marco valenti scrive

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27 febbraio 2013

Irwin Shaw


(1913 - 1984)
 
 
Il 27 febbraio 1913, giusto cento anni fa, a New York nasceva Irwin Shaw, drammaturgo, scrittore e sceneggiatore.

 

 
 

24 febbraio 2013

lettera dal piroscafo




Lettera dal piroscafo per un giornale con scarsa tiratura.

Il direttore d’orchestra  ha messo insieme un bel concerto in cui ciascuno ha trovato qualcosa di apprezzabile. Ha creato una sinfonia senza nulla di nuovo nella quale riecheggiassero motivi di facile presa. Un’orchestra ottima per il Titanic.
Tutti sembrano ammaliati al suono del proprio strumento preferito, talmente rapiti dall’essere completamente sordi a qualsiasi altro suono proveniente dall’esecuzione del concerto e così presi dalla musica dal ritenere ininfluente l’avvicinarsi dell’iceberg.
La sinfonia appaga il gusto di ogni appassionato ad uno strumento, che sia il violino piuttosto che l’oboe, al punto dal riuscire a fare in modo che ciascuno senta quel che vuole sentire.
Ogni ascoltatore, felice, segue il proprio ritmo ed è impermeabile a qualsiasi critica.
Se gli fai notare, durante le prove aperte al pubblico, che il clarino stona ti risponde “Ma quale clarino! Non senti che archi fantastici? Questa si che è musica nuova!”. 
I suoi ascoltatori, rapiti, non sono influenzabili dal giudizio di nessuno. Qualcuno avrebbe voluto intervistare il Maestro ma il compositore e direttore d’orchestra non ha mai rilasciato interviste, si fa beffa di qualsiasi critica (da qualsiasi parte provenga) ed è un vero personaggio egli stesso: va ossessivamente ripetendo che una musica come la sua non è mai stata ascoltata e in questo modo predispone, ulteriormente, gli ascoltatori ad apprezzarla.
Come un Messia insinua che la musica si divida in prima di Lui e dopo di Lui. 
Mi trovo in difficoltà.
Chiunque sappia di musica, e chiunque sappia di iceberg, sa bene che non è così ma ad informarsi di musica, ad ascoltare orchestre diverse prima di formarsi un gusto musicale consapevole, sono sempre di meno.
Strano bastimento il nostro.
Quanto agli iceberg, al coglierne la vicinanza e la pericolosità se ne è parlato, per un po’, con allarmismo ma ormai quasi tutti sono sul ponte ad aspettare l’orchestra desiderando una musica che faccia ballare, promesse di flirt con fascinose dame, bisogno di sogno da liberazione senza essere stati affatto ancora liberati.
Passa il tempo, l’orchestra suona indiavolata, il direttore ieratico agita la bacchetta. 
Qualcosa, comunque, succederà.

Spero darvi buone notizie.



19 febbraio 2013

Anni or sono


 
Tu pensa uno che durante il capodanno esplode un botto.

Miccia corta.
Incidente; dita che saltano.
Ecco.
I miei amici li conto sulle dita di una mano, di quella mano.

Una volte non era così ma poi, col tempo, le cose sono cambiate. Selettività – nella versione migliore – o pigrizia, indolenza, inadeguatezza a costruire ragionamenti con chiunque, hanno portato, via via, a scremare.

Scremare.
E poi la vita faticosa, la routine, i piccoli (?) guai, i contrattempi, i doveri scelti o capitati come doni spesso non graditi.
Ingombranti.

E allora le fasi negative che mi giustifico chiamandole riposo, disimpegno, bisogno di ottundimento piuttosto che mancanza di voglie di socialità.
Man mano si telefona meno, si mandano meno mail: ci si rintana.

Ci si rintana in un bozzolo manco troppo caldo, neanche poi così confortevole e protettivo, non così pieno di placenta nutritiva.
Ci si nutre con poco.

Si eliminano le necessità superflue[1], le cose di cui si può fare a meno.

Resta un libro, lo sport di tuo figlio, andare in palestra, qualche disco, una battuta ogni tanto.
La distrazione di un caffè al bar.
Piccoli progetti sempre vaghi.
Fatica.
Sempre presente.
Quotidiana, callosa quindi per ripetitività di gesti.

 Poi le cose capitano.

Scopri che ti va di parlarne, giusto per metter a parte.
Ti ricordi che l’amicizia è anche condivisione.
Oltre che affetto.
Oltre che stima.

 
Ma.

Rivedi la mano monca.
Vai a constatare la parziale atrofia delle dita rimanenti.
Ripensi a vagheggiate, e mai ottenute, consuetudini.
Ti ritrovi pronto alla fuga senza nessuno che ti insegua.
O, meglio, non ti ritrovi più.
Non ti riconosci più allo specchio, indugi a cercare i tratti del passato, indulgi in una melanconia di tutto quello che non hai, non sei, più.

Costruisci (piccole) determinazioni propedeutiche a uno stile di vita da ripensare.
Tra cui parlare con gli amici.
Riparlare con gli amici.
Non accontentarsi più del meno.


Una mail è un surrogato.
Una telefonata è un surrogato.

Gli amici si guardano in faccia.
Differenze da ristabilire tra annusare una bistecca e mangiarla.

Ho una fame da lupi.
 
(gennaio 2007)



[1] È un ossimoro!