le cose ci sono, sono lì a rispondere ai nostri sguardi più o meno sicuri, alle domande che non facciamo e nemmeno sappiamo, a salvarci e a condannarci: sempre e pur tuttavia solo cose.
Sarebbero chiare se noi non fossimo così confusi. Non sono le cose a comandare ma l'atteggiamento che abbiamo noi di fronte ad esse. Come ci poniamo, come scegliamo se parlare o meno e cosa dire e cosa tenere per noi e non condividere.
Cosa lasciare andare.
essere vacante; la condizione di un ufficio privo del titolare.
2 sf
sospensione temporanea dell'attività negli uffici, nelle scuole, nelle assemblee per ragioni di riposo o per celebrare una ricorrenza.
3 sfpl
lungo periodo di riposo concesso a chi lavora o studia.
Noto che la traduzione di ferie o di vacanza in inglese è holyday che spezzato in due sarebbe “santogiorno”: il blog si prende, pertanto, una sacrosanta vacanza breve e la augura, raddoppiata, a chiunque passi da queste righe. Oddio... non che ultimamente abbia sentito prorompente in me la voglia di dire la mia o raccontare storielle! Forse troppi social (malamente) suppliscono... Chi vuole e ha tempo scelga uno degli argomenti "tag" e si faccia un giro partendo da lì: torno presto. Forse (addirittura) vi scrivo qualcosa anche mentre sono vacante: chissà? Quando potete rendetevi vacanti anche voi Ancora auguri.
Riposatevi, o divertitevi, o fate tutte e due le cose. Io ve lo auguro e, per quel che mi riguarda, comincio adesso. Mai avuto così bisogno di rendermi vacante. Il blog non chiude per ferie ma quasi.
Quando non c’è occorrerebbe
trovarne e se non lo si fa è un peccato (magari di omissione).
Vi immagino distratti da vacanze sognate o guadagnate, immaginate o immaginarie; vi penso sfiniti dal caldo che ha fatto o battuti da piogge impreviste; vi spero assenti e in riposo a rigenerarvi come meglio vi riesce; vi penso come sempre quali amici che vengono a dare un'occhiata ed è in quel modo che vi ho sempre parlato. Un po' di confidenza, se hai un blog, non guasta e - anzi - mi piace quando, da anonimi o da firmati, intervenite. Arrivo al punto.
Questo è tempo di rendersi
vacante.
Sto scrivendo, mi sto
riposando, sto pensando e ricaricando le pile per l’autunno che,
inesorabilmente, verrà.
Buone vacanze a tutti voi, di
cuore.
Il tempo passa in fretta e
quindi è il caso di dire
“torno subito”.
Ogni bene.
Marco Valenti
Post scriptum.
Se proprio non volete leggere
i miei libri , (o volete leggere anche qualcosa di altri), in vacanza, portatevi
un giallo di Enrico Pandiani, o di Marco Malvaldi: oppure leggete Barafonda di
Michele Marziani.
Ci sono parecchi autori
italiani viventi che sono bravi. (Passate parola).
La rubrica telefonica non si rivelava affatto più prodiga di idee per la serata neanche a una seconda lettura maggiormente accondiscendente della prima e malgrado fossero già le cinque di un freddo pomeriggio d’autunno la serata rimaneva un interrogativo fastidioso.
Pietro si alzò dal divano dove stava meticolosamente valutando combinazioni telefoniche femminili da sabato sera, agganci sempre meno proponibili a basso costo e ad alto rendimento, e andò a cambiare il compact disc.
Calling you - I’m calling you, can you hear me ? - iniziò a lamentare Jevetta Steele dalla colonna sonora del film Bagdad café e io a chi cazzo telefono si domandava e intanto guardava, in piedi davanti la vetrata, il panorama di tetti e terrazzi dal suo superattico; guardava senza osservare tetti e terrazze cittadine come un pesce rosso vede il mondo dalla sua vaschetta, mentre un crescente disappunto montava dentro un trentanovenne di due metri e zero tre, occhi grigi e capelli neri, ricci neri che neanche il gel, full optional, autentico pianificatore della propria esistenza che da un po’ di tempo in qua non riusciva con la stessa efficacia a soddisfare i propri bisogni. Pensava, solo a tratti intendiamoci, che la sua condizione di separato minasse in un certo modo le semplici regole sociali e sessuali che governavano la sua esistenza e la sua felicità, e s’iniziava a formare un grumo denso nella sua coscienza di nuovo scapolo. Perciò non ridiede la colpa a Paola ma alla leggerezza, alla lievità con la quale si era innamorato, sposato, rotto i coglioni, separato. Ripensò al suo primo incontro con la donna che aveva attraversato come un uragano un anno della sua esistenza tornando a quel marzo tiepido del millenovecentonovantasette in cui, si ripeté, aveva fatto la più grossa stupidaggine della sua vita.
Una cometa attraversava il cielo nel marzo millenovecentonovantasette.