marco valenti scrive

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29 ottobre 2012

un sette di ottobre non qualsiasi, comunque a Venezia


Difficile raccontarla con le parole: per fortuna ci sono le immagini.















Capita a Venezia (che è bella E ci vivrei) dove incrociamo giornate di sole pieno che spazza quel po’ di nebbia del mattino presto.
Ottobre e maniche corte.
Viste non previste, inconsuete, che emozionano continuamente. Sguardo meravigliato, improvvisamente, su due giapponesi ad un tavolino di là da un canale.
Sembrano sospese, quasi, sull’acqua. Cos’è?




Si cambia vista e le si sorprende da dentro: è un ristorante.

Le si invidia un po’ e perciò si prenota e si torna il giorno dopo. Felici di un prosecco sul canale, come le giapponesi del giorno prima, a intercettare sguardi e gondole e sentire la città dabbasso.
Mangiando bene e ricordando meglio un 7 ottobre.









Se la bellezza è nell’occhio di chi guarda, Venezia è occhi azzurri infiniti in ogni suo sguardo.
Sempre inconsueta e sempre piena di felicità da dare a chi ama e a chi resta un bambino curioso.


1 giugno 2012

il lato ottimista

Eurostar. 
Pianura padana dal finestrino.
Sole. Sole forte su tetti di casolari sparsi in un tratto lento tra Verona e Bologna. Soltanto da lì alta velocità. Terra nera d’inverno che dovrà attendere, ancora per mesi, nuova vita.
Sono seduto nel verso pessimistico della vita, quello con la schiena alla motrice. 
È quello in cui il mondo non ti viene incontro dal finestrino ma fugge via.
C’è poca gente nel vagone. 
È un treno feriale comodo che non è a ridosso del fine settimana. Il fine settimana è denso di epifanie di pendolari settimanali che vanno a congiungersi, a coniugarsi. Questo è un Eurostar tranquillo. Rifletto sul fatto che la tratta che sto facendo non sembri avere le caratteristiche di fulminea velocità con cui hanno dipinto l’Eurostar. 
Stella europea, luce d’Europa. Mi va bene così. 
È roba di lavoro; non ho mica brame di congiunzioni carnali con chissà quale morosa. Non ho premura. Non aver premura è di per sé un buon viaggiare.
A tratti considero l’ipotesi di cambiare posto e andare a sedermi dove le cose ti vengono incontro.
Il lato ottimista del treno.
Mi decido ad aspettare il nuovo cambio di motrice a Bologna per restare malinconico in questo verso di marcia appropriato al mio umore.
Avrei bisogno di leggere, magari il bel libro che mi ha accompagnato in questo viaggio, o di forzare qualche conversazione cortese con la collega che di fronte a me legge assorta per conto suo.
Mi lancio nel tortuoso passaggio del capire cosa mai stia leggendo invidioso che assorba i suoi sensi.
Decisamente fino a Bologna il lato pessimista del treno mi calzerà come un abito di sartoria.
Forse ho necessità di noia e di pensieri.
Bologna, comunque, è prossima.

(Questo era un post del duemilaotto; non è cambiato nulla, al riguardo, e lo posto nuovamente)

