marco valenti scrive

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2 gennaio 2018

Salvezza (Nr.1)



Soltanto regole di cooperazione tra diversi livelli di governo dei territori,

 trasparenti, normate anche nelle forme di informazione e partecipazione della cittadinanza attiva, 

unitamente a chiari canali di finanziamento degli investimenti sui territori, 

di conferimento di risorse ordinarie e aggiuntive, 

anche esse regolate da norma di legge e condizionate ad una efficace competenza e capacità amministrativa e programmatica degli enti locali recettori di tali risorse, 

potranno togliere all’arbitrio delle maggioranze di governo nazionali lo sviluppo o il non sviluppo di porzioni rilevanti di Paese.


Oltre a ciò si aggiungano un presidio e un controllo dei territori perché vengano sottratti al controllo della malavita organizzata e del malaffare. 
Contemporaneamente offrendo alternative dignitose alla mala vita.

E' inoltre indispensabile una forma di responsabile pacificazione nazionale che porti, nell'interesse dei cittadini e della loro dignità, ad una cooperazione costante di tutte le persone che vivono, abitano, studiano, lavorano, visitano ogni singolo territorio.

Allora, se riesco a spiegarmi, il bieco consociativismo spartitorio sarebbe invece segno di maturità istituzionale e intelligenza civica: maturità e consapevolezza assenti quasi ovunque in un Paese devastato da inutili, penose, lotte tra penultimi e ultimi.
(Dannata coperta corta!)
Tutto ciò è sconcio e umiliante per il pensiero umano ma non serve lamentarsene ma porvi rimedio cominciando dai propri comportamenti.

Tanti pensieri avversi al nostro ma nessun nemico. Solo persone con cui parlare, ostinatamente ma serenamente, nel merito delle cose.

(Mettetevi nei panni degli altri e pensate con la vostra testa: non fate il contrario lasciando che altri pensino per voi).

Se questo pensiero sulle persone vi par laico, e lo è, è evidente che non possa escludere chi è non-laico qualunque fede professi. 
Con quel bel rispetto reciproco che deve sempre accompagnare ogni interazione.

(Siate laici rispettosi di chi crede o credenti rispettosi di chi non crede: comunque rispettosi)

Non gente alla quale parlare; non scontentezze da annotare (come per dire io vado tra la gente, nei mercati, nelle piazze). Persone con cui studiare per capire e poi fare.

Uscendo fuori dalla retorica di Civico e Più Civico, c'è gente che si associa liberamente e senza fini di lucro o di Potere e ha desiderio di venire ascoltata e di partecipare. Una politica civile di un Paese civile rende normale (e normato) l'ascolto della società civile e della cittadinanza attiva prima di prendere decisioni che impattino sulle vite dei territori. 
Una volta, per tutto questo, si usava il termine partenariato: magari se lo chiamassimo "Partenariato 2.0" farebbe più effetto.


Tutto ciò deve essere ancora fatto e dovrà essere fatto bene.


Servono un paio di legislature di esseri umani liberi  che, per la prima volta dopo decine di anni, servano unicamente gli interessi del Paese con onore e disciplina e non abbiano alcun interesse o tornaconto personale oltre il giusto compenso del loro lavoro parlamentare.


Perché deve essere evidente a tutti 
che le convenienze dell'essere un Politico, 
oggi, sono finanziariamente più altre del ben più che dignitoso compenso del quale giustamente i nostri rappresentanti godono. 

Le risorse economiche dispiegate da molti in campagna elettorale sono altrimenti irragionevolmente e spropositatamente alte.


Tutto ciò non è scontato.

Tuttavia è doveroso.


(continua)

15 dicembre 2017

Fiscal compact familiare





Una semplificazione in forma di storiella su qualcosa che sta facendo straparlare parecchio.

Interno sera. Un appartamento. Padre, madre e tre figli. Il padre li riunisce attorno al tavolo e spiega.

