marco valenti scrive

marco valenti scrive

17 maggio 2011

Chiamerà Livia


Capiterà.

Ovvio che capiterà: ora vi spiego.


Chiamerà Livia.


È sua sorella, nella realtà, ed ha cinque anni meno di lui: è il nome che gli è rimasto appiccicato addosso. È diventato il nome che da alle cose.


Perciò chiamerà Livia quando si sveglierà, quando avrà bisogno di aiuto per andare a fare pipì; pronuncerà il suo nome per indicare un piatto di verdura cotta, o piuttosto un fazzoletto.


Dirà Livia, con voce tonante, se avrà mal di pancia e lo dirà appellando ciascuno e, a volte, anche il nulla. Parlerà con nessuno, a volte, rivolgendosi a lui come Livia.


Succederà anche di notte, se si sveglierà e non saprà dove si trova. Accadrà quando vorrà andare a casa, in una casa che ricorda, forse immagina, oppure vagheggia: vorrà andare da Livia.

Assecondatelo finché potete perché non è cattivo, quasi mai.


È confuso come chi ha l’Alzheimer dentro ormai da troppo.


Livia i suoi bisogni primari, i suoi ricordi, un nome comune di cosa, un appello.

Scorderà anche lei. Questione di tempo. Sostituirà Livia con parole ancora più confuse e sempre meno pertinenti.


Prendetevene cura voi che sapete come farlo.

Mi fido di voi.


Io non ne ho più.


emmevù (per chiuderla qui)

12 maggio 2011

in fondo una Vespa...

ma poi, alla fin fine... ci parliamo sopra continuamente, cerchiamo ragione e ragioni.
Tuttavia fare Roma Porto Ercole con tuo figlio felice alla vigilia di Pasqua, sapere che ce la puoi fare, bene, malgrado tu sia inequivocabilmente un cinquantenne, e divertirvi pure se la giornata è, atmosfericamente parlando, un po' di merda....
non ha prezzo!
(per tutto il resto, chi crede, ha la Mastercard).
Sorrido.
La foto che mi ha fatto mio figlio è bellissima.
Vespizzatevi: ne vale la pena.

9 maggio 2011

Imperdibile conversazione davanti ad un giradischi



Potremmo chiamarla “A reported speech on new and ancient technologies” oppure “Sul vil vinile”, o anche “Generazioni a confronto: la rivincita dei cinquantenni”.
Tutto rigorosamente vero.


Due maschi sono in casa: di fronte uno stereo, compatto, con il quale è possibile convertire in una chiave USB musica proveniente da CD, ma anche da musicassette e da dischi.


Per dischi si intendono vinili a 78, 45 o 33 giri al minuto.


Un maschio ha cinquanta anni; l’altro diciassette. Per comodità nella conversazione riportata li chiameremo, rispettivamente, 17 e 50.


Questione di privacy.


17: Quindi con questo puoi convertire in mp3 tutta la musica che hai?


50: Si. Basta mettere una chiavetta e ci registri sopra da qualsiasi fonte sonora, selezionandola prima.


17: Pure i dischi? Ma tu ne hai?


50: Parecchi. Una volta c’erano solo quelli.


17: Me ne fai vedere uno?


Il cinquantenne torna con un 33 giri della Polygram, Making movies dei Dire Straits, 1980 e lo porge al diciassettenne.


17: Lo conosco. Come si apre?


50: Sfilalo.


17: Ah: ecco. Ma ci sono i testi!


50: Si. Così mentre ascoltavi potevi seguire il testo.


Il coperchio del piatto è già alzato e lo stereo è stato selezionato sul giradischi. Il diciassettenne studia il disco maneggiandolo con estrema cura.


50: Mettilo.


17: Da che parte è la musica?


50: Tutte e due. Scegli quale parte ascoltare prima.


17: Tutte e due?


50: Dai: mettilo.


Appoggia il disco infilandolo nel perno centrale e il disco comincia a girare.


17: Gira! …Che devo spingere?

3 maggio 2011

libertà

Vorremmo tutti far parte di qualcosa.

Quelle cose di cui vale la pena far parte e che ti fanno da casa, da luogo da difendere, da ideale per cui spendersi e, magari (o anche no) morire.

Vorrei far parte di un intero, o di un club, o di una massoneria di fratelli.

Della mafia no perché un po’ mi schifo e un po’ ho paura.

Una cosa in cui credere, forse una Patria che c’era e che ci hanno tolto.

(Rendetecela).

Oppure una identità.

Ragionando sul termine identità si arriva a uguaglianza.

Magari una parola troppo grossa.

Meglio dire pari opportunità.

Più moderno e adeguato.

Vorrei un luogo, non fisico necessariamente, in cui esercitare la mia libertà.

Appartenendovi.

Lo dico perché ad ella, la libertà intesa come libertà, mi ostino ad appartenere.

Questo è.