13 giugno 2011

Il Museo del Risorgimento di Torino




Tre considerazioni a premessa.
La prima è che ti aspetti che sia il massimo della retorica sabauda, piemonte-centrica, e che sia la celebrazione di una città che un tempo aveva il primato in tutto.
Il cinema, la moda, l’industria dell’auto, la televisione e che poi ha perduto, passo dopo passo, i suoi privilegi.
La città che aveva creato lo spazio per il nuovo parlamento, a Palazzo Carignano, per poi vedersi scippata da Firenze l’essere capitale del Regno che tanto faticosamente aveva tessuto a diventare veste.
La seconda è che te li aspetti sordi, proprio perché fieri oltre misura della loro piemontesità, ad ogni apertura verso una visione italiana ed europea.
Banalizzando si potrebbe dire un po’ leghisti.
Sia chiaro: banalizzando.
La terza è che da tempo vai professando che la storia di ogni singolo Paese debba essere rivista e riscritta, quindi diversamente raccontata, giacché è impresentabile l’ignoranza diffusa nei confronti degli altri Paesi dell’unione.
Con queste, blande, prevenzioni – roba da Roma contro Juve – ho vissuto una visita guidata del Museo Nazionale del Risorgimento italiano.
Palazzo Carignano. Sede del primo parlamento Italiano. Il museo è stato chiuso dal 2006 al 18 marzo 2011 per restauri; ha riaperto giusto per i 150 dall’unità d’Italia.
A guida di eccezione il Direttore del Museo. Temevo un piemontese – falso e cortese – che magari ci malsopportava e doveva sciorinare il repertorio destinato agli ospiti inattesi e inevitabili. Errore. Un vero gran signore e un appassionato mentore.
Una visita brevissima, durata solo un’ora.
Un sommario magistralmente porto, un riassunto necessariamente lacunoso.
Una corsa con i pattini per il Louvre della mia Patria.
Un anfitrione perfetto, un viaggio fantastico.
Il Museo perfetto.
Ho intravisto una cosa straordinaria.
Lo ripeto: straordinaria.
Fuori dalla ordinarietà e favolosamente aperta, multiculturale, completa e complessa senza essere noiosa.
Grazie Torino per essere avanti, culturalmente, e per mostrarlo a chi vuole comprendere attraverso questa perla che meriterebbe una settimana obbligatoria di formazione per ogni cittadino.
Grazie per la ricchezza di questo imperdibile esempio di racconto, di narrazione di una storia che è la nostra Storia, che dovremmo amare, rispettare, venerare.
Non mi permetto di riassumere il riassunto. Non sono degno. Invito tutti a studio sommario e visita approfondita e qui mi fermo.
Una ultima, orgogliosa, felice considerazione.
Da tempo vado ripetendo che se vogliamo creare una Europa di popolo occorrerebbe riscrivere la storia e uscire da una visione nazionalistica della storia per aprirci a ogni Paese nostro fratello e partner.
Lo ritengo imprescindibile per una Europa che unisce portoghesi a bulgari, greci a lettoni, svedesi a spagnoli. Un popolo europeo, una storia condivisa.
Uniti nelle diversità ma consci di quello che riguarda il passato di ogni regione europea.
Ecco: tutto questo, incredibilmente, lì c’è.
Stampe austriache sopra stampe italiane con oggetto la stessa battaglia che ci ha visti nemici.
Più ancora deliziosi filmati in molte stanze a raccontarci quel che succedeva per altre popolazioni ed in altre aree geografiche europee mentre noi si faceva Curtatone o la prima Grande Guerra.
Cosa in Tracia, in Lettonia, in Spagna.
Invito ognuno ad un consapevole, necessario, lungo, insistito pellegrinaggio laico verso questo luogo fantastico, ricchissimo eppure umile, completo Museo: vero viaggio nella nostra storia.
Pardon: Storia.
Se il Museo Egizio vi sa di formaldeide, e quello del cinema vi fa un filo troppo glamour, questo è la perfezione.
Grazie, gran Torino.
p.s.: si scherza, ovviamente. Il museo egizio ed il museo del cinema alla mole Antonelliana rimangono imperdibili. Imperdibili, ma così come è il museo a Palazzo Carignano del Risorgimento italiano.

30 maggio 2011

andare a Genova con il treno










Da Roma a Genova in treno in una mattina di maggio.
Sole pieno e lato doppiamente ottimista del treno.
Perché sono seduto nel verso per cui le cose ti vengono incontro, invece di fuggire via, e perché sono a sinistra, lato finestrino, e quindi vedo continuamente scorci di mare Tirreno.
Lampi di azzurro tra le campagne.
A Pisa sosta sufficientemente lunga per una sigaretta: pregusto.
Posso aspettare serenamente, poi, perché mi muovo verso una città che amo e dal finestrino è tempo di papaveri e di erbe che, lentamente, virano al giallo della mietitura a venire.
Un viaggio così ti fa capire, se sei predisposto, il tuo bisogno insoddisfatto di spazi aperti.
Magari camminare fuori città.
Intanto il giallo carico delle ginestre mi consola da un libro su cui avrei parecchio da dire e su cui, solamente forse, interloquirò con chi lo ha scritto; tanto, inesorabilmente, la fermata di Pisa si avvicina.
Genova mi accoglie bene, come sempre; le riunioni di lavoro vanno come debbono andare; il fatto che ci siano belle persone che incontro da parecchi anni facilita le cose e le rende, comunque, meno gravi.
Nella parte leggera di un soggiorno comunque di lavoro attento un invito a ce3na a “la buca di S, Matteo” in via Chiassone, mi stupisce con acciughe ripiene con vellutata di gamberi e trofiette con crema di pinoli e capesante.
Vermentino sardo e piacevoli chiacchiere che, per fortuna, salpano quasi subito da rive, e secche, di lavoro verso piacevolezze d’altro mare.
Ancora di bello, nell’essere un frequentatore seriale, abituale, delle stesse città è un albergo, anche, che riconosce, che non ha bisogno del documento di identità, in cui puoi avere quel minimo di sensazione domestica. Nel caso di Genova è il Metropoli, catena Best Western, in Piazza delle fontane marose.
La stazione di Porta Principe mi vede in attesa, non breve, nel pomeriggio del giorno dopo: è lo scotto che spesso pago per la mia organizzazione che antepone gli interessi del mio lavoro ai miei. Preferisco l’ozio stanco, affaticato, di una attesa in una stazione ma essere ragionevolmente sicuro di poter fronteggiare al meglio un eventuale protrarsi della riunione di lavoro. Sto più tranquillo.
Comunque il viaggio di ritorno è ancora finestrino sul mare.
Stavolta lato destro: si scende.
Va benissimo così.
Sono stanco ma torno a casa da una città a cui voglio bene.
Da Genova a Roma in treno: sole pieno in un pomeriggio di maggio e, dopo Orbetello, un tramonto struggente nel mare.
Attesa, solamente, di stendere le ossa a casa.

