le cose ci sono, sono lì a rispondere ai nostri sguardi più o meno sicuri, alle domande che non facciamo e nemmeno sappiamo, a salvarci e a condannarci: sempre e pur tuttavia solo cose.
Sarebbero chiare se noi non fossimo così confusi. Non sono le cose a comandare ma l'atteggiamento che abbiamo noi di fronte ad esse. Come ci poniamo, come scegliamo se parlare o meno e cosa dire e cosa tenere per noi e non condividere.
Cosa lasciare andare.
Ognuno di noi, è ovvio, ha la propria musica di riferimento; in questo blog – come in una radio privata – passa la musica che ha senso per me, con la grande voglia di condivisione e la speranza di incontrare il gradimento di chi legge e ascolta. Time after Time è una canzone di Cyndi Lauper, pubblicata nel 1984 come singolo dall'album She's So Unusual. Time after Time è stata re-interpretata insieme a Sarah McLachlan in versione acustica nell'album The Body Acoustic pubblicato nel 2005. Almeno novantasette artisti hanno inciso o cantato una cover di Time after Time: molto celebre e discussa è stata la rilettura che ne diede Miles Davis. Tra gli altri che hanno riproposto il brano vanno citati: Cassandra Wilson, Everything But the Girl, Eddie Money, The Hooters, INOJ, The Kreep, Blaque, Eva Cassidy, Willie Nelson, , Patti LuPone,Phil Collins e gli splendidi Tuck & Patti. Amo moltissimo la chitarra di Tuck Andress e la voce di Patti Cathcart e la versione che linko è loro. Lascio anche il link a Wikipedia per chi volesse leggere qualcosa su questo duo made in USA. http://it.wikipedia.org/wiki/Tuck_%26_Patti
Lying in my bed I hear the clock tick and think of you caught up in circles confusion is nothing new Flashback--warm nights-- almost left behind suitcases of memories, time after— sometimes you picture me— I'm walking too far ahead you're calling to me, I can't hear what you've said Then you say--go slow-- I fall behind— the second hand unwinds if you're lost you can look--and you will find me time after time if you fall I will catch you--I'll be waiting time after time after my picture fades and darkness has turned to gray watching through windows--you're wondering if I'm OK secrets stolen from deep inside the drum beats out of time— you said go slow-- I fall behind the second hand unwinds— if you're lost... ...time after time time after time time after time time after time
P. mi viene incontro con una foto che ritrae me piccino e mia sorella ancora più piccola di me.Mi mostra la foto e mi dice: “ecco… questo, credo, sia tu da piccolo; questa bambina chi è?”.Guardo la foto e penso a Francesca con cui, entrambi, non abbiamo rapporti per litigi antichi. I litigi dovrebbero essere sempre risolti presto perché non diventino abissi insuperabili. Gli dico: “E’ mia sorella Francesca: tua figlia.”. Mi guarda accorato, sinceramente costernato e sbigottito, impaurito. “Ho una figlia?!?”. Il sottotesto suona ...“ho una figlia segreta/ una figlia illegittima/ il frutto della colpa/ una bambina di cui dovrei occuparmi”. Sorrido e mi siedo per raccontargli la sua vita. Almeno quel che ne so.Francesca è del 1965.
“Dentro la capa. Non mi serve a vedere più nulla ‘che ho tutto dentro, già dentro la testa. La testa.”
Fissava i suoi occhi vecchi ed erano del colore dell’acqua calma, del celeste che usano i bambini per disegnare il velo della madonna al catechismo. Quegli occhi azzurri continuavano a fissare lì dov’era il calendario, ma era come se il nonno sentisse lo sguardo del nipote, non ostante fosse ormai quasi completamente cieco: alzò lentamente le sopracciglia grigie, lunghe e cespugliose, per poi farle tornare al loro posto velocemente, quasi che ricadessero giù. Nel ricadere mosse il mento e la testa intera a seguire come un segno di affermazione. Guido sorrise nel guardar fuori dalla finestra; anche se era nuvolo non pioveva affatto.
Un tempo grigio asciutto.
Nonnototò era immobile, quasi di fianco, fermo da ore, rannicchiato come chi a letto cerca la sicurezza di un domani migliore, o che nel contrarsi spera di soffrire meno la vita di una giornata trascorsa a fatica. Cupamente, Guido osservava quel corpo che era diventato così piccolo da tenerlo in tasca, così stanco da cullarlo con dolcezza e così solo da non uscire più dalla stanza.
Il nonno. Nonno. Nonno che lo portava in braccio ai giardini, nonno che lo guardava disegnare e gli accarezzava la testa, nonno che lo misurava contro il muro al fianco della finestra, e c’erano ancora i segni con le date di quanto il nipote fosse cresciuto, oddio come ero piccolo, pensò Guido.
Rannicchiato in quel letto sproporzionato, come ai bordi di un mare di erba soffice, pareva stesse lentamente sprofondando in una nuvola, una grande nuvola dolce come lo zucchero filato da dove, scomparendo, sembrava dire al nipote la sua vita come se gliela facesse scorrere davanti, come la sabbia di una infinita clessidra. Una clessidra a ritroso, che lo faceva immaginare bambino in quel secolo così lontano, quando ancora il novecento non era arrivato a cambiare il volto al mondo, a guardare la sua vita, nuova e lunga…
Puro come un bimbo di cento anni da quella nuvola bianca, enorme, comoda.
Piove - ripeté - e quando Guido alzò gli occhi e vide le prime gocce timide di un temporale che durò ininterrottamente due giorni e due notti era già morto.