“Allora ragazzi. La mamma già lo sa e abbiamo ritenuto giusto spiegare anche a voi la situazione.
Sono stato a parlare con la banca e mi hanno fatto notare alcune cose. 
Negli ultimi anni abbiamo speso più di quanto abbiamo guadagnato appoggiandoci su un fido bancario che, anno dopo anno, ha creato un debito e degli interessi sempre più alti.

Lo abbiamo fatto per il mutuo sulla casa, per le cure dentarie, per la vostra istruzione, lo scooter, gli elettrodomestici, le vostre paghette mensili, lo sport, le vacanze. Comunque sia il debito è aumentato e la spesa per gli interessi è diventata troppo alta rispetto a quello che guadagniamo.

8 ottobre 2017

Paura






Dopo un po’ capita.

Può succedere che ti venga paura. Di dire troppo o di essere frainteso. 
Venire capiti male è un male moderno, figlio di tempi veloci e ignobili.
Poco nobili, se preferite.
Magari, perciò, ti viene timore di sbagliare, di sembrare iperbolico o troppo di parte.
Come se la ragione fosse un risultato di partita.
Come se contasse solo la vittoria, il potere, la classifica.

Poi il timore aumenta nell’attesa – perché si aspetta – e lievita come una torta in forno. 
Aspetti, con la consueta pazienza ed educazione, il turno di poter parlare.
Vedi che non tutti fanno la fila e che, anzi, qualcuno straparla e tu sei lì – un po’ attonito – che aspetti.

Qualcuno semplifica in modo errato e rabberciato ma, urlando da ogni podio, riesce a persuadere.
E mentre aspetti il tuo turno che non arriva ti fai sempre meno spavaldo.
Quando di rado arriva il tuo momento non ti curi di essere perfetto ma esatto, preciso, circostanziato. 
Perciò metti in fila dieci frasi che portino a tesi le tue argomentazioni.

Ti danno tempo per due frasi e mezzo.

Cercano l’effetto e ignorano, più o meno volutamente, il ragionamento.
Il ragionamento è lento; l’effetto scenico è veloce come l’abbaglio.
Resta impresso come un fuoco artificiale.

È fico.

Pare giusto quel che è veloce, semplice, efficace ma piatto – uno speed date di cervelli – buono per slogan di moda.
Ti ritrovi con un ragionamento lento e articolato in tasca a non potere mai tirarlo fuori,
la paura aumenta.

Amo la lentezza come modo  e detesto la comunicazione come valore: ho quindi tutte le ragioni per essere timoroso.
Timoroso e sospettoso; sospettoso e depresso; depresso e  sconfitto da un modo e da un tempo che non mi appartiene e che porterà male al raziocinio che dovrebbe governare la nostra esistenza democratica.

Alla fine guadagni il palco.

Silenzio in sala.

“Siete tutti migliori di me!”.

(Esce dalla comune). 
Sipario.


30 dicembre 2016

Ctrl+Alt+Canc è un augurio



Ctrl+Alt+Canc


Se avete un computer non serve spiegare che il titolo alluda ad un ricominciare.

Anno nuovo, vita nuova: è questo il mio augurio e il mio auspicio. Togliersi le tossine recenti o meno e ripartire. Resettate la macchina.

Farsi tornare la voglia. Magari farsi venire voglie nuove. In ogni caso non avere pre-giudizi verso nessuno (inclusi noi stessi) per ricominciare a parlare e a vivere.

Cosa serve e come si fa?

Non è complesso ma non è banale. Serve una idea di cosa si vuole essere, di quali siano le cose per le quali vale la pena impuntarsi e, magari, lottare. Fare il punto, la quadra. Mettere dei paletti sul terreno della nostra vita personale e sociale e ripartire da lì.

Essere meno intransigenti nell’avvolgere il nastro del passato, sia proprio che altrui, e più proiettati e magari (lì sì: perbacco!) rigidi sul bersaglio che si vuole cogliere.

Intransigenti sul “from now on”, da ora in poi, da qui in avanti.

Comporta – inevitabilmente – sfumare tutte quelle rigidità con le quali abbiamo avuto a che fare con le nostre travi e con le pagliuzze altrui, o viceversa, con generosità e spirito costruttivo.

