marco valenti scrive

marco valenti scrive

4 settembre 2008

Furlo e piada: uno


Paff… si: ho detto paff.
È quel bell’andare di rari, radi, momenti di idillio. Magari con sé stessi.
È quel bell’andare di quando un viaggio gira ed ha senso in quanto tale: in quanto viaggio. Perché c’è il gusto dell’andare, il piacere di muoversi solamente quando il viaggio offre opportunità.
È roba di andare, di senso del movimento, di movenza.
Ecco.
Sono qui, con la calma necessaria, a raccontare di una “movenza” che da Fossombrone ci fa decidere per il passo del Furlo.
Un passo, un semaforo, un tempo lento anziché una galleria veloce che congiunge due pizzi di montagna.
Si sceglie per la via lenta, per il gusto e null’altro; per l’idea di andare senza premura.
Non mi aspetta nessuno e, pertanto, voto compatto per il passo del Furlo.
Sembra un movimento, lento, di danza.
È un passo senza vetta, senza scontato bel vedere.
Si decide che Furlo sia.
Improvvisamente diventa roba di stomaco, di provvista auspicata, di ora tarda che sottende merenda o più.
Roba di appetito crescente e voglioso: uno stop diventa indispensabile.
Ecco che appare il “chioschetto” che tante gite risolve.
È questione di freno e rapidità di analisi.
Preso.
Il passo può attendere.
La fortuna arride non agli audaci ma dove può. Ne deriva una piadina ancora impastata e non comprata in un luogo unico e altrove da tutto.
Squisita.
Anzi, no: squisite…
Giacché alla prima segue, doverosamente, una seconda.
Per chi la conosce la piada consola; agli altri l’augurio che la conoscano.
Rifocillati partiamo per il passo del Furlo, basso, di gola e non di vetta: la pancia è piena e stabile alla guida.
Bello.
Per quanto detto della parte uno rimangono complimenti a chi ancora stende la piada a mano, un bis, una ricetta.
Non mi appartiene per estrazione, cultura, appartenenza…
Ma, Dio se è buona!

INGRADIENTI PER 5-6 PIADINE
500gr. di farina – 75gr. di strutto o di olio d’oliva – 25cl. Di acqua calda – 20gr. di sale… e non Q.B.! …stupore!
PREPARAZIONE
Fate un cumulo con la farina, create un foro al centro e sistemate lo strutto e il sale; amalgamate il tutto fino a ottenere un impasto non molto molle. (chi lo decide?)
Lavorate energicamente la pasta fino a renderla compatta e liscia, poi dividetela in palline grosse circa come un’arancia. Stendete con il mattarello le palline fino a farne dischi sottili. Pre-riscaldate la piastra a fuoco alto e poi passate alla cottura abbassando leggermente la fiamma…


Detto così… pare facile.
Quella piada (quelle piade) erano squisite.
Provate.

Una città per cantare


UNA CITTA’ PER CANTARE

Grandi strade piene, vecchi alberghi trasformati

tu scrivi anche di notte perché di notte non dormi mai,

buio anche tra i fari tra ragazzi come te

tu canti smetti e canti sai che non ti fermerai

caffé alla mattina puoi fumarti il pomeriggio

si parlera' del tempo

se c'e' pioggia non suonerai

quante interurbane per dire come stai?

raccontare dei successi e dei fischi non parlarne mai

e se ti fermi convinto che ti si puo' ricordare

hai davanti un altro viaggio e una citta' per cantare

alle ragazze non chieder niente perche' niente di posson dare

se il tuo nome non e' sui giornali o si fa dimenticare

lungo la strada tante facce diventano una

che finisci per dimenticare o la confondi con la luna

ma quando ti fermi convinto che ti si puo' ricordare

hai davanti un altro viaggio e una citta' per cantare

grandi strade piene vecchi alberghi dimenticati

io non so se ti conviene i tuoi amori dove sono andati

buia e' la sala devi ancora cominciare

tu provi smetti e provi la canzone che dovrai cantare

e non ti fermi convinto che ti si puo' ricordare

hai davanti una canzone nuova e una citta' per cantare

Emmevu:
Quando ho sentito per la prima volta Jackson Browne che cantava Along the road ho pensato – ne ero sicuro – che avesse scritto la versione inglese della canzone di Ron. Questo la dice lunga su quanto fossero approfondite le mie conoscenze di musica straniera.
Parliamo degli anni settanta (non che siano molto migliori adesso).
I settanta sono stati anni dove, come tanti altri liceali, strimpellavo la chitarra.
Succedeva sia in un piccolo gruppo (con cui suonavamo cover di Santana, Beatles, Deep Purple e via dicendo) sia le estati al Circeo, in comitiva.
Lì le scelte erano più acustiche e la voglia di cantare tutti e fare casino scivolava sempre fatalmente sulla musica italiana e sui cantautori. Non seguo tutta la musica italiana, né ora né allora, ma ci sono un sacco di cose che amo.
Anche un sacco di persone.
Una città per cantare ti prende subito per come parte e ti tiene con quell’andare romantico, un po’ dolente, e ti parla di viaggi e di allontanarsi a suonare, di una solitudine allora sconosciuta che però dava l’idea che crescere sarebbe stato una gran ficata. Ti parla di una vita che percepivi subito come altra rispetto a studio e famiglia: ce n’era abbastanza per adottarla.

