marco valenti scrive

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25 aprile 2017

Vie di fuga



Con la diligenza propria del buon funzionario, leggo le istruzioni da seguire in caso di incendio, affisse sulla porta dell’ascensore del mio ufficio ad ogni piano.
Non riesco ad evitare di rileggere più volte il trafiletto inerente l’eventualità che parte del piano sia invaso dal fumo.
Prima di fare alcune considerazioni al riguardo ve le trascrivo fedelmente,




SE LE VIE DI FUGA SONO INVASE DAL FUMO:
· Rientra nella tua stanza chiudendo bene la porta, sigilla la porta e le griglie di aerazione con indumenti bagnati per impedire il passaggio del fumo e apri la finestra.
· Segnala ai soccorritori e agli addetti all’emergenza la tua posizione.




Questa la prosa.
Ho provato a ragionarci un po’. Secondo l’estensore delle norme di comportamento riportate, qualora dovesse capitarmi che, uscendo dalla mia stanza per fuggire, incontrassi del fumo dovrei, innanzi tutto rientrare nella mia stanza.
Forse valuterei l’ipotesi di oltrepassare la barriera fumogena e precipitarmi per le scale: questa ipotesi è resa ancor più valida dalle oggettive difficoltà a seguire le altre indicazioni che seguono.
Dopo aver chiuso, bene, la porta (di legno e non ignifuga) della mia stanza dovrei sigillarla con indumenti bagnati: avete letto?


Alcune domande vengono spontaneamente:
· I miei abiti sono sufficienti a sigillare la porta (per tacer dell’aeratore alto quanto il soffitto)?
· La fessura sotto la porta potrebbe anche essere chiusa con la semplice pressione dei vestiti: il resto come diamine si dovrebbe sigillare?
· Ma soprattutto: a meno di non essermela fatta sotto per la paura con cosa cavolo dovrei bagnare gli indumenti? A furia di sputi?



Commenti?

11 giugno 2012

Attese sospese


Claude Monet - Stazione fumosa

Una città che non è la mia città.

Dopo un paio di giorni di riunioni che hanno richiesto grande attenzione, responsabilità di concentrazione, dopo un buffet conviviale in mezzo a facce note, prossime, amichevoli, la cortesia di chi mi ha ospitato viene fatalmente meno di fronte ai sacrosanti impegni di ciascuno di loro.
Lavoro da sbrigare, impegni familiari, magari soltanto meritata pausa dopo giornate che posso ben immaginare gonfie di fatica proprio per preparare tutto quello a cui ho partecipato, che è andato bene e che ora è terminato.


Mi trovo improvvisamente solo e mi sento svuotato per il lavoro svolto. Sono in una città che amo ma il mio essere un viaggiatore imperfetto mi lascia un tempo lunghissimo da qui al treno che mi porterà in un’altra città che amo ad altre riunioni.
Del resto, di fronte alla opportunità di prenotare il treno precedente mi ero fatto prendere dai soliti scrupoli, ovvero che se la riunione finale avesse avuto problemi di qualsiasi natura e si fosse protratta oltre non avrei potuto seguirla fino alla fine.
Invece, come previsto, tutto è andato per il meglio.
Affronto un tempo di mezzo con troppa stanchezza addosso per intraprendere qualsiasi attività e così mi ritrovo decisamente anzitempo alla stazione ferroviaria.


Trovo un sedile di fronte all’ingresso, mi rammarico che non abbia uno schienale e penso che, forse, è da troppo tempo che faccio lo stesso lavoro e ho la schiena stanca.
Resto lì a trascorrere un tempo sospeso dentro al mio gessato, in una camicia bianca che comincia ad essere stropicciata, allentando  la mia cravatta di Fendi, sfilando la mia Parker dal taschino per provare a buttare giù due righe che tanto non verranno. Non ora. Resto fermo, immobile, col blocco degli appunti sulle ginocchia e una Camel spenta tra le dita, a guardare scorrere la lancette del tempo sul mio orologio migliore.
Sono elegante e stanco e assolutamente incapace di agire o persino di formulare pensieri complessi.
Ipotizzo un altro caffè ma desisto subito dall’idea: non ho bisogno di svegliarmi. serve soltanto che scorra questo tempo sospeso e lungo che mi separa dal ritrovare la comodità del treno.