23 maggio 2011

Venezia (13-15 maggio 2011)













Dal 13 al 15 maggio sono stato a Venezia per partecipare all’incontro annuale degli Anobiiani; per chi non lo sapesse Anobii è una comunità di lettori su internet (per info: www.anobii.com); sono stato molto bene per compagnia, attività, amicizie vecchie e nuove.
Raccontato il fatto che ha mosso il mio essere andato lì debbo dire che se questo post fosse stato scritto a penna avrebbe infinite cancellature, sottolineature, rimandi, ripensamenti. Questo perché vorrei provare a parlare di Venezia.
Ero già andato, più volte, per diporto e per lavoro, ma di Venezia, oltre la bellezza singolare, non mi ero mai fatto una idea propria; stavolta, vista la straordinaria offerta proposta da chi ha organizzato il raduno, sono tornato con la testa piena di immagini diverse, di suggestioni e di pensieri nuovi.
Forse dopo aver visto e avuto belle spiegazioni su squeraiol e tajapiera, (http://sites.google.com/site/venezianobii/home/percorso-squerariol-e-tajapiera)
guardi le gondole con altri occhi e decidi di vedere la città cullato da una gondola; senti solo lì “Oi oi, voga!” che è il modo del gondoliere di farsi sentire ad un incrocio.
Così le pietre, che siano bestie di marmo schiacciate in un campanile o mercanti agghindati da mori, ma magari anche la lastra martellinata di un citofono in un palazzo, danno di loro un sapore più compiuto.
Ti perdi, a volte non ostante i veneziani, per Calle e Sottorive e malgrado le scarpe piene di piedi sei felice di tornare sui tuoi passi per vedere ancora e ancora.
I balconi di legno sopra i tetti o i giardini rigogliosi e improvvisi, imprevisti a volte; arrivare alla stazione ferroviaria con l’uscita più bella del mondo, o col vaporetto dal Lido incontrare le isole che ti chiamano; bighellonare dal ghetto, dopo pioggia e nel vento freddo, nel Sestriere Cannaregio, fino a sporgersi lì dove la città inevitabilmente finisce e vedi mare alzato dal vento e un treno come il tuo che arriva.
Capire con chiarezza solo in quel momento che la città, solo lei, ha un limite preciso che è il mare ovunque.
Vedere scorci che pare Genova e altri che è diversa anche da se stessa.
Pensare a “le città invisibili” e che, forse, tutto nasce e tutto torna in quella città perché ce ne sono tante per quanti sono i modi di girarla e scoprirla.
Mangiare bene in posti dove non vanno i turisti ma i veneziani e commuoverti di fronte alla terza porzione del miglior fritto da anni (grazie Osteria Ruga Rialto: di cuore).
Essere di buon umore, in piacevolissima compagnia, e bere del buon bianco fermo.
Ripensandoci spesso da quando sono tornato a casa ho pensato che “Venezia è bella E ci vivrei” con piacere ed ho capito perché: finalmente, comincio ad immaginarla.
[dedicato agli amici di anobii e del corna; loro, se leggeranno, sapranno.]

18 aprile 2011

Torniamo a parlare di viaggi dal punto di partenza


Premetto che se non spesso ho postato sotto la tag “viaggi (taccuini con un senso)” è per rispetto al viaggiare.

Altro rispetto a una gita, a un pic nic.

Siamo tutti, chi più e chi (molto) meno, viaggiatori mancati e vacanzieri forzati ad un mordi e fuggi che non rende giustizia a quella sete di conoscenza che anima lo spirito di un viaggiatore.

Parlo con la cognizione di causa di un grande viaggiatore mancato per cui credetemi sulla parola.

Proprio da questa considerazione muove una caduta di idee, una cascata di considerazioni che soltanto abbozzo, un florilegio di conseguenze inevitabili.

Ecco una domanda interessante.

Un trasloco è (o può essere) un viaggio?

Non che io voglia in alcun modo influenzare (anche perché non ho il vaccino) ma io dico che un trasloco è il principe dei viaggi.

Per ideazione, preparazione, significato, conseguenze.

Si salpa per non più tornare.

Si organizza il bagaglio della vita.

Si approda in un vero e proprio altrove rispetto a ciò che si è vissuto.

Foss’anche un isolato, è roba di antipodi.

Pensateci su.

Vi lascio lì sperando ci pensiate ma magari ci torno presto.

Parecchio.

Emmevu.

16 novembre 2010

avere un vespone


Avere un Vespone significava un sacco di cose.

Potevi andare da Roma a Civitavecchia e imbarcare per la Sardegna, o la Corsica, dove passare per strade in cui i Camper si incastravano. Entrare in un campeggio sentendoti maledettamente “on the road”. Sentirti bene. Non risolveva nulla ma aiutava un certo mood.


Avere un Vespone significava un sacco di cose. Alcune belle e altre meno, toccava partire a spinta, a volte. Non era bello. Scattava una seconda marcia imperiosa, spesso impietosa. A volte impennante. L’impennata minava un controllo già reso precario dai freni approssimativi, a tamburo, dal diametro piccino delle ruote, del battistrada dal consumo elevato, da quell’essere un po’ approssimativi e poco meccanici di molti di noi che giravano in Vespa.

emmevù