Vuol dire stendere un contratto con noi stessi e poi con chiunque lo voglia sottoscrivere. Discuterlo e mettersi in discussione con chi ha voglia di fare lo stesso.

Progettare un proprio mondo nuovo dove i motivi di esclusione siano, anche essi, nuovi e – quindi – non recriminare ulteriormente su quanto è stato oggetto delle nostre più o meno noiose e puntigliose recriminazioni.

“What if”. “What if not”. Domande legittime che ci riportano, inutilmente, a blocchi di partenza di un periodo che auspico vogliamo assolutamente lasciare nel passato.

Personale. Sociale. Politico. E’ lo stesso: non mettete una unica etichetta a quel che penso perché vorrebbe dire limitare a un pezzetto quello che vuole essere intero. Cosa stai togliendo? Coscia o petto? Io non mi auguro e non auguro a nessuno di limitare il proprio pensare.

Come chiunque altro ho una sfera intima, una personale. In queste voglio avere un progetto e accompagnarmi a chi lo facilita o lo condivide: possibilmente rifuggire e combattere chi lo ostacola o non lo condivide.
Lo stesso nella mia sfera pubblica, sociale, politica. 
E’ la stessa cosa e sono pronto a discuterne per costruirla con altri.

Auguro a ciascuno di poter rendicontare ogni scelta fatta mantenendo la testa alta e lo sguardo diritto, ovviamente, ma non ho intenzione di essere un inquisitore. Non con te, non con me. Perché non è importante. Non conta.

Non importa.

Non soddisfa l’urgenza delle domande importanti.
Come voglio essere; cosa voglio fare; come voglio vivere; dove voglio vivere; chi condivide i miei percorsi e le mie mete.

Da oggi in poi
è quello che importa.
Per andare dove
è quello che importa.
Per fare cosa e per essere che cosa
è quello che importa.

Punto.

Averlo chiaro è quello che conta: se qualcuno verrà con me non gli chiederò da dove viene ma sarò felice di un pezzo di strada non solitario.


Comunque vada io andrò.


Così spero di te.

14 novembre 2016

Sinìst-Dest; Sinìst-Dest; Passo!



"Tutti noi ce la prendiamo con la storia 
ma io dico che la colpa è nostra 
è evidente che la gente è poco seria 
quando parla di sinistra o destra. 

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra?"





Qualcuno, impropriamente, sta affermando che “destra” e “sinistra” siano categorie rimaste nello scorso millennio.

Forse lo sono le ideologie.
Certamente non lo sono le idee e, soprattutto, le politiche. 
Fatta salva la cosiddetta “destra sociale” che ha sempre avuto il mio rispetto e diverse forme di cattolicesimo genuinamente volto al sociale e al contrasto della povertà, le politiche sono sempre state, sono e saranno sempre collocabili in uno spettro che va dalla estrema destra alla estrema sinistra.

Non è un caso che negli ultimi decenni nel nostro Paese abbiamo avuto governi di Centrodestra o di Centro-Sinistra (con o senza trattino); governi che, secondo i casi, hanno attuato politiche e misure più o meno orientate in un senso o nell’altro.

Orbene anche fuori dalle ideologie comunista o socialista possono esistere politiche di sinistra: che gli interpreti, i fautori, i proponenti, di queste misure “un po’ più di sinistra” o “connaturate come di sinistra” siano personalmente credibili e quanto siano in grado di convincere il cosiddetto corpo elettorale (la gente, la pancia delle persone, la maggioranza del consenso) è un altro discorso.

Sarebbe come dire non appena usciti dal teatro: “Bellissimo testo ma gli attori erano dei cani!”. Ciascuno di noi avrà simpatie e antipatie ma spero che qualcuno voglia ancora discernere la bontà del vino dalla carineria dell’oste: potremmo venire avvelenati da un pessimo vino perché propinatoci da uno straordinario affascinante affabulatore.

