marco valenti scrive

marco valenti scrive

11 novembre 2011

spalle larghe

Un uomo con le spalle larghe,

ecco cosa ci vorrebbe per te,
che ti capisce senza farlo capire

e non ti spieghi mai perché,
che ti conosca da quand'eri piccola,

o che da piccola ti immaginava già.
Un uomo con le spalle larghe, lo sa bene lui come si fa.
Un uomo con le spalle larghe, la paura non sa nemmeno che è,
se tira freddo si alza il bavero e corregge il caffè.
Può ritornare sporco di rossetto,

tanto ha una faccia che non tradisce,
un uomo come ce ne sono tanti,

che quando vuole non capisce.





Un uomo con le spalle larghe,

la fortuna non sa nemmeno che è,


ogni sera fa cadere le stelle,


ogni mattina le raccoglie con te,
e se bastassero le cartoline,

te ne manderebbe una ogni anno,
e poi potresti vederlo piangere, come gli uomini non fanno,
un uomo che mangia il fuoco, e per scaldarti si fa bruciare.
Diventa cenere a poco a poco ma non la smette di amare.


Un uomo con le spalle larghe tutta la vita ti prenderà,
per insegnarti e per impararti, se mai la vita basterà.


In una grande casa con le finestre aperte,

in certe stanze piene di vento.

Un uomo con le spalle larghe

una buona misura del tempo.

7 novembre 2011

La torta di pane secco







Parliamo della torta di pane raffermo che mi ha insegnato Delia.
Una premessa non necessaria ma che può essere utile a chi si avventura in questo posto: il fatto che ci siano le “tag” chiamate Vino e Ricette non significa assolutamente che io sia un Sommelier o uno Chef.
Spesso, a proposito dei vini bevuti, rimetto a link maggiormente degni: ad ogni modo, cucinando senza essere un cuoco e bevendo vino senza avere la patente posto, al riguardo, con pudicizia.
Bevo (e mi capita di parlare di vini che mi sono piaciuti) e, oltre a mangiare, cucino (e mi capitano ricette ben riuscite o insolite).
Detesto gli sprechi ed è per questo che a volte mi succede di indugiare in ricette o artefici che aiutino il riciclo di quanto andrebbe altrimenti gettato. Poiché capita che avanzi del pane vi invito a provare una ricetta molto semplice per non buttarlo. Gli ingredienti variano moltissimo in funzione di quanto abbiamo in dispensa e il web pullula di ricette simili. In alcuni casi assurgono a piatti caratteristici: in questo caso penso più alla Torta paesana del Cuneese che al Bustreng romagnolo.

Alla base c’è del pane raffermo ammollato (l’ideale è il pane casareccio, i filoni; per capirci non pizza o panini) con del latte tiepido e ben sfranto. A questo si aggiungono un paio di uova ed un po’ di farina.
Nella versione dolce che propongo qui si aggiunge un po’ di zucchero di canna; in una versione “torta salata” (di cui parlerò tra un momento) ovviamente no.

Nel caso preparato e proposto in foto, sono stati aggiunti pezzettini di mela e uva passa e, quindi, il composto è stato messo in una teglia imburrata e aspersa di pangrattato.
Troverete sul web parecchie versioni che prevedono che nell’impasto ci sia anche del burro; in quel modo si favorisce la conservazione della torta, ma posso assicurarvi che, anche senza burro, se la incartate nella stagnola e la mettete in frigorifero può durare morbida per qualche giorno.
Il composto, nel caso illustrato spolverato di altro zucchero di canna, va in forno a 200° finché lo stecchino non dice che è pronto (roba di una mezzora, più o meno).

È veramente semplice e gustosissimo.

