marco valenti scrive

marco valenti scrive

27 febbraio 2013

24 febbraio 2013

lettera dal piroscafo




Lettera dal piroscafo per un giornale con scarsa tiratura.

Il direttore d’orchestra  ha messo insieme un bel concerto in cui ciascuno ha trovato qualcosa di apprezzabile. Ha creato una sinfonia senza nulla di nuovo nella quale riecheggiassero motivi di facile presa. Un’orchestra ottima per il Titanic.
Tutti sembrano ammaliati al suono del proprio strumento preferito, talmente rapiti dall’essere completamente sordi a qualsiasi altro suono proveniente dall’esecuzione del concerto e così presi dalla musica dal ritenere ininfluente l’avvicinarsi dell’iceberg.
La sinfonia appaga il gusto di ogni appassionato ad uno strumento, che sia il violino piuttosto che l’oboe, al punto dal riuscire a fare in modo che ciascuno senta quel che vuole sentire.
Ogni ascoltatore, felice, segue il proprio ritmo ed è impermeabile a qualsiasi critica.
Se gli fai notare, durante le prove aperte al pubblico, che il clarino stona ti risponde “Ma quale clarino! Non senti che archi fantastici? Questa si che è musica nuova!”. 
I suoi ascoltatori, rapiti, non sono influenzabili dal giudizio di nessuno. Qualcuno avrebbe voluto intervistare il Maestro ma il compositore e direttore d’orchestra non ha mai rilasciato interviste, si fa beffa di qualsiasi critica (da qualsiasi parte provenga) ed è un vero personaggio egli stesso: va ossessivamente ripetendo che una musica come la sua non è mai stata ascoltata e in questo modo predispone, ulteriormente, gli ascoltatori ad apprezzarla.
Come un Messia insinua che la musica si divida in prima di Lui e dopo di Lui. 
Mi trovo in difficoltà.
Chiunque sappia di musica, e chiunque sappia di iceberg, sa bene che non è così ma ad informarsi di musica, ad ascoltare orchestre diverse prima di formarsi un gusto musicale consapevole, sono sempre di meno.
Strano bastimento il nostro.
Quanto agli iceberg, al coglierne la vicinanza e la pericolosità se ne è parlato, per un po’, con allarmismo ma ormai quasi tutti sono sul ponte ad aspettare l’orchestra desiderando una musica che faccia ballare, promesse di flirt con fascinose dame, bisogno di sogno da liberazione senza essere stati affatto ancora liberati.
Passa il tempo, l’orchestra suona indiavolata, il direttore ieratico agita la bacchetta. 
Qualcosa, comunque, succederà.

Spero darvi buone notizie.



19 febbraio 2013

Anni or sono


 
Tu pensa uno che durante il capodanno esplode un botto.

Miccia corta.
Incidente; dita che saltano.
Ecco.
I miei amici li conto sulle dita di una mano, di quella mano.

Una volte non era così ma poi, col tempo, le cose sono cambiate. Selettività – nella versione migliore – o pigrizia, indolenza, inadeguatezza a costruire ragionamenti con chiunque, hanno portato, via via, a scremare.

Scremare.
E poi la vita faticosa, la routine, i piccoli (?) guai, i contrattempi, i doveri scelti o capitati come doni spesso non graditi.
Ingombranti.

E allora le fasi negative che mi giustifico chiamandole riposo, disimpegno, bisogno di ottundimento piuttosto che mancanza di voglie di socialità.
Man mano si telefona meno, si mandano meno mail: ci si rintana.

Ci si rintana in un bozzolo manco troppo caldo, neanche poi così confortevole e protettivo, non così pieno di placenta nutritiva.
Ci si nutre con poco.

Si eliminano le necessità superflue[1], le cose di cui si può fare a meno.

Resta un libro, lo sport di tuo figlio, andare in palestra, qualche disco, una battuta ogni tanto.
La distrazione di un caffè al bar.
Piccoli progetti sempre vaghi.
Fatica.
Sempre presente.
Quotidiana, callosa quindi per ripetitività di gesti.

 Poi le cose capitano.

Scopri che ti va di parlarne, giusto per metter a parte.
Ti ricordi che l’amicizia è anche condivisione.
Oltre che affetto.
Oltre che stima.

 
Ma.

Rivedi la mano monca.
Vai a constatare la parziale atrofia delle dita rimanenti.
Ripensi a vagheggiate, e mai ottenute, consuetudini.
Ti ritrovi pronto alla fuga senza nessuno che ti insegua.
O, meglio, non ti ritrovi più.
Non ti riconosci più allo specchio, indugi a cercare i tratti del passato, indulgi in una melanconia di tutto quello che non hai, non sei, più.

Costruisci (piccole) determinazioni propedeutiche a uno stile di vita da ripensare.
Tra cui parlare con gli amici.
Riparlare con gli amici.
Non accontentarsi più del meno.


Una mail è un surrogato.
Una telefonata è un surrogato.

Gli amici si guardano in faccia.
Differenze da ristabilire tra annusare una bistecca e mangiarla.