La personalizzazione della politica (principalmente nel leader e in secondo luogo negli individui di spicco della sua compagine) è stata, ed è, infausta. 
Guardiamo l'Oste e non pensiamo alla bontà del vino che ci offre. 
Se la prendiamo da questo verso, sbagliando, ritengo sinceramente impossibile non trovare sia "brutti" che "belli" in ogni rassembramento politico e mi pare puerile e improprio andare a contendere su questo. A dirla fino in fondo mi sembra un po' cretino ma può darsi che ci siamo progressivamente rimbecilliti tutti.
Sarà cominciata quando ero solo un ragazzo e si denigrava Berlinguer dicendo che era ricco e "possedeva mezza Sardegna"? O forse nelle sfide mediatiche continue tra Tizio e Caio. Sarebbe interessante approfondire ma non è quello che mi interessa (qui e ora).

Torniamo alle cose, che sono come sono: provo a definire qualcosa di sinistra e, per contrasto, sarà chiaro ciò che non essendolo può essere considerato di destra. 
Ripeterò qualcosa che ho già detto e scritto: a giustificazione posso solo dire che se alcune cose le reputavo sinceramente di sinistra non ho cambiato idea.

Già la prima basterebbe, ma se le leggerete tutte mi fa piacere.


Tassare di meno il lavoro e di più le rendite per livellare il punto di partenza di ogni cittadino.

Tassazioni modulate e 
feroce lotta alla evasione e alla elusione. 
Tutela del lavoro e dei lavoratori.
Tutela dei più deboli, bambini, anziani e malati.



Investire nella istruzione pubblica e nella ricerca prima di favorire la scuola privata.

Regolare il mercato anche attraverso liberalizzazioni e semplificazioni ma mantenendo rigorosamente pubbliche l’aria, l’acqua, i servizi essenziali per i cittadini.

Energia pulita e trasporti pubblici efficienti.

Diritti civili a prescindere dal credo politico o dalle identità sessuali. Integrazione e inclusione dei migranti.

Chi nasce in Italia è italiano.
 Mediazione nei contrasti internazionali subito e non quando è tardi. 
Visione ideale di uno stato sociale europeo e degli Stati Uniti d’Europa con obbligo di moneta unica e politiche fiscali, monetarie ed estere comuni.
Libertà della circolazione delle idee, delle persone, delle merci. 
Sentirsi parte di una collettività per cui non è pensabile abbandonare nessuno a vantaggio magari di una minoranza fortunata. 
Sentirsi rappresentati non da “un uomo al comando” ma da “una squadra di governo” in un sistema democratico in grado di rappresentare nel miglior modo possibile il volere sovrano dei cittadini.
Lasciare in maggior spazio possibile ai cittadini e alle loro associazioni, al terzo settore, al volontariato, perché siano non soltanto informati ma anche ascoltati e coinvolti nei processi decisionali e nelle cose da fare.
“Dare a ognuno secondo il suo bisogno e prendere da ognuno secondo le sue possibilità”.
Tutte queste cose (e molte altre ancora) appartengono ad una visione “di sinistra” che necessita di interpreti e di politiche consequenziali. Chiaro che "gli interpreti" debbano avere modi efficaci e mezzi adeguati per spiegare le proprie idee, poterle argomentare con calma, coinvolgere intorno a queste idee le persone.
Chiunque può misurare l’azione di qualsiasi governo di qualsiasi Paese e vedere se attua politiche di sinistra o di destra.

Per capirci: la riforma sanitaria di Obama è stata di sinistra.
Per capirci: aver tolto qualsiasi forma di tassazione sulla casa è di destra.


Consideratele idee personali di chi scrive. Ragionateci se volete. 
Tornando all’esempio precedente non sono un oste e non ho vino da vendere. Un bicchiere da offrire agli amici c’è sempre, ma non sto vendendo nulla: come sempre nel mio blog – che rimane assolutamente generalista e non tematico – dico cose che ho voglia di dire e non potrò mai essere un politico, sia per raggiunti limiti di età che  per l'incredibile moltitudine di politici energici, giovani, straordinariamente preparati e molto
 ma molto più intelligenti di me.



post scriptum: che la canzone di Gaber "destra sinistra" la ho sempre considerata una geniale ironia l'avevo già detto?