Lo ho provato anche senza mele ma con pinoli e cacao ed era ugualmente buono. È del tutto chiaro che, fermo l’impasto base, possa essere riempito con tutto quello che il vostro frigorifero e la vostra fantasia suggerisce.
Per esempio una parte del composto è stato lasciato senza zucchero; è stato aggiunto dell’origano fresco, del formaggio grattato, del rosmarino tritato e dei pinoli ottenendo dei tortini salati (come da foto) ottimi.
Prossimamente, usando del Sangiovese invece del latte (ispirandomi dal grande Daniele Marziali), voglio provarlo come base per un Bustreng: ho idea che non verrà male.
Provateci (e fatemi sapere).

2 novembre 2011

La Tolfa a sdoganar






Ad una cena di gala in uno splendido palazzo nobiliare romano, dove ho avuto l’onore di partecipare, durante i lavori di un incontro importante di lavoro, ho ricevuto in dono dalla Presidente della Regione Lazio che ci ospitava una borsa di Tolfa. È stato il dono ricordo per un centinaio di partecipanti ai lavori, provenienti da ogni regione d’Italia e dalla Commissione Europea.





Sono di Roma e ci vivo, dalla nascita, nel millenovecentosessanta.









Tolfa è un paese del Lazio.









http://it.wikipedia.org/wiki/Tolfa









La produzione artigianale di Tolfa trova nella borsa detta "catana" la sua massima espressione. La catana sarebbe nata nel 1575, ad opera di un tale "Mastro Stefano".





Negli anni 70' la catana sbarca addirittura in America e negli anni 80' era in Italia la "borsa di Tolfa", diffusissima tra gli studenti.





Identificava lo studente di sinistra.









Qualcuno la ha chiamata “la borsa della rivoluzione”. La rivoluzione non c’è mai stata: la borsa si.









In una identificazione propria degli schemi dello scorso millennio, ancora in voga solo tra i nostalgici delle spartizioni tra buoni e cattivi (ce ne sono parecchi in ogni latitudine), io dovevo per forza avere avuto una borsa di Tolfa (e un eskimo e delle polacchine ai piedi).





Mi è sempre piaciuto l’oggetto, il suo odore di cuoio, il suo brunirsi nel tempo passando ad un colore sempre più ambrato e scuro, la sua comodità per portare l’occorrente ad un liceale ma non la ho mai posseduta (fino ad ora) ed ho invidiato un pochino chi la aveva.





Di mio, però, rifuggivo le mode e le etichette e mi comportavo, o cercavo di comportarmi, di conseguenza.





Non ho mai avuto borsa di Tolfa, ma neppure Clarks originali, ma neanche mai una Lacoste col suo coccodrillo ricamato. Non ho avuto un sacco di cose senza perciò essermi dannato l’anima più di tanto.









Parenti, al ritorno da un viaggio in Marocco, mi regalarono una bellissima borsa simile alla Tolfa per forma e materiale ed io usavo quella.





Secondo le convenienze del momento la spacciavo per borsa di Tolfa, o tolfa come veniva affettuosamente chiamata, oppure il più delle volte snobbavo l’identificazione ad un gruppo identificabile declinandone il pedigree africano, etnico e lontano dai clamori violenti dell’epoca.





Ma la Tolfa, come oggetto bello ed utile molto più che come simbolo, mi mancava.









Per capirci e fare “outing”.





Parlando di identificazioni e di prese di distanza io sono anche quello che quando acquistò un “vespone”, inconsciamente (?) ragionando sulla identificazione che voleva vespa 125 bianca sinonimo di fascista, la comprò rosso fuoco. Sarà così che si forma il gusto? Sarà così che si sono amati i libri di Pavese e di Pratolini? Può darsi.





È stato, nel caso, un bell’amare.









La borsa di Tolfa è bellissima, povera, robusta, fa linea nella sua ignoranza di sacca da cacciatore, da pastore, da uomo nella natura e nel paesaggio. Ha una tradizione pluricentenaria.





L’adoro da sempre.









