le cose ci sono, sono lì a rispondere ai nostri sguardi più o meno sicuri, alle domande che non facciamo e nemmeno sappiamo, a salvarci e a condannarci: sempre e pur tuttavia solo cose. Sarebbero chiare se noi non fossimo così confusi. Non sono le cose a comandare ma l'atteggiamento che abbiamo noi di fronte ad esse. Come ci poniamo, come scegliamo se parlare o meno e cosa dire e cosa tenere per noi e non condividere. Cosa lasciare andare.
marco valenti scrive
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sono 27 quest’anno.
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19 marzo 2012
il tifo, la mancanza di bon ton, e il non senso imperante

Quando si dice la delicatezza, il bon ton, l’aplomb, però anche il fato.
Uno se ne sta lì tranquillo a scribacchiare sul suo computer quando urla belluine lo distolgono.
Ci si ricorda che è sera di coppa dei campioni e ci si collega con i risultati in corso.
Con tutta quella bella calma che contraddistingue internet quando finge di dare partite in diretta si scopre, qualche minuto dopo, che non è il Napoli ad aver segnato ma la squadra avversaria.
Allora ti interroghi, escludi di essere altrove dall’Italia, escludi che il vicino di casa che urla di gioia sia straniero e ti chiedi: perché?
Mi trovavo a casa, a Roma, e non c’erano in campo la squadra della Capitale e neppure quella della periferia. Perché tifare in modo sfegatato contro la squadra italiana e a favore di quella straniera?
Credevo di essere nel giusto.
Passione per i propri colori, sana antipatia per la squadra che prova a invadere la tua città o per un paio di squadre del nord contro le quali la tua si è scornata ma, poi, basta.
Non è così.
Il vicino ha ululato ancora, per tre volte, ma non era solo.
Antipatia cromatica?
Invece io ad essere contento che il Napoli uscisse dalla coppa proprio non ci riuscivo.
Anzi: mi dispiaceva un po’.
Probabilmente risparmio energia negativa per elargirla, concentrata, su pochi.
Non so.
Spesso, ultimamente, si è invocato – in politica, nella società, nelle diatribe ingovernabili ed accese – un passo indietro.
Ora che è passato qualche giorno mi associo, nel calcio e non solo.
Un passo indietro?
Forse le prime gemme del ciliegio o, forse, l’impressione di cose più serie mi fanno saggio.
Magari il piccolo privilegio di non soffrire malattie di tifo davanti allo schermo di un apparecchio televisivo.
L’età che avanza?
Magari, un domani, ringraziamenti dall’Albinoleffe.
Perché proprio l’Albinoleffe?
Perché da bambino cercavo Atalanta ma non la trovato nelle carte geografiche e perciò, da allora, decisi di non voler sapere dove fosse Albino L’Effe.
Sarà che, come ebbe a dire Giobbe Covatta, "non siamo noi ad essere razzisti: sono loro ad essere napoletani"?
Sarà...
Però "Benfica Napoli" .
Vuoi mettere?
Se è un gioco si deve giocare.
Se è una malattia ci si può curare.
Non dite?
24 giugno 2011
il tifo d'estate

