Penso
di aver fatto capire, nei post sul “bere con un senso”, che avendone i mezzi
investirei di più sul vino che metto in tavola. La realtà mi vede barcamenarmi
alla ricerca di ottimali combinazioni tra qualità e prezzo pagato.
Nell’accostarsi
al bere un ruolo lo hanno le bottiglie, le loro etichette, le informazioni che
contengono e l’efficacia della grafica proposta.
Siamo in un tempo di
marketing, di brand, di packaging in una società di mercato che prova a
piazzare prodotti come fossero poesie, sogni, bisogno di appartenenza.
Da
un po’ mi capita di servire a tavola lo stesso vino bianco fermo, sfuso, in caraffa.
Nessun
commensale, nessun amico si è lamentato ma neppure ha chiesto informazioni su
cosa stesse bevendo. Tra i miei amici ce ne è di quasi astemi ma anche qualcuno
che di bere ne mastica anche più del cialtrone che sono io.
Forse
da un lato era l’assenza della bottiglia e dall’altro una pudicizia a
domandare, magari temendomi in disgrazia? Scherzo (come troppo spesso faccio).