Piesse:

Non ricordo quando sentii per la prima volta “Una città per cantare”, ma ricordo perfettamente di aver pensato – prime note – che fosse un’ottima cover. Oddìo: allora non si diceva così. Una versione, si diceva, la versione italiana (vetusto vèrtere…noi del liceo classico). Un’ottima versione, che restituiva bene quell’enfasi tutta americana delle distanze.
Una sola cosa, un solo verso, non mi andava giù anzi, (diciamola tutta) mi faceva proprio arrabbiare: è quando dice: - …convinto che ti si può ricordare… -. Pessimo. Pessima metrica, rispetto alle altre strofe. Pessimo italiano, con (posso?) quell’… “oggettivazione riflessiva di un passivo!”. Per di più isolato dall’arresto della musica che - metrica esatta - in quel punto tace. Quelle tre o quattro sillabe scandite a strascico… Bah!
Lottavo allora, piacevolmente e intensamente, con la prima comprensione di un certo rock sinfonico britannico, con la sua esattezza per me sconvolgente; oppure restavo affascinato dalla semplicità rozza ma intensa di Neil Young. Forse perché, alle prime mie armi con la chitarra, che ancora mi accompagna, era l’unico che riuscissi a riprodurre discretamente. Mi servivo delle ballate americane solo per le atmosfere struggenti ed evocative. In un’età in cui l’unica vera …evocazione possibile era quella delle speranze.
Tra gli italiani, come tutti i coetanei, frequentavo Battisti, senza ancora comprenderne l’inarrivabile spessore musicale; o la Premiata Forneria Marconi, quasi in solitudine. Ma diffidavo del resto. Snobismo d’ambiente e, solo in parte, una vena di distacco politico. Altri tempi.
Ron piombò in tutto questo dal nulla.
Ma gli occhi di Cristina che mi guardano e sorridono, mentre cantiamo ‘Una città per cantare’, insieme a tutti durante una festa; e quella sua mano appoggiata al mio braccio, primo incerto e fiducioso contatto, ancora mi sgomentano.
…………………………….

Highways and dancehalls A good song takes you far Your write about the moon And you dream about the stars
Blues in old motel rooms Girls in daddy's car You sing about the nights And you laugh about the scars
Coffee in the morning cocaine afternoons You talk about the weather And you grin about the rooms
Phone calls long distance To tell how you've been Forget about the losses, you exaggerate the wins
And when you stop to let 'em know You've got it down It's just another town along the road.
The ladies come to see you If your name still rings a bell They give you damn near nothin' And they'll say they knew you well So you tell 'em you'll remember But they know it's just a game And along the way their faces All begin to look the same
And when you stop to let 'em know You got it down It's just another town along the road
Well it isn't for the money And it's only for a while You stalk about the rooms And you roll away the miles Gamblers in the neon, clinging to guitars You're right about the moon But you're wrong about the stars
And when you stop to let 'em know You got it down It's just another town along the way


http://it.youtube.com/watch?v=BfY0K3O07ko

YouTube - Jackson Browne - The Road

24 agosto 2008

presentazione di "Un senso alle cose"

filterimage.aspx.jpgPesaro, 31 agosto - ore 18:00
Palazzo Mazzolari Mosca, via Rossini
Paolo Scatarzi e Marco Valenti
presentano il loro romanzo:
UN SENSO ALLE COSE
- Boopen editore

Negli anni dei cellulari, degli sms, della e-mail, della comunicazione veloce, ...due amici quarantenni, prendono carta e penna e recuperano il gusto della scrittura 'pensata' e a largo respiro. Marcello, istinto e impulsi, vive a Roma, in un correre frenetico di città; Luca, misura e ragione, sceglie di andarsene a Tarvisio, per una vita semplice di montagna. Due personaggi simbolo che si scrivono lettere 'a mano' per cercare di riannodare un'amicizia incomprensibilmente incrinata; riflettono sui valori importanti che li uniscono e danno significato alla loro Vita, in un momento di smarrimento personale e sociale; ma anche: ascoltano musica, citano romanzi della loro formazione, sorseggiano buon vino... a sottolineare stati d'animo particolari.
Il tutto dà origine ad un intenso romanzo epistolare, ben costruito e con numerosi spunti di 'istigazione' al pensare. Originali anche le appendici con l'elenco delle musiche, dei vini e dei libri che hanno accompagnato i due amici nelle loro riflessioni.
In linea con i tempi, invece, la divulgazione che gli Autori hanno scelto per il loro romanzo d'esordio:
recensioni e commenti nella biblioteca virtuale aNobii:
http://www.anobii.com/books/Un_senso_alle_cose/9788862231022/0107de9c58d33ff1a0/
la casa editrice 'on demand', vende solo tramite il suo sito
www.boopen.it
.

(p.s.: grazie, Enrica)

23 agosto 2008

da "Cometa e bugie" uno

Ma ora tutti quanti pensavano che ci si può girare intorno quanto si vuole, prendersi in giro e falsificare la verità ma, se è vero come è vero quel che è vero, mi sono sbagliato, ci siamo sbagliati, si è sbagliata, ho ragione, o avevo torto e tutti i pensieri del mondo, ma la realtà è la realtà, le cose sono - a prescindere da tutto - come sono e se lo sai ci devi fare i conti fino in fondo.
Tutti prima o poi arrivano e le cose con cui fare i conti sono le cose importanti, e le cose importanti non sono mai urgenti.
Ed è vero, come è vero, quel che è vero.
E’ vero. E’ davvero vero. Non prima né poi ma sempre.
In fondo i casi delle cose non sono che tre: uno è che sei cretino, due è che muori prima e non fai a tempo, tre è che - prima o poi - ci arrivi.
Arrivo, sto arrivando, sono arrivato, ci sono, eccomi, eccoti, ben arrivato, benvenuto.
Perché è vero - come è vero - quel che è vero.
Quando ci arrivi e ci fai i conti fino in fondo ci può anche stare che ti fai male.

Da “Cometa e bugie”

Nota: il romanzo “Cometa e bugie” è ancora inedito