marco valenti scrive

marco valenti scrive
Visualizzazione post con etichetta bonton. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bonton. Mostra tutti i post

16 aprile 2020

il bonton e la manina davanti alla bocca




Qualcuno si interroga ancora sull'uso delle mascherine e allora io posto nuovamente una mia annotazione di una decina di anni fa (allora di buona educazione). 

Bonton e manina davanti alla bocca.
La notizia è che hanno studiato, scientificamente, cosa succede quando si tossisce e quando si starnutisce; la composizione di quanto viene emesso in termini di volume delle particelle; la velocità e la distanza che può essere coperta; il tempo di persistenza nell’aria.
I risultati sono sbalorditivi.
Alcune particelle di starnuto, particolarmente piccole, arrivano a superare i trecento chilometri orari e, proprio in quanto infinitesime, possono rimanere nell’aria – sospese – per un tempo lunghissimo.
Mi hanno insegnato a mettere la mano davanti alla bocca; hanno fatto bene; facciamolo tutti con convinzione.

Un estratto dall'articolo.

"Il tipico colpo di tosse inizia con un respiro profondo, seguito da una compressione di aria nei polmoni e quindi dall'emissione esplosiva e rumorosa dell'aria in una frazione di secondo. 
E' stato calcolato che un colpo di tosse media è in grado di riempire d'aria una bottiglia da due litri e che il materiale emesso dai polmoni può raggiungere una distanza di diversi metri dalla bocca. Le goccioline prodotte possono essere anche 3.000 e muoversi fino a 75 km all'ora.

19 marzo 2012

il tifo, la mancanza di bon ton, e il non senso imperante


Quando si dice la delicatezza, il bon ton, l’aplomb, però anche il fato.

Uno se ne sta lì tranquillo a scribacchiare sul suo computer quando urla belluine lo distolgono.

Ci si ricorda che è sera di coppa dei campioni e ci si collega con i risultati in corso.

Con tutta quella bella calma che contraddistingue internet quando finge di dare partite in diretta si scopre, qualche minuto dopo, che non è il Napoli ad aver segnato ma la squadra avversaria.

Allora ti interroghi, escludi di essere altrove dall’Italia, escludi che il vicino di casa che urla di gioia sia straniero e ti chiedi: perché?

Mi trovavo a casa, a Roma, e non c’erano in campo la squadra della Capitale e neppure quella della periferia. Perché tifare in modo sfegatato contro la squadra italiana e a favore di quella straniera?

Credevo di essere nel giusto.

Passione per i propri colori, sana antipatia per la squadra che prova a invadere la tua città o per un paio di squadre del nord contro le quali la tua si è scornata ma, poi, basta.

Non è così.

Il vicino ha ululato ancora, per tre volte, ma non era solo.

Antipatia cromatica?

Invece io ad essere contento che il Napoli uscisse dalla coppa proprio non ci riuscivo.

Anzi: mi dispiaceva un po’.

Probabilmente risparmio energia negativa per elargirla, concentrata, su pochi.

Non so.

Spesso, ultimamente, si è invocato – in politica, nella società, nelle diatribe ingovernabili ed accese – un passo indietro.

Ora che è passato qualche giorno mi associo, nel calcio e non solo.

Un passo indietro?

Forse le prime gemme del ciliegio o, forse, l’impressione di cose più serie mi fanno saggio.

Magari il piccolo privilegio di non soffrire malattie di tifo davanti allo schermo di un apparecchio televisivo.

L’età che avanza?

Magari, un domani, ringraziamenti dall’Albinoleffe.

Perché proprio l’Albinoleffe?

Perché da bambino cercavo Atalanta ma non la trovato nelle carte geografiche e perciò, da allora, decisi di non voler sapere dove fosse Albino L’Effe.

Sarà che, come ebbe a dire Giobbe Covatta, "non siamo noi ad essere razzisti: sono loro ad essere napoletani"?

Sarà...

Però "Benfica Napoli" .

Vuoi mettere?

Se è un gioco si deve giocare.

Se è una malattia ci si può curare.

Non dite?

12 giugno 2009

bonton&ipod

Pranzo, solitario, in albergo durante un viaggio di lavoro e traggo consolazione da gran buon cibo prima di una riunione che spero, in cuor mio, meno faticosa del prevedibile.
Il cameriere, già visto in viaggi precedenti, mi accompagna al tavolo che è vicino - troppo vicino - a una coppia.
Sono un lui e una lei che pranzano ed hanno interessi di lavoro comuni ma mancano di altre prossimità.
Per me trota ai ferri ed erbe, patate al forno, pomodorini gratinati: della coppia non so perchè sono alle mie spalle.
Entrambi inanellano frasi che non posso non sentire e, non ignorando i temi trattati, le banalità impressionanti (di lui soprattutto) quasi mi spingono all'intervento. Non lo faccio, ovviamente, ma il bianco che bevo da piacere qual è diventa medicina.
Cauterizza.
Solo parzialmente giova un altrimenti strepitoso dolce ai frutti di bosco.
Ciascuno pranza dove capita e ne paga le conseguenze.
Caffè e via in camera a sciacquarmi il viso e impupazzarmi per la riunione.
Mi chiedo: l'uso di un Ipod (o di un Walkman) al ristorante è da considerarsi violazione delle buone regole?
emmevù