marco valenti scrive

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24 settembre 2017

Il colore delle foglie un attimo prima che cadano



(FOTO: MARTA PIERONI)




Adulto era adulto.
Cinquanta anni per lo meno ma, forse, di più. Il tempo e l’accattonaggio fanno pedigree, in termini di età. Lì nel viale, con i suoi centodieci chili di peso, fasciato di abiti troppi anche per il nuovo rigore autunnale: stava lì e perdeva il suo tempo mendicando tutto l’anno dove le persone passeggiano, distratte dai bimbi e dai loro capricci, svagate da chiacchiere inutili e sfaccendate, altrove dai doveri e dalle cose della vita.
A passeggiare perché è l’ora di farlo e non ce ne è per nessuno: è roba di cellulare staccato, di post prandiale, di caffè in corpo, di domenica pomeriggio.
Lui è sempre lì e forse c’è sempre stato, con i suoi stracci e la sua stazza imponente, e la sua faccia sporca da bambino eternamente buono: là oltre ogni logica e buono oltre ogni dubbio.
Sempre stato nello stesso posto, fa parte del luogo, lo arreda con il suo silenzio.

Con quel suo bicchiere di carta per raccogliere le monete dei passanti arreda un viale intero; ma lo cambierà mai quel bicchiere? Nessuno ha timore di lui perché parte stessa del paesaggio.
Da un po’ però è inquieto: smania.
È autunno e lui sembra disinteressarsi del solito per concentrarsi su una nuova, affatto redditizia ed affatto logica, attività. Perde il suo tempo a prendere
manciate di foglie secche e a lanciarle per aria. Qualche bambino lo emula sotto lo sguardo, attento e colorito di nuovo disappunto, dei genitori. I bimbi lo copiano volentieri, vedono un omone che lancia le foglie multicolore e lo fanno pure loro. Voglia di fare casino, presumibilmente, o voglia di crescere.
Crescono emulando e trovando il metro, continuamente, del loro lasciare la fanciullezza per l’età adulta e incerta.
Fanno svolazzare le foglie variopinte dall’autunno e sono felici. Felici che l’omone del viale apra loro la via e il modo ad una strada infinita di foglie depositate a bordo viale.
Gli spazzini, del resto, ci mettono del loro. Hanno inventato una macchina che spazza le foglie ma in realtà non fa ne più ne meno che lanciarle a bordo viale. Basta per un viale percorribile e per riconoscere le cacche dei cani.
Basta e avanza.
Lui lancia le foglie per aria, sembra voglia spostarle oltre che smuoverle, in una specie di ricerca indifferente a quanto gli succede attorno. Soffia foglie ovunque e, apparentemente, sembra particolarmente privo di quel senno che – comunque – nessuno gli riconosce ormai più da anni.
Le foglie ricadono su di lui e per terra, ovunque, e talvolta si riappropriano di porzioni di viale.
Il viale del paese è un po’ il viale della vita: ognuno passa con la propria verità in tasca. Tutti conoscono il mendicante e lo accettano per quello che è: un accattone inoffensivo, un guitto, un respinto che sta bene dove sta.
Tuttavia, da un po’ di tempo scantona. Sarà la nebbia dell’autunno che avvolge ogni cosa nel suo manto o forse sarà questo tempo così mutevole, bislacco, un po’ estate e un po’ inverno, però nel mezzo. A costruire una nebbia indistinta.
Lui è lì che si muove, più del solito. Molto più di sempre rotea le sue braccia a scagliare foglie indistinte in un cielo che solo lui vede. Ripete parole, le mormora, non si riesce a capire che cosa dica, e scaglia foglie su foglie. Su, nel cielo piroettano, si sfaldano, alcune volano nel vento, ricadono. Sembra cercare qualcosa che non può essere trovato, perciò insiste, e insiste, e lascia fromboli di foglie morte, indifferente al passeggio del paese di fronte al suo mendicare.



Padri si fanno amichevoli ma più guardinghi e madri manifestano preoccupazione per la novità.
Il mendicante inoffensivo di ieri forse si sta tramutando nella belva: tutto un furtivo ed equivoco roteare di foglie, e gesti scomposti, e mezze voci sospirate - che i bambini manco capiscono cosa possa essere e, magari, si impressionano - e tu che fai? Resti lì con lo sguardo ebete e un po’ compiaciuto, che caspita, e neppure ti preoccupi delle tue creature: ma che padre sei?
Sollecitato lui, padre e marito, che aveva considerato il matto per quello che era, si trova a misurarlo con occhi nuovi, che la moglie gli ha prestato per l’occasione: come sempre è costretto a convenire come le antenne delle mamme siano più lunghe e più sensibili.
Mentre vorticano foglie nel vento d’autunno, trovi che i bambini vadano protetti perché quello è sempre stato buono e tranquillo però finora: che ne possiamo ben sapere noi che ci riserva il futuro?
Tutte quelle notti passate chi sa dove ma certo lontano da una casa canonicamente definibile come tale.
Chissà che pensieri.
Intanto turbina foglie manco fosse invasato. Già. Magari è invasato e poveri bimbi nostri così prossimi a un folle. Perché una vena ci dovrà pur essere se mulinella foglie in quel modo.
Ora magari vado e gli parlo, o, se serve, gli spacco il muso sudicio.
Bastardo. Cosa credi di fare dei nostri bimbi nel viale?
Lui muto e imperterrito lancia foglie d’autunno. Sembra isterico e, pur tuttavia, sembra interessarsi alla sorte ed alla foggia di ogni foglia che agita.
A volte si intenerisce e poi scalpita contrariato a contrappasso di qualcosa che pare non aver trovato.
Non parla. Non comunica. Certamente freme.
Il nerboruto ed aizzato papà di creature indifese gli si avvicina ed è pronto a minacciare e a tutto quanto ne può seguire, perché è frutto delle dinamiche di ogni branco che si rispetti e che si faccia rispettare.
Frullano foglie al suo avvicinarsi.
Sguardo ebete e felice su una foglia carpita dall’infinito mulinìo.
Perso negli occhi severi di un padre che vede minacciato il proprio territorio.
Parla per primo, lo straccione, con voce calma e ferma.
“Eccolo: lo ho trovato, finalmente”.
“Che cosa?”.
“Il colore delle foglie un attimo prima che cadano”.
Va bene.
Si finisce il viale senza spargimenti di sangue mentre quello piange. Va’ a sapere tu perché pianga.
Bacia una foglia raccolta di un colore indefinibile, più o meno giallo, e piange.
Dopo tanta folle ricerca ha trovato la foglia del colore che cercava, il suo colore delle foglie in autunno un attimo prima che cadano.

Marco Valenti 



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