Ho una fame da lupi.
 
(gennaio 2007)



[1] È un ossimoro!

10 febbraio 2013

il bacio, ancora




Pubblicando nuovamente questo post dell'agosto 2009 rilancio "il disegno di piero" attraverso una delle sue opere più belle e ispirate. 
Quanto prima pubblicherò qui opere non ancora mostrate ma "il bacio" è commovente.
marco valenti 

Proseguo con il mio desiderio di condividere con chi segue questo blog i disegni di Pietro Valenti. 
Dopo aver mostrato viste di Roma e scorci naturalistici, stavolta vorrei iniziare con la sterminata produzione prodotta nei Musei Capitolini. 
Questo museo è splendido e lo è ancor più dopo la sua ristrutturazione. I disegni dei Capitolini sprigionano tutta la poesia interpretativa di PV con la sua capacità di distaccarsi spesso dal racconto per entrare nella poesia dell’immaginario.
Proprio per questo voglio iniziare con un esempio in cui confrontare l’originale, “amore e psiche”, con l’interpretazione “il bacio”, 21x29,7, schizzata con rapidità e maestria infinite.

C’è tutto il rapimento della passione colto con pochi tratti essenziali e che si distacchi in modo così evidente dall’originale non ha nessuna importanza: non lo credete anche voi?
Pura poesia.
emmevù

7 febbraio 2013

Spuma di peperoni gialli




A dicembre 2012 avevamo preparato una cena adatta a confrontare  i vini Ribolla Gialla friulana e Rebola romagnola.



Dopo averne parlato in un post avevo promesso di dare alcune ricette del menu.
Facendo clic su alcune portate del menu proposto si aprono in una nuova finestra le ricette relative.


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Crostini gialli alla crema di peperoni
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Conchiglie tiepide di mare

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Torta salata di pomodorini gratinati
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Dolciumi natalizi




Ora è il turno dei crostini alla crema di peperoni, per i quali occorre preparare la Spuma di peperoni gialli.



Ingredienti
2 peperoni gialli
una cipolla
prezzemolo
20 grammi di burro
150 grammi di Mascarpone
100 grammi di ricotta
Sale.


Lavare i peperoni privandoli dei semi e dei filamenti bianchi interni, tagliarli a dadini.
Sbucciare e tritare la cipolla
Pulire lavare asciugare il prezzemolo.
Scaldare il burro in un tegame, fare appassire cipolla  e peperoni e farli appassire senza dorare, a fuco lento per qualche minuto
Passate i peperoni al setaccio (io li ho passati con il minipimer), e in una terrina aggiungere la ricotta, il mascarpone, il  prezzemolo.

Servire con fette di pane leggermente tostato.
Al momento sono senza Rebola e senza Ribolla gialla e mentre scrivo questa ricetta e ricordo il piacere della cena penso che devo assolutamente provvedere.

4 febbraio 2013

A nightmare before the E-day




Poi un giorno lontano diremo che quello vinse.

Racconteremo ai figli in vacanza qui da noi, dall’estero dove si saranno trasferiti per cercare lavoro, di come mai vinse e governò.
Diremo che il competitore era in vantaggio nei sondaggi ma era troppo di sinistra per alcuni, troppo poco per altri. Cercheremo di spiegare argomenti non facili da spiegare a distanza di anni: per qualcuno, per esempio, era troppo vecchio non ostante fosse più giovane di quello che vinse, comunque più anziano di un altro che avrebbe voluto competere al posto suo.

Dovremo spiegare che il disgusto per la classe politica era così forte che la cosiddetta società civile aveva candidato uno più a sinistra e che quello, più a sinistra, gli levò legittimamente quella manciata di voti che avrebbe scritto la storia in modo diverso. Quello più a sinistra stava con quelli più a sinistra da sempre, che c’erano prima che lui si presentasse con la società civile e che la società civile si era comunque sfilata dall’impresa perché era in disaccordo con quelli dei partiti più a sinistra che si erano spartiti le candidature.
 
Altri erano profondamente contro quello che vinse e governò ma non lo erano abbastanza per votare: dicevano che non si può votare contro qualcuno ma solo per qualcun altro che ci convinca.
Non li convinse nessuno.

Racconteremo ai nipoti delle favole che raccontò quello che vinse. I nipotini sgraneranno gli occhi e chiederanno come fece a dare tutti quei soldi ai cittadini. Noi gli carezzeremo il capo, sorrideremo bonari, e spiegheremo loro che non accadde ma che per tanti fu bello crederci o, forse, che in effetti ce li diede con la mano destra ma ce li sfilò con la sinistra.

Parleremo con i pochi amici rimasti e converremo che, in realtà e contrariamente a quello che sostenevano illuminati un professore e gran parte delle industrie del paese, sinistra e destra esistevano ancora all’epoca e con qualche ragione di esistere. Anche senza i comunisti.

Regaleremo ai nipotini qualche lira per un gelato e loro usciranno, dopo averci ringraziato con quel loro bell’accento inglese, per andare a comprare un cono da centomila lire.