marco valenti scrive

marco valenti scrive

8 giugno 2011

I come idea

Nulla è più pericoloso di un'idea, quando è l'unica che abbiamo.

Alain, Sistema delle arti.

Oggi il cretino è pieno di idee.
Ennio Flaiano, Ombre grige.

Le idee chiare e precise sono le più pericolose, perché allora non si osa più cambiarle: ed è una anticipazione della morte.
Andrè Gide, Pretesti.

Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano queste idee.
Leo Longanesi, 1944 Roma, da Parliamo dell'elefante.

Le idee migliori sono proprietà di tutti.

Seneca, Lettere a Lucilio.

Un'idea, un concetto, un'idea è soltanto un'astrazione: se potessi mangiare un'idea avrei fatto la mia rivoluzione.

Giorgio Gaber.





Un'idea, un concetto, un'idea
finché resta un'idea è soltanto un'astrazione
se potessi mangiare un'idea
avrei fatto la mia rivoluzione.

In Virginia il signor Brown
era l'uomo più antirazzista
un giorno sua figlia sposò
un uomo di colore
lui disse: "Bene"
ma non era di buonumore.

Ad una conferenza
di donne femministe
si parlava di prender coscienza
e di liberazione
tutte cose giuste
per un'altra generazione.

Un'idea, un concetto, un'idea
finché resta un'idea è soltanto un'astrazione
se potessi mangiare un'idea
avrei fatto la mia rivoluzione.

Su un libro di psicologia
ho imparato a educare mio figlio
se cresce libero il bimbo
è molto più contento
l'ho lasciato fare
m'è venuto l'esaurimento.

Il mio amico voleva impostare
la famiglia in un modo nuovo
e disse alla moglie
"Se vuoi, mi puoi anche tradire".
Lei lo tradì
lui non riusciva più a dormire.

Un'idea, un concetto, un'idea
finché resta un'idea è soltanto un'astrazione
se potessi mangiare un'idea
avrei fatto la mia rivoluzione.

Aveva tante idee
era un uomo d'avanguardia
si vestiva di nuova cultura
cambiava ogni momento
ma quand'era nudo
era un uomo dell'Ottocento.

Ho voluto andare
ad una manifestazione
i compagni, la lotta di classe
tante cose belle
che ho nella testa
ma non ancora nella pelle.

Un'idea, un concetto, un'idea
finché resta un'idea è soltanto un'astrazione
se potessi mangiare un'idea
avrei fatto la mia rivoluzione
la mia rivoluzione, la mia rivoluzione.




30 maggio 2011

andare a Genova con il treno










Da Roma a Genova in treno in una mattina di maggio.
Sole pieno e lato doppiamente ottimista del treno.
Perché sono seduto nel verso per cui le cose ti vengono incontro, invece di fuggire via, e perché sono a sinistra, lato finestrino, e quindi vedo continuamente scorci di mare Tirreno.
Lampi di azzurro tra le campagne.
A Pisa sosta sufficientemente lunga per una sigaretta: pregusto.
Posso aspettare serenamente, poi, perché mi muovo verso una città che amo e dal finestrino è tempo di papaveri e di erbe che, lentamente, virano al giallo della mietitura a venire.
Un viaggio così ti fa capire, se sei predisposto, il tuo bisogno insoddisfatto di spazi aperti.
Magari camminare fuori città.
Intanto il giallo carico delle ginestre mi consola da un libro su cui avrei parecchio da dire e su cui, solamente forse, interloquirò con chi lo ha scritto; tanto, inesorabilmente, la fermata di Pisa si avvicina.
Genova mi accoglie bene, come sempre; le riunioni di lavoro vanno come debbono andare; il fatto che ci siano belle persone che incontro da parecchi anni facilita le cose e le rende, comunque, meno gravi.
Nella parte leggera di un soggiorno comunque di lavoro attento un invito a ce3na a “la buca di S, Matteo” in via Chiassone, mi stupisce con acciughe ripiene con vellutata di gamberi e trofiette con crema di pinoli e capesante.
Vermentino sardo e piacevoli chiacchiere che, per fortuna, salpano quasi subito da rive, e secche, di lavoro verso piacevolezze d’altro mare.
Ancora di bello, nell’essere un frequentatore seriale, abituale, delle stesse città è un albergo, anche, che riconosce, che non ha bisogno del documento di identità, in cui puoi avere quel minimo di sensazione domestica. Nel caso di Genova è il Metropoli, catena Best Western, in Piazza delle fontane marose.
La stazione di Porta Principe mi vede in attesa, non breve, nel pomeriggio del giorno dopo: è lo scotto che spesso pago per la mia organizzazione che antepone gli interessi del mio lavoro ai miei. Preferisco l’ozio stanco, affaticato, di una attesa in una stazione ma essere ragionevolmente sicuro di poter fronteggiare al meglio un eventuale protrarsi della riunione di lavoro. Sto più tranquillo.
Comunque il viaggio di ritorno è ancora finestrino sul mare.
Stavolta lato destro: si scende.
Va benissimo così.
Sono stanco ma torno a casa da una città a cui voglio bene.
Da Genova a Roma in treno: sole pieno in un pomeriggio di maggio e, dopo Orbetello, un tramonto struggente nel mare.
Attesa, solamente, di stendere le ossa a casa.