Fare il bagno nella vasca è di destra  far la doccia invece è di sinistra
un pacchetto di Marlboro è di destra  di contrabbando è di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Una bella minestrina è di destra  il minestrone è sempre di sinistra
tutti i films che fanno oggi son di destra  se annoiano son di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Le scarpette da ginnastica o da tennis  hanno ancora un gusto un po' di destra
ma portarle tutte sporche e un po' slacciate  è da scemi più che di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

I blue-jeans che sono un segno di sinistra  con la giacca vanno verso destra
il concerto nello stadio è di sinistra i prezzi sono un po' di destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
I collant son quasi sempre di sinistra  il reggicalze è più che mai di destra
la pisciata in compagnia è di sinistra  il cesso è sempre in fondo a destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
La piscina bella azzurra e trasparente è evidente che sia un po' di destra
mentre i fiumi, tutti i laghi e anche il mare  sono di merda più che sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

L'ideologia, l'ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è la passione, l'ossessione
della tua diversità
che al momento dove è andata non si sa
dove non si sa, dove non si sa.

Io direi che il culatello è di destra la mortadella è di sinistra
se la cioccolata svizzera è di destra la Nutella è ancora di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Il pensiero liberale è di destra ora è buono anche per la sinistra
non si sa se la fortuna sia di destra la sfiga è sempre di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Il saluto vigoroso a pugno chiuso è un antico gesto di sinistra
quello un po' degli anni '20, un po' romano è da stronzi oltre che di destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Tutto il vecchio moralismo è di sinistra  la mancanza di morale è a destra
anche il Papa ultimamente è un po' a sinistra  è il demonio che ora è andato a destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
La risposta delle masse è di sinistra con un lieve cedimento a destra
son sicuro che il bastardo è di sinistra il figlio di puttana è di destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Una donna emancipata è di sinistra riservata è già un po' più di destra
ma un figone resta sempre un'attrazione che va bene per sinistra e destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Tutti noi ce la prendiamo con la storia ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Destra-sinistra 



11 novembre 2016

Esagerazioni sulla resilienza




Si fa un gran parlare del termine resilienza, mutuato dal mondo della meccanica, e lo si propone come valore in ambiti totalmente nuovi.
La resilienza di una città, o di un popolo, o di un individuo.
La capacità di resistere alle sollecitazioni, alle avversità, e quella di adattarsi alle mutate situazioni.

Tutto questo è considerato sempre più come qualcosa di positivo, di meritorio, e si moltiplicano articoli, saggi e convegni che lodano chi è resiliente e invitano tutti alla resilienza.

Francamente, nella migliore delle ipotesi, siamo di fronte ad un fraintendimento.

3 dicembre 2015

L'Europa che voglio




Non voglio una Europa dove si dica che la Francia è stata colpita dal terrorismo ma noi siamo al sicuro; voglio una Europa in cui si dica che una nostra città, Parigi, è stata colpita.

Non è Hollande che deve reagire chiedendo la collaborazione di altri Stati ma è l’Europa che deve decidere come farlo e decidere in fretta. 
Ed evitare di cacciarsi in situazioni difficili da ora in avanti attuando (per logica conseguenza) politiche di pace e di cooperazione vera. 
La cooperazione vera sono risorse vere nei territori emarginati: non sono proclami.
(Le risorse non si sparpagliano in troppi rivoli e non possono avere costi di gestione troppo alti che finiscono per depauperarne l'efficacia.)

Non voglio neanche una Europa dove un primo ministro britannico aderisce da solo ad azioni militari e, vent’anni dopo, da ex e dopo essere finito sulla copertina di Time, si scusa perché non c’erano armi di distruzioni di massa e confessa di avere così contribuito alla nascita del terrorismo dell’IS. 
(Complimenti vivissimi!)

Non voglio una Europa in cui si dica: “la Grecia ha barato sui conti; noi in Italia abbiamo già dato; cavoli loro”. 
Voglio una Europa in cui si riconosca che i cittadini della regione greca sono allo stremo e ci si faccia carico tutti. 
Tutti. 
Perché i cittadini non devono pagare le colpe dl malgoverno. 
Mai. 
Mai più. 
Né ad Atene né a Roma. Non per colpa di un Governo truffaldino greco e non per un dazio pagato alle mafie della terra di mezzo di una capitale europea.

