marco valenti scrive

marco valenti scrive

13 maggio 2009

informatica informata

D’accordo.

Mi rivolgo ai dinosauri, agli obsoleti, ai neofiti, ai puri di cuore, ai tontoloni.

Chiedo scusa agli altri.

Mi rivolgo agli approssimativi, ai disattenti, ai dattilografi, a quelli che c’era la lira prima dell’euro, i soldi per capirci.

Mi iscrivo, simpatizzante al “si stava meglio quando si stava peggio” e, probabilmente, traccio un solco tra me e il progresso tecnologico e, soprattutto, informatico.

Tant’è.

Se mi si rompe la lavatrice chiamo il tecnico.

Se la mia automobile non va vado – tremulo – dal meccanico. Tutto lineare, semplice, senza spigolosità.

Ci si può mettere (non nel mio caso, sia chiaro) il desiderio di sentirsi maschio dominante e cazzuto e tecnologico; quel (sano?) “fai da te”, roba di bricofer e di ferramenta, di disquisizioni elettriche o idrauliche.

Si rimane, pur tuttavia, in un universo condiviso e – mediamente – conosciuto.

Punto.

Punto – per pietaà! – punto qui.

L’informatica non può essere improvvisata; non è roba di divisione tra chi da bimbo si dilettava col “meccano” e chi no; incredibilmente ha profili di serietà e competenze che non possono andare per passaparola e per sentito dire più di un tanto.

Sarò esplicito fino al turpiloquio.

Non me ne frega un biiiip! capire cosa sia un bug-di-sistema.

Vivo magnificamente la mia ignoranza.

Voglio che i files, a prescindere dalla biiiip! di versione di windows e da cosa mai ci sia dentro (crittografie CIA? Non penso) si apra e si lasci lavorare.

Punto.

Come la scatola col Pongo.

Come la macchina da scrivere.

E poi, da ignorante che sono, sono pure un po’ stufo dalla abbondanza di sedicenti esperti: per uno probabilmente buono ce ne son decine che sono artisti del “copia&incolla” e veri amplificatori viventi del sentito dire.

Chiedo scusa agli esperti smaliziati (due o tre al massimo) e invito gli altri a riflessione.

Impariamo a dire “non ho capito: spiegami” oppure a dire “è rotta: riparala.”

Magari ha la sua dignità.

Passerò dal Windows 6puntoZero alla grappa 6puntoPerfetta.

Se non mi sono spiegato, disse l’anziano paracadute, chiedo scusa: è stato pur sempre un bel cadere…

Ecco.

Grappa di Teroldego

Grappa Trentina: intensa, leggermente vinosa dal sentore di bacca rossa

Provenienza della materia prima

La grappa di Teroldego è ottenuta dalle vinacce provenienti dal vitigno autoctono,presente in questa zona fra i comuni di Mezzolombardo,Mezzocorona,San Michele all'Adige e più precisamente in Piana Rotaliana dove il terreno alluvionale creato dalla confluenza dei fiumi Adige e Noce , rende un habitat ideale per la coltivazione della vite. Il vitigno Teroldego ha trovato da sempre le condizioni ottimali per poter esprimere al meglio le sue grandi qualit .

Cantine conferenti

Foradori, Barone de Cles, Cantine Rotaliane, Cantine Mezzacorona, Dorigati, Endrizzi.

Conservazione della materia prima

Le vinacce del Teroldego arrivano a fermentazione avvenuta e quindi si provvede immediatamente alla distillazione.



Gradazione del prodotto

40 gradi

Caratteristiche organolettiche

COLORE: brillante, trasparente

PROFUMO: netto, gradevole con piacevoli note fruttate.

SAPORE: deciso, leggermente vinoso, armonico, con grande equilibrio tra il contenuto alcolico e gli altri componenti.

Temperatura di servizio

tra i 12 e i 14 gradi.

Durante la stagione estiva si consigliano temperature anche inferiori.

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emmevù

11 maggio 2009

ermetica

ci sono tempi e tempi.

ci sono momenti che tutto pare andare per il verso giusto ed altri che le cose ti sfuggono via come in un infinito piano inclinato.

resta da fare e da lavorarci sù.

non è tempo che di rimboccarsi le maniche e lasciare al tempo il tempo di dirimere verità da menzogne.

