le cose ci sono, sono lì a rispondere ai nostri sguardi più o meno sicuri, alle domande che non facciamo e nemmeno sappiamo, a salvarci e a condannarci: sempre e pur tuttavia solo cose.
Sarebbero chiare se noi non fossimo così confusi. Non sono le cose a comandare ma l'atteggiamento che abbiamo noi di fronte ad esse. Come ci poniamo, come scegliamo se parlare o meno e cosa dire e cosa tenere per noi e non condividere.
Cosa lasciare andare.
Si fa un gran parlare del
termine resilienza, mutuato dal mondo della meccanica, e lo si propone come
valore in ambiti totalmente nuovi.
La resilienza di una città,
o di un popolo, o di un individuo.
La capacità di resistere
alle sollecitazioni, alle avversità, e quella di adattarsi alle mutate
situazioni.
Tutto questo è considerato
sempre più come qualcosa di positivo, di meritorio, e si moltiplicano articoli,
saggi e convegni che lodano chi è resiliente e invitano tutti alla resilienza.
Francamente, nella migliore
delle ipotesi, siamo di fronte ad un fraintendimento.
A volte le parole e la musica già ci sono. Basta rammentarle. Grazie Elvis.
Lei puo esere il viso che
non posso dimenticareLa scia di piacere o di rimpiantoPuò essere il mio tesoro o il prezzo da pagareLei può essere la musica cantata d’estatePuò essere il freddo portato dall’autunno Può essere centinaia di cose differentiCome il misurare del tempo di un giorno
Lei può essere la bella o la
bestiaPuò essere la
fame o l'abbondanza Può cambiare
ogni giorno nel paradiso o nell’infernoLei può essere lo specchio dei miei sogniIl sorrido riflesso in un torrenteLe puo non essere quello che sembra essere dentro al
suo guscio
Lei che sembra sempre felice
fra la genteI
suoi occhi possono essere cosi lucidi e cosi fieriNessuno ha il permesso di vederli quando piangonoLei può essere l'amore che é troppo sperare che
duri Forse viene da me dall'ombra
del passatoMa la voglio ricordare
fino al giorno in cui morirò
Lei può essere la ragione
per la quale sopravvivoIl motivo e il fine della mia vitaQuella di cui voglio prendermi cura durante gli anni difficili Io, voglio prendere il suo sorriso e le sue
lacrimeE farne miei souvenirsDove lei va io ci voglio essereIl significato della mia vita è lei. Lei.
She may be the
face I can't forget
The trace of
pleasure or regret
May be my treasure
or the price I have to pay
She may be the
song that summer sings
Maybe the chill
that autumn brings
Maybe a hundred
different things
Within the measure
of a day
She may be the
beauty or the beast
May be the famine
or the feast
May turn each day
into a Heaven or a Hell
She may be the
mirror of my dreams
A smile reflected
in a stream
She may not be
what she may seem
Inside her shell
She, who always
seems so happy in a crowd
Whose eyes can be
so private and so proud
No one's allowed
to see them when they cry
She may be the
love that cannot hope to last
May come to me
from shadows in the past
That I remember
'till the day I die
She maybe the
reason I survive
The why and
wherefore I'm alive
The one I'll care
for through the rough in many years
La rivista di letteratura IL COLOPHON, (puoi cliccare e la vedi) di Antonio Tombolini Editore, ha un titolo - un tema - per ogni numero. Il sesto numero ha titolo LE CITTA' INVISIBILI e se ci andate avrete parecchie cose interessanti da leggere: articoli, interviste, racconti brevi. Si viaggia dalla Marsiglia di Izzo alla San Francisco di Baricco, da Torino letteraria a Palermo di Sellerio o a Pavia di Mino Milani. Ce ne è per tutti. Certamente sto tralasciando qualche città citata e qualcosa di bello di questo numero della rivista. "Le città invisibili"... La somma di tutte le città e della loro poesia. Proprio a me hanno dato il piacere infinito di scrivere del libro che ha offerto il suo titolo a questo numero de Il colophon. Dato che "Le città invisibili" di Italo Calvino è sul mio comodino da più
mi ero ritrovato a pianificare un banale percorso
in autobus.
Allerta meteo
(esagerata) su Roma e necessità di
muovermi
da Montesacro a Piazza Monte Citorio
lasciando la fidata Vespa a casa.
Abitando in una delle capitali europee
(e avendo tempo per arrivare all’appuntamento)
si possono fare le cose con serena calma.
Volendo evitare cambi di mezzo vedo
che l’autobus numero 80 può condurmi da Piazzale Jonio a Piazza San Silvestro:
trecento metri a piedi per arrivare alla fermata di partenza e altrettanti all’arrivo.
Esco alle 8 e 40, mi fermo ad
acquistare i biglietti e a prendere un caffè e alla 9 spaccate sono alla fermata.
Ometto la sequenza di pensieri che
hanno attraversato la mia mente fino all’arrivo del mio autobus, numero 80,
dopo quarantacinque minuti di attesa.
Sbizzarritevi pure immaginando.
Ovviamente l’unica differenza tra
noi passeggeri dentro l’autobus e una scatola di sardine sott’olio era l’assenza
di olio nel mezzo pubblico.
Sono arrivato al mio appuntamento di
lavoro alle 10 e 45: due ore e cinque minuti dopo l’uscita da casa.
Google map mi dice che a piedi
sarebbe stato un tragitto di 7,3 km e aggiunge che il tempo di percorrenza
stimato è inferiore alle due ore. A piedi.
Se per andare dal punto A al punto
B, distanti 7.300 metri ci si mette di meno a piedi che con i mezzi pubblici c’è
un problema. O no?
Io potrò risolverlo usando la Vespa
anche con pioggia e grandine ma resta un problema.
Se ne sentono tante in giro sui
motivi dei disservizi del trasporto pubblico locale nella capitale d’Italia e
non sta a me riportare voci; legittimamente però posso denunciare che il
servizio non è da paese civile.