14 aprile 2015

Un libro è un libro





Un libro è una storia conclusa in se stessa, un ragionamento, o un’unità conoscitiva che richiede almeno un’ora per essere letto. Un libro è completo, nel senso che contiene un inizio, un nucleo centrale, e una fine. In passato veniva definito libro qualsiasi cosa stampata tra due copertine. 

Una rubrica telefonica era un libro, benché priva secondo logica di un inizio, un cuore e una fine. Una pila di pagine bianche rilegate veniva chiamata sketchbook (letteralmente: libro per gli schizzi, nel senso di album). 

Per quanto sfacciatamente vuoto, aveva due copertine, e rientrava perciò nella definizione di libro. 

Oggi le pagine di carta di un libro vanno scomparendo. 

Quel che resta al loro posto è la struttura concettuale di un libro – una certa quantità di testo tenuta assieme da un tema, in un’esperienza che richiede un certo tempo per essere completata. (…) 

Non potremmo porre il periodo, o il paragrafo, o il capitolo, anziché il libro, come unità elementare di una biblioteca universale? Può darsi. 
Ma la forma lunga ha una sua specifica forza. 

Una storia in sé completa, una narrativa unificata, un argomento concluso esercitano una strana attrazione su di noi. C’è come una naturale risonanza che produce una rete tutt’attorno. 

Possiamo spezzare i libri nelle loro parti 
costitutive e risaldarli nel web, ma il focus dell’attenzione si appunterà sempre sul più elevato livello di organizzazione del libro, essendo questo l’oggetto scarso della nostra economia. 


Un libro è una unità dell’attenzione.


(Kevin Kelly)



Io aderisco allo SlowReading!

http://www.slowreading.org/

19 settembre 2014

Sfumature Sintesi Semplificare

Nero, bianco, sfumature.
Semplificare e sintetizzare è di moda. Ritengo che sia straordinariamente utile purché non sia sostitutivo della conoscenza degli aspetti della questione di cui si tratta.
Se costretto a scegliere tra bianco e nero io scelgo. La mia scelta non prescinde dal provare a capire cinquanta sfumature di grigio tra il bianco e il nero. La conoscenza implica impegno e dedizione; la semplificazione è più facile.
La semplificazione esclude il “sì ma…” o il “purché”. La semplificazione allora diventa guerra semplice tra Guelfi e Ghibellini. Radicalizza e aiuta. Non rende un buon servizio alla verità che non è mai – mai – semplice.
Tra cancellare e lasciare tutto come è ora, per esempio, c’è

4 giugno 2014

il giudizio prossimo venturo




La valutazione

Si parla di valutare le prestazioni dei lavoratori per poi, in base agli esiti della valutazione, attribuire loro maggiori o minori emolumenti. Se sono stati bravi promuoverli, pagarli meglio degli altri, valorizzarli.

Chi non deve essere giudicato applaude e pregusta l’annunciata prossima fine di fannulloni e ladri di stipendio. Rammenta il Tale impiegato postale, o comunale, indolente e pachidermico, scortese ed esasperatamente lento e lo immagina finalmente penalizzato da un Sistema giusto che premia ma sa anche punire.
Monta un’onda popolare che plaude. 
"Sì: finalmente! Si premi l’efficacia e l’efficienza dei volenterosi e si combatta e reprima l’indolenza di chi, dietro lo schermo dell’impiego a tempo indeterminato, non produce e reca danno a quello che sarebbe un Paese gemma tra tutti se non fosse per quelli come lui".

Qualcuno tra quelli che ha il cosiddetto posto fisso rimane perplesso. 
Qualcuno dice di no a prescindere (senza se e senza ma) e parla di perdita di diritti acquisiti.
Il terreno diventa scivolosissimo e il confronto si radicalizza. Si perde il senso del ragionare. 
Ci si divide, come al solito, tra Guelfi e Ghibellini.