è roba di fare se si sa e tacere se non si è in grado di fare.

faticosamente mi provo a fare aspettando primavere tardive.

intanto pedalo, intanto metto fieno in cascina.

se la primavera tarda l'inverno è sempre puntuale.

credetemi.

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ci bevo sopra e consiglio farlo bene


emmevu

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www.stradadelsagrantino.it





I
l Montefalco Sagrantino Docg o Sagrantino di Montefalco Docg prendono il nome dall’omonimo vitigno da cui vengono prodotti. Coltivato da secoli sulle pendici delle colline umbre, il Sagrantino viene considerato autoctono, nonostante siano varie le ipotesi riguardanti la sua origine. Alcuni, infatti, lo ritengono di provenienza spagnola, altri credono sia stato importato dai primi frati francescani, altri ancora introdotto in Italia dai Saraceni. Questa Docg contribuisce in larga parte ai meriti acquisiti dalla regione umbra come produttrice di vini pregiati, già conosciuti e consumati nel Rinascimento dai papi e dai governatori. La zona di produzione comprende l’intero territorio dei comuni di Montefalco, Bevagna, Gualdo Cattaneo, Castel Ritaldi e Giano dell’Umbria siti in provincia di Perugia. La resa massima di uva non deve essere superiore ad 80 quintali per ettaro di vigneto in coltura specializzata. Le operazioni di vinificazione e di invecchiamento obbligatorio devono essere effettuate nell’ambito territoriale dei comuni compresi nella zona di produzione. La resa massima dell’uva in vino non deve essere superiore al 65% per il “Montefalco” Sagrantino “secco” e al 45%, riferito allo stato fresco dell’uva per la tipologia “passito” le cui uve subiscono un appassimento su non inferiore ai 2 mesi. Il vino “Montefalco” Sagrantino “secco” e “passito” non possono essere immessi al consumo se non dopo aver subito un periodo d’invecchiamento di almeno trenta mesi, di cui almeno dodici in botti di legno il “secco” , mentre per il “passito” non è previsto invecchiamento obbligatorio nel legno. I periodi d’invecchiamento decorrono dal 1° dicembre dell’anno di produzione delle uve. Il Sagrantino passito si accompagna a preparazioni dolci a pasta non lievitata, abbastanza consistenti, in particolare pasticceria da forno, crostate con marmellate di more o di altri frutti rossi. Va bevuto come vino da meditazione o accompagnato a formaggi pecorini molto piccanti quando è invecchiato. Il Sagrantino secco invece và abbinato a grandi arrosti, cacciagione, selvaggina da pelo e formaggi a pasta dura.

6 maggio 2009

Giusy e Jenny

Ho visto un servizio sul dopo terremoto in Abruzzo nel quale intervistavano un ragazzo, giovane, che nella tragedia aveva perso le sorelle, Giusy e Jenny. Cercava, tra le macerie della casa, alcuni oggetti personali che erano appartenuti alle due ragazze: piccole cose, un giocattolo particolare, il telefonino che lui le aveva regalato, oggetti personali di uso quotidiano.

Ecco: tutto qui. Ma per chi, come Paolo ed io, ha impiegato tanto tempo a interrogarsi e scrivere “Un senso alle cose” e ne sta provando a fare un blog non è indifferente.

Ecco l’incipit del romanzo come spunto per pensare…

“La fine dà senso alle cose.

Il tempo, la durata della loro costruzione, della loro esistenza,

ne stabilisce il valore.

Si tratti di un repentino colpo di fortuna

o di un lungo e faticoso lavoro,

le attività e le passioni dell’uomo valgono perché in stretta relazione

con il loro limite.

Con la nostra comprensione della loro durata.

E più ancora con l’esito certo dell’esistenza dell’uomo.

Non si scappa.

La precarietà è sorgente d’ogni emozione.

Delle cose belle di questa vita.

Tutto fosse eterno, quale gusto ci sarebbe a capire?

Non fosse per la morte, per la gioia di sfuggirle ogni giorno,

la portata di certi piaceri sarebbe priva di senso.

E’ così.

Non so immaginare il colore di una vita senza fine.

L’eternità è concepibile solo perché la biologia

ci costringe a un limite,

per di più imprevedibile.

La morte fisica è la chiave di tutto.

Fossimo certi di non morire, quale valore avrebbe un calendario?

Quale i ricordi?

Emmevù (e anche Piesse)