marco valenti scrive

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30 settembre 2014

Chi dice che scrivere è sofferenza



Per quel che può valere il mio parere, io non credo che scrivere sia sofferenza.
La sofferenza è un'altra cosa ed è molto più seria.
Scrivere può essere faticoso, anche molto. Sì.
Fatica, impegno, difficoltà, responsabilità. 

(La responsabilità del resto è propria della parola, scritta come pronunciata: qualcuno se lo dimentica ma le parole pesano. 
Quel che pesa va pesato)
.
Scrivere può essere, a volte, doloroso ma non è un dolore che si possa paragonare ad una vera sofferenza. 
Si tratta piuttosto di intensità, di rimanere concentrati sulla parola e anche sul processo che riesce a rendere universale o comunque interessante un fattarello qualsiasi - particolare - vero o inventato, personale o sentito dire o surreale.
A volte si può anche partire da questioni che ci hanno toccato personalmente provocando dei dolori.
Sono le cose che ci hanno provocato dolore. Sono i fatti che ci capitano che possono provocare dolore: la scrittura non c'entra. 
Il dolore non può essere scriverne.

Scrivere non è dolore.
Scrivere è gioia e privilegio.

Chi dice che scrivere è sofferenza soffrirebbe comunque.
Marco Valenti



6 aprile 2012

S come scrivere, scrittura, scrittore

Affronto gli aforismi sulla lettera S con sicurezza: esse come scrittura o come scrittore. Lo faccio diversamente dagli altri temi trattati poiché scrivo. Racconto storie, propongo cose scritte da me perché vengano lette da altri.

Non sono uno scrittore: sono un architetto che lavora come funzionario statale: il mio lavoro non è scrivere. Non sono un autore perché le cose che scrivo non sono riconosciute e neppure rappresentate.

Tuttavia scrivo, racconto, provo a dire cose che reputo sia bello raccontare e qualcuno vi si riconosce, leggendole, e ne trae del buono. Questo mi compensa di notti impiegate al computer a raccontare, o a limare cose raccontate, e mi appaga e mi distrae dal peso delle cose.



"Scrivere come una forma di preghiera". (Franz Kafka, Preparativi di nozze in campagna),



o, forse, per molti è vero che "Lo scrivere implica, nel migliore dei casi, un’esistenza solitaria. Lo scrittore lavora da solo e, se è un buono scrittore, deve ogni giorno affrontare l’eternità o la mancanza di eternità” (E. Hemingway, Discorso in occasione del conferimento del Nobel).



Non lo so. Quel che so è che è, come un lavoro, fatica. Non è con questo termine che a Napoli si chiama il lavoro? Dicono: “vado a faticare”. Sarà vero, quindi, che