candida
Tutta pulita e lucida
Tu mi dici di sì l'hai più vista così
Che tempi quelli.

18 febbraio 2010

cats


Si cerca, per quanto possibile, di essere polite, politically correct, ed in nome di questa sorta di codice etico genetico si regolano i propri comportamenti ed argomenti. Non mi sottraggo, ovviamente, riconoscendomi in un medio progressismo e nella liberalità.

Pertanto concordo, con convinzione, con affermazioni tolleranti e buoniste; vivo mediamente solidale e cerco una strada legata al buon senso ed a logiche ecologiche, solidali; mi provo, per quanto possibile, a riconoscermi in un insieme che mi conforti per idee e modus operandi e, fin quando possibile, liberamente esercito il sacrosanto diritto a detestare le espressioni altre – troppo altre – rispetto alle mie.

Mi schiero, tuttavia, volta per volta e non a prescindere.

La censura, anche quando “di buon senso”, per esempio mi irrita, mi provoca una sensazione di fastidio e di impotenza.

Lunga premessa, me ne rendo conto, per affrontare una cosa piccolissima.

Però, per dritto o per storto, mi sta a cuore dirla.

Vedo pochissimo la tivvù ma navigo abbastanza per non poter avere fatto a meno di imbattermi nella vicenda di pochi giorni fa, dove un signore, tale Beppe Bigazzi, (http://it.wikipedia.org/wiki/Beppe_Bigazzi) è stato allontanato da una trasmissione televisiva.

La colpa?

Ha detto che ha mangiato carne di gatto, da ragazzo, ed in una trasmissione culinaria ha raccontato di tecniche per frollarne le carni prima della cottura.

Ecco il suo sito da cui fa apologia di vari reati… http://www.beppebigazzi.it/

Levata di scudi, accusa di istigazione a delinquere contro una specie domestica e pertanto protetta, irritazione e disgusto da parte di parecchi.

Facile e inevitabile epurazione. Molto facile.

Caso risolto: elementare Watson.

Il gioco è fatto e la televisione è, pertanto, democratica e progressista.

Forse perfino oltre le aspettative delle associazioni ambientaliste.

Mi dicono che nelle regioni dell’estremo est mangino i cani, mi dicono che in Italia – durante la guerra – non si trovavano gatti in giro. La prima notizia mi viene dalla letteratura; la seconda notizia mi è cronaca di anziani della mia città.

Intendo dire che è una cosa che so per certa.

Se la so io mi sa che è vera: credetemi.

Una generazione ottuagenaria si è nutrita, anche, di carne di gatto in assenza di altro.

Pur convenendo sulla inopportunità delle parole di questo tale in una trasmissione culinaria per massaie (io sono andato a cercarle per sentirle: lo hanno fatto tutti?) gli esiti mi sembrano, oggettivamente, straordinariamente severi.

Lo dico perché non lo dice nessuno.

Aggiungo che mi accontenterei della metà di questa indignazione e di metà di questa severità in numerosissimi altri casi che reputo, oggettivamente, straordinariamente più seri e gravi.

Spero non si voglia ascrivere l’accaduto tra le grandi vittorie del progressismo animalista.

Magari accomodandosi su altro...

Con l’intima tenace speranza di non essere frainteso concludo con: viva gli animali, i gatti e i cani, i criceti e i canarini, i pesci rossi e le tartarughe.

Di cuore.

I love them all.