Mi perdo a guardare le persone che passano, una ad una e a gruppi. Stancamente e supinamente le assorbo e ne immagino provenienze e pensieri, aspettative o paure: gioco a stereotipi.
Studio le facce di chi esce e si guarda attorno per orizzontarsi; immagino vacanzieri anglosassoni fieri dei loro enormi zaini; africani con i loro oggetti da dare via furtivi e ambulanti; badanti asiatiche; coppie più o meno ben assortite; giovanissimi con acconciature improbabili; anziani che tramontano.
Vedo valige, zaini, borse, pacchi, libri, fiori, mercanzie; vedo cosce slanciate e ventri imbolsiti; vedo sandali bassi e tacchi spropositati, posture incerte o nervose, rilassate o decise o stanche; vedo chi arriva e chi parte, chi sa e chi ignora, chi si fida e chi ha paura; vedo i poveri e gli inadatti, gli snob e i business-man. Tutto si mischia: quello che assorbo e ragiono si sfarina in un indistinto.


Non c’è nulla che non vada ma la mia spossatezza è una leggerissima e appena malinconica assenza. Penso per un attimo agli angeli di Wenders che assorbono i pensieri dei cittadini nel cielo sopra Berlino.
Anche se è solo stanchezza non è la prima volta, non sarà l’ultima, e mi piace l’idea di provare a dare una voce anche a questo marginale e forse insignificante appunto di viaggio.

C’è anche questo nel mio viaggiare: non so di altri.

16 febbraio 2012

Attenzione!



n f attenzione
1 concentrazione distrazione applicazione della mente
Vi chiedo un attimo di attenzione.
destare l'attenzione
2 precisione diligenza negligenza cura nel fare qlco
studiare con attenzione3 premure riguardi (Note: spec. pl.) riguardo verso qlcuHa avuto molte attenzioni nei confronti di mia mamma.4 (Note: nelle esclamazioni) detto per segnalare un pericolo o richiamare l'interesse di qlcuAttenzione, si scivola!fare / prestare attenzione stare attento

Fondamentalmente in questo mondo manca l'attenzione: pensateci.



Ne servirebbe di più, ad ogni livello ed in tutte le accezioni del termine.
Si parli di premura nei riguardi di chi soffre (un Paese, un paese, una persona, un cane), di concentrazione verso le parole di un interlocutore, di diligenza nel verificare notizie (omertose, false, fuorvianti, disattente) sui quotidiani o nei social forum, di fare in modo di evitare pericoli per sé o per la collettività il discorso non cambia: siamo tutti troppo distratti e superficiali.
Credo che tutta questa superficialità sia un pericolo.
Ritengo che i nostri convincimenti e le nostre abitudini si vadano radicando senza avere supporti solidi e che questo conduca, ancor di più, alla difficoltà nel dialogo e nella comprensione delle cose.
Esorto ciascuno, ovviamente me compreso, ad avere occhi attenti ed orecchie ben aperte.

16 dicembre 2011

Il destino è nel nome?




Mi capita spesso di pranzare con un panino, in ufficio, grazie alla manovra (ovviamente tutta tesa ad aumentare la produttività in modo serio) dell’ex Ministro della Funzione Pubblica.





Dato che non sempre il vitto è soddisfacente, mi abbandono a considerazioni sul nome dei cibi.





Trovo che nel nome di quello che mangi sia già scritto il livello di piacere che daranno.



Desinenze riduttive, diminutivi veri o presunti, sono campanelli d’allarme per un gourmand.





Mi spiego con degli esempi.



Se pranzi (?) con un panino,


con l’insalatina,


il tacchino,


lo stracchino – tutto troppo “ino” – che non ti sazi ci sta tutto.


Lo stesso atteggiamento della bocca mentre pronunci gli ingredienti è chiuso.


Inevitabile senso di dieta, sobrietà, scarso godimento.





Pensateci e convenitene.









Ok.









Chiudo questo post per non sembrare “troppo” scemo e scendo alla salsamenteria sotto l’ufficio.









Emmevù





P.S.: ma all’omino dell’alimentari chiederò




una bella pagnottella




con la mozzarella




e la mortadella! (Vuoi mettere!!!)