Non ho avuto modo di essere presentato alla Presidente e, comunque, non avrei trovato le parole per ringraziarla per aver “sdoganato” uno splendido oggetto di culto degli anni settanta proprio ora che, oramai, ho passato il mezzo secolo.









La cosa in sé non cambia il mio voto dell’epoca o il mio orientamento politico ma, perbacco! Ho la mia borsa di Tolfa!





Che dire? “Grazie Presidente”.

28 ottobre 2011

Trony Manero e la febbre del giovedì mattina


Il fatto, raccontato a beneficio di chi non è di Roma, è che giovedì 27 ottobre c’è stata l’inaugurazione di un enorme supermercato dell’elettronica, cinquemila metri quadrati, sbandierato in pubblicità da tempo ovunque.

Il fatto è che la viabilità, attorno alla zona prescelta è una strozzatura, un imbuto per chi entra a Roma da una vasta zona a nord. Il fatto è che, per via delle promozioni annunciate per l’apertura, c’era gente accampata dalla sera prima e quindi la notizia è che Roma, il 27 ottobre 2011 è stata paralizzata.

Il fatto di cronaca lo leggete, per esempio, qui:

http://www.paesesera.it/Cronaca/Apre-Trony-a-Ponte-Milvio-Roma-nord-in-tilt

Inferociti i pendolari che sono arrivati al lavoro con ore di ritardo;

il sindaco vuole chiedere i danni;

qualcuno osserva che dare i permessi per una inaugurazione di giovedì mattina sia stata una follia;

altri che questo prova che abbassare i prezzi porti a vendere.

Si potrebbe (forse si dovrebbe) parlare di tutto questo ma la considerazione che vorrei fare è un’altra.


Per me è importante.

Il punto vero è che siamo un Paese (chiedo scusa per la maiuscola) dove “qualcosa”, un complesso di cose, spinge delle masse di persone ad accalcarsi, spintonarsi, venire alle mani, spaccare vetrine, paralizzare una città, per accaparrarsi sottocosto prodotti tecnologici quali l’ultimo telefono o l’ultimo televisore.

Non parlo di politicizzati (?) “black-block” che danno fuoco alle macchine di poveracci, rendendo vano il senso di indignazione di una moltitudine di autoconvocati di poche settimane prima, ma di vandalismo da società del libero mercato, del libero arbitrio e del consumo forsennato.

So, ovviamente, di parlare da brontosauro nel definire telefono un oggetto che dedica alla telefonia una parte residuale della sua tecnologia avanzata e mi rendo conto che le ultime generazioni di televisore sono di altissimo livello qualitativo: sono certamente fuori moda se resto tra quelli che usa il telefono per telefonare e, pur pagando il canone televisivo, non ha in casa un apparecchio televisivo (ma queste sono altre storie).

Il punto vero è che siamo un luogo incivile in cui ci si azzuffa per degli oggetti; il punto vero è che si viene indotti al bisogno di cose costosamente superflue in una fase storico economica in cui sarebbe molto più utile mettere ordine alle priorità delle proprie vite e delle proprie tasche.


Siamo un luogo precario ma di lusso.

Un posto traballante ma di design.


Meritiamo il baratro perché sappiamo precipitarvi con stile?

Egoisticamente propenderei per lasciar tuffare sconsideratamente chi non apre gli occhi e si contorna di eleganti inutilia e salvarmi con quelli che cominciano a comprendere che i termini di decrescita sostenibile, equità dei bisogni collettivi, redistribuzione delle priorità nella vita siano valori e non mode depressive e sinistramente sinistrorse.

In questa mia affermazione tuttavia ci deve essere una falla se mi vergogno per quello che è successo pur avendolo solo letto sui giornali.

Ascrivo tutto all’età che avanza o al non bisogno di essere di moda e alla moda e, sempre ingenuamente perplesso, basito, continuo a pensare che una maggioranza possa cominciare a pensare.

Spero non mi facciate sentire troppo solo.