Chiediamoci quale sia il senso dell’operazione evitando la tentazione di credere che il motivo sia quello di dividerci un’altra volta in modo radicale.

Il senso non può che essere quello di premiare il merito e stimolare chi non produce abbastanza a fare meglio. Non sprecare risorse economiche dandole a chi non le merita e quindi, magari, razionalizzare e risparmiare.

Convenuti su questa posizione proviamo a fare un piccolo passo in avanti.

Ci sono casi che almeno in apparenza sono semplici. 
Se tu e io avvitiamo bulloni e nello stesso periodo di tempo io ne avvito la metà di te non è giusto che prendiamo gli stessi soldi: tu sei più produttivo, capace, dotato ed è giusto che tu possa godere dei benefici economici superiori ai miei.
Oddio. Però magari tu sei più furbo e li stringi un po’ meno di me ed è per questo che imbulloni più di me e andrebbe considerato anche questo. 
Non sottilizziamo e andiamo avanti.

Se già ci spostiamo ad un lavoro la cui produttività non prescinde dal rapporto con terzi (una clientela per esempio) già c’è un parametro che ci differenzia dai due che avvitano bulloni. 
Nello stesso periodo di tempo tu magari fai il doppio di quello che faccio io ma hai collezionato la metà dei rompiballe con cui ho avuto a che fare io. 
È soltanto un esempio sciocco, ovviamente, ma è un elemento di riflessione. 
Entra in gioco la soddisfazione del cliente o dell’utente. Magari anche a lui sarà chiesto di valutarci. Magari però, come detto nell’esempio, i miei clienti-utenti sono più esigenti o suscettibili o permalosi di quelli che sono capitati a te.

E se i clienti sono malati da guarire? 
Se sono ragazzi da educare? 
Le cose si complicano ulteriormente. 
Ci sono patologie più o meno complesse e ci sono giovani in età scolare estremamente differenti.

Serve 
una valutazione 
oggettiva.

Allo stesso modo servirebbe una valutazione oggettiva delle malattie da curare o delle prestazioni scolastiche degli studenti. 

Il progredire delle condizioni del malato o dello scolaro a loro volta sono fortemente legate dal loro punto di partenza. 
Un malato grave. 
Un bambino difficile con difficoltà psicologiche o patologiche di apprendimento. 
Il medico deve poter curare bene e non deve dimettere un paziente non perfettamente guarito. 
Un maestro deve insegnare e poter giudicare promuovendo, rimandando o bocciando.

E se si giudica un medico dai malati guariti o un maestro dai voti che mette? 
Sarebbe fuorviante. 

Sarebbero bulloni avvitati male. 

Altrettanto semplicistico e fuorviante giudicare la bontà del lavoro di un insegnante dal risultato ad un test dei propri scolari: così come in un esempio precedente non si teneva conto della quantità dei rompiscatole capitati a me più che a te dal test scolastico non uscirebbero fuori le difficoltà, palesi o latenti, di apprendimento dei bambini.

In qualche scuola d’elite i bambini in difficoltà, ancorché solventi, non li prendono perché non abbiano a rallentare l’apprendimento degli altri.

Con questo che vorrò dire mai? 
Che non si può valutare il lavoro di un dipendente pubblico?

No: non intendo dire affatto questo.

La valutazione è una cosa seria e complessa. Non la si può meccanizzare e non la si può banalizzare. Non può neanche essere fatta secondo simpatie. 
Non può neppure partire da una tesi precostituita o imposta 

(per esempio ridurre e tagliare).

Deve essere professionale, efficace ed efficiente a sua volta, e indipendente da chi la paga.

Qualcuno 
si sta domandando 
cosa significhi 
indipendente da chi la paga.

Ah, scusatemi: 
non ve lo avevo detto?

La valutazione fatta come si deve costa. 
Uno che valuta non è un volontario. 
È un professionista. 
Costa.

Una valutazione accurata sintetizza ma non semplifica.

Se è di questo che stiamo parlando non c’è nulla da temere per chi svolge con impegno il proprio lavoro.





Perché è di questo che stiamo parlando: 
o no?