26 maggio 2011

bottiglie, bottles, bouteilles



Costretto a casa,
voglioso di disegnare, si misurava con preziose bottiglie dello scorso millennio che ho il privilegio di avere.
Impazziva con la luce che si rifrangeva nelle tante sfaccettature del cristallo.
Questo era Piero, quando era, ancora, da qualche parte, Piero.

Chi sa le bottiglie apprezzerà; meno gli altri.

L'aria si fa rarefatta in questa tag e altrove.
Si sta come si può.
enjoy.

23 maggio 2011

Venezia (13-15 maggio 2011)













Dal 13 al 15 maggio sono stato a Venezia per partecipare all’incontro annuale degli Anobiiani; per chi non lo sapesse Anobii è una comunità di lettori su internet (per info: www.anobii.com); sono stato molto bene per compagnia, attività, amicizie vecchie e nuove.
Raccontato il fatto che ha mosso il mio essere andato lì debbo dire che se questo post fosse stato scritto a penna avrebbe infinite cancellature, sottolineature, rimandi, ripensamenti. Questo perché vorrei provare a parlare di Venezia.
Ero già andato, più volte, per diporto e per lavoro, ma di Venezia, oltre la bellezza singolare, non mi ero mai fatto una idea propria; stavolta, vista la straordinaria offerta proposta da chi ha organizzato il raduno, sono tornato con la testa piena di immagini diverse, di suggestioni e di pensieri nuovi.
Forse dopo aver visto e avuto belle spiegazioni su squeraiol e tajapiera, (http://sites.google.com/site/venezianobii/home/percorso-squerariol-e-tajapiera)
guardi le gondole con altri occhi e decidi di vedere la città cullato da una gondola; senti solo lì “Oi oi, voga!” che è il modo del gondoliere di farsi sentire ad un incrocio.
Così le pietre, che siano bestie di marmo schiacciate in un campanile o mercanti agghindati da mori, ma magari anche la lastra martellinata di un citofono in un palazzo, danno di loro un sapore più compiuto.
Ti perdi, a volte non ostante i veneziani, per Calle e Sottorive e malgrado le scarpe piene di piedi sei felice di tornare sui tuoi passi per vedere ancora e ancora.
I balconi di legno sopra i tetti o i giardini rigogliosi e improvvisi, imprevisti a volte; arrivare alla stazione ferroviaria con l’uscita più bella del mondo, o col vaporetto dal Lido incontrare le isole che ti chiamano; bighellonare dal ghetto, dopo pioggia e nel vento freddo, nel Sestriere Cannaregio, fino a sporgersi lì dove la città inevitabilmente finisce e vedi mare alzato dal vento e un treno come il tuo che arriva.
Capire con chiarezza solo in quel momento che la città, solo lei, ha un limite preciso che è il mare ovunque.
Vedere scorci che pare Genova e altri che è diversa anche da se stessa.
Pensare a “le città invisibili” e che, forse, tutto nasce e tutto torna in quella città perché ce ne sono tante per quanti sono i modi di girarla e scoprirla.
Mangiare bene in posti dove non vanno i turisti ma i veneziani e commuoverti di fronte alla terza porzione del miglior fritto da anni (grazie Osteria Ruga Rialto: di cuore).
Essere di buon umore, in piacevolissima compagnia, e bere del buon bianco fermo.
Ripensandoci spesso da quando sono tornato a casa ho pensato che “Venezia è bella E ci vivrei” con piacere ed ho capito perché: finalmente, comincio ad immaginarla.
[dedicato agli amici di anobii e del corna; loro, se leggeranno, sapranno.]