le cose ci sono, sono lì a rispondere ai nostri sguardi più o meno sicuri, alle domande che non facciamo e nemmeno sappiamo, a salvarci e a condannarci: sempre e pur tuttavia solo cose. Sarebbero chiare se noi non fossimo così confusi. Non sono le cose a comandare ma l'atteggiamento che abbiamo noi di fronte ad esse. Come ci poniamo, come scegliamo se parlare o meno e cosa dire e cosa tenere per noi e non condividere. Cosa lasciare andare.
marco valenti scrive
5 settembre 2008
grecanico
Vino bianco
(Sicilia)
Gradi: 12,5%
Pomeriggio lento e fastidioso in cui cerco di recuperare una notte di (troppo) poco sonno. Arriva ora di cena, l’umore è basso, mio padre bussa a cibo. Lo faccio attendere mentre metto su una pentola d’acqua a bollire.
La pasta consola.
Il cibo, in generale e di più quando riesce giusto, consola.
Parto con una pasta con verdure crude ma cambio idea. Acciughe a “sfragranarsi” con un po’ di vino bianco. Le guardo. Mi viene aggiungere capperi e olive, erbette. Poi pomodori tagliati a dadini. Peperoncino quanto basta. Il profumo promette.
Quando scolo manteco in una salsa spontanea e fluida. Decido mollica di pane per assorbire intingolo lento.
(tornerò sull’uso della mollica di pane vagamente abbrustolita e sui suoi usi taumaturgici; la mia parte siciliana lo richiede).
La pasta in tavola, piatto unico, mantiene le promesse e consola.
Modifica, migliorandolo, l’umore.
Mi viene in mente la umana simpatia del commissario Montalbano del maestro Camilleri e mi ci riconosco in toto.
Si gode.
È godimento intenso sia per i profumi e il sapore, sia per la soddisfazione di una improvvisazione ma ragionata ben venuta.
Il buon cibo migliora l’umore. So che mai rischierò anoressia: casomai adipe.
Piatti generosi per mio padre e per me e se solo avessimo coda si scodinzolerebbe di gusto.
La serata è migliore, molto migliore, di prima di cena.
Il vino trovato freddo di frigo va perfettamente.
Si sta alzando un giusto alito di vento e “chi se ne fotte” di qualche zanzara.
Godessero pure loro.
A voi breve cenno al vino.
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“Dai pendii di Giummarella, terra di tradizione di vite, un vino dal profumo fine ed intenso con note evidenti di agrumi e di frutta, dal sapore fresco ed elegante. Colore giallo paglierino.”
4 settembre 2008
piada ma Furlo: due
Dopo piadine, e vino, e caffè – voilà – il passo del Furlo.
Gola scavata nei millenni tra monti austeri e impervi.
Si passa un semaforo che, modernamente, alterna chi debba passare galleria scavate da Vespasiano (manco 100 anno dopo Cristo) per arrivare a una curva con piazzola.
Tutto qui.
Una curva e una angusta piazzola.
C’era un baretto ma, poi, hanno fatto la galleria ed è fallito.
Sono pochi a fermarsi, per lo più tedeschi e inglesi: italiani giusto noi.
Mi torna in mano la cartolina in bianco e nero comperata al posto di ristoro subito prima il passo.
Automobili dell’epoca, una Prinz addirittura, e una coppia affacciata al bel vedere.
Lui le cinge la vita, abito scuro; lei si lascia cingere, vestito subito sotto il ginocchio.
Penso che erano lì una cinquantina di anni fa a rimanere inconsapevolmente incollati in una cartolina in bianco e nero che, presumibilmente, gli sarebbe sopravvissuta.
Mi chiedo chi fossero e che diavolo ci facessero, tanti anni fa, al belvedere del Furlo sapendo che la mia domanda non avrà risposta.
Non può.
Come roba da rigattieri a riciclare ricordi non proprii.
Consideratelo un regalo e fermiamoci qui.
Eccoli.
Furlo e piada: uno
Una città per cantare
http://it.youtube.com/watch?v=BfY0K3O07ko