Tra le mie svariate debolezze c’è quella di essere tifoso di calcio. Sono un tifoso di seconda categoria; di quelli che sono contenti, tanto, se la propria squadra va bene e soffrono, tanto, quando le prende ma il tutto è relegato al seguire più le notizie che le immagini e manco dallo stadio da tempo.
Ciò premesso ho una ulteriore debolezza. Pur sapendo che è un modo estivo di vendere giornali sportivi e tra il vero, il verosimile e l’inventato il confine è infinitamente labile sono un fan estivo del calciomercato. Non sono un intenditore di calcio perché non vedo molto sport né dal vivo né in televisione ma mi appassiona vedere un sacco di nomi accostati alla mia squadra del cuore.
Ad aver preso un terzo dei nomi accostati d’estate avremmo vinto buona parte degli ultimi dieci scudetti. Non è stato così. Tuttavia indulgo, come le signore dal parrucchiere ai rotocalchi rosa, alle mollezze delle trattative, o presunte tali, dell’estate.
Ombrellone o meno mi diverto a vagheggiare attacchi micidiali, moduli diabolici e future mirabolanti imprese per la mia Roma.
Si. Sono tifoso della Roma e non è sindacabile né si accettano commenti o sfottò.
Ho preso penna per scrivere, semplicemente, che una gioia (nella gioia di esplorare il mercato giocatori) è vedere i commenti delle persone comuni, o sub tali, alle presunte notizie.
Sono tutti esperti.
Incredibilmente conoscitori di ogni polpaccio d'Europa e del sul America.
Tutti dicono cose con la certezza di conoscere il calcio nazionale ed internazionale come se giocassero in ogni campionato nazionale svolto in ogni Paese europeo e sudamericano.
Meraviglioso.
Sia i tifosi della mia squadra che quelli delle altre professano una padronanza della materia invidiabile.
Non si capisce perché nella vita svolgano ruoli estranei al giuoco del calcio né perché perdano il loro tempo a commentare notizie più o meno vere invece di mettere a frutto il loro talento e le loro infinite conoscenze.
Sanno.
Non immaginano mai: sanno per certo che quel giocatore è sopravvalutato, che quell’altro non andrà mai dove è in predicato di andare, che una tal squadra odiata è comunque destinata a lottare con i denti per non retrocedere e conoscono qualsiasi insulto sia stato già adoperato verso la parte avversa e, nel caso non ne trovino di calzanti, ne coniano di fioriti e variopinti.
Credo abbiano una televisione fumante e disperatamente accesa ventiquattro ore su ventiquattro perché sanno tutto – ma veramente tutto – di qualsiasi atleta abbia mai messo gli scarpini, anche per sbaglio o per far piacere ad un amico ad un addio al celibato.
Li invidio un po’.
Sono di quella schiatta che, più umilmente, incrocia le dita e spera, ogni anno, che le cose siano tali da affrontare, al lunedì, i colleghi tifosi di altri club calcistici con la gioia del vincitore.
Mentre, francamente, confesso la mia ignoranza sui nomi che circolano, professo la mia fede e, sommessamente concludo.
Forza Roma!
(Comunque).
10 giugno 2010
roba di calcio

Ammetto di essere tifoso di calcio.
Non sono tra quelli che vanno allo stadio (ci sono stato pochissime volte nella mia vita) ma sono profondamente tifoso.
Il mio umore del lunedì dipende, anche, da cosa è successo sui campi di gioco durante il fine settimana.
Confesso che diverse volte ho acquistato la partita in televisione per poterla vedere e che mentre vedo le partite, a casa, offro il peggio di me.
Sono l’apoteosi del partigiano.
Tutto ciò premesso vorrei dire la mia sul come mai l’invincibile armata internazionale abbia vinto, tra le altre cose, lo scudetto.
Due, miseri ma bastanti, punti sopra la squadra che amo.
Una partita.
Una partita giocata quando ancora l’internazionale pareva assolutamente irraggiungibile.
La Roma è in trasferta, il primo tempo è finito a reti inviolate e la squadra di casa gioca bene. Inizia la ripresa e dopo meno di dieci minuti Vucinic viene steso nell’area avversaria: ineccepibile rigore trasformato e vantaggio.
Da lì al novantesimo minuto la Roma segna ancora: due a zero (Perrotta) e tre punti da riportare a casa.
Ma ecco che avviene l’incredibile, quello che renderà la partita epica per i padroni di casa: due gol.
Una rete al quarantaseiesimo minuto; la seconda solo tre minuti dopo.
Due gol a partita finita.
Bellissimo il primo, fortuito il secondo: non è, purtroppo, rilevante.
Cagliari-Roma 2-2: Pizarro, Perrotta, Lopez, Conti (figlio d’arte) i marcatori.
La Roma non prende più tre punti ma solamente uno.
Con i ma ed i se non si scrive la storia. Tuttavia, senza quei tre minuti di follia del sei gennaio duemiladieci, la Roma avrebbe vinto sulla armata internazionale.
Questo non è un post: è catarsi psicoanalitica.
Un sorriso a tutti, a prescindere dal tifo, da
Emmevù
p.s.: dedicato a Giuseppe Manfridi, autore teatrale e tifoso, ed al suo progetto teatrale "dieci partite" (informatevi).http://www.ilgiornale.it/roma/giuseppe_manfridi_porta_scena_piu_belle_partite_maggica/13-04-2010/articolo-id=437217-page=0-comments=1


