marco valenti scrive

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13 gennaio 2012

Rosa & Ignacio


Scrivo. Dopo l'incipit di "Confessioni di un venditore di intimo femminile" (post del 28 novembre) ecco quello di "Di Ignacio e di Rosa". Solo l'incipit. Per ora.

La frontiera passa dove deve passare.
Certamente la frontiera è passata per la mia città, molti anni fa, quando gli europei ne hanno fatto prima fronte, trincea verso un nemico che non c’era perché la terra finiva, e poi estremo baluardo, non sia mai qualcuno venisse dal mare: un oceano improvviso e selvaggio che non avrebbe dato spazio a risultati di lotta ma solo a interminabili inutili attese.
Protesa la mia città sul mare, stesa come un lenzuolo ad asciugare, bandiera al vento e vento freddo, sarebbe piaciuta al Marco Polo e, più ancora al Kublai Kan di Calvino.
L’avrebbe citata come principessa delle città invisibili, eppure di solida roccia, malgrado il vento ed il mare con la sua immensità. Una città protesa, che storicamente ha sempre anelato al mare fino a sovrapporsi a se stessa pur di giungervi, una Venezia verticale, scoscesa e a coscia nuda qual Genova, fino al delirio di ponti sul mare, di strade che vi si infilano, parallele ad una costa mai ferma ma continuamente in curva, ritorta, una costa che non si vede quasi mai, se non per brevi scorci che son lampi nel buio di vicoli, e di stradelle impervie di umanità caduca e limacciosa.
Pericolosa città di coltello facile, e temperamenti estremi, che ha visto governatori sgozzati e incendi al catasto regionale, perché non si dovesse più sapere a chi fosse riconducibile un vano abitabile.
Città di facili costumi, ma costumata e timorata del dio dei marinai, profumata da sempre di pesce e di salmastro, presenza di un mare che è lì ma non si vede mai.

Dopo gli anni del potere e dei governatori forti, le mercanzie iniziarono a transitare per i porti più a sud, in quanto riparati dai danni ciclici dei venti da nord ovest (e c’è ben di peggio che il Pampero perché qui guardiamo l’altro oceano) e dalla insipienza degli uomini, e qui rimasero solo palazzi nobiliari e feste improponibili (e sconce). Da un lato la gente non lo perdonò e si disperse altrove nel mondo a far fortuna se poteva, comunque a vivere come meglio riusciva; dall’altro a frazionare e vivisezionare dopo appena un paio di generazioni quei palazzi nobiliari abbandonati, enormi e solitari, in un rifluire di sottomisure di case, affastellate e abusivamente fratte, con l’unico anelito di poter dire che avevano un occhio al mare.
I ponti dei nobili perché potessero scendere al bagno senza mischiarsi con il popolo divennero un ammonticchiare affaticato di casupole protese e i coloni di altrove mesti tornarono, da altrove, ad occuparle.
Dopo il governatore Antonio, detto il Grande e detto l’Ultimo, perché non ve ne furono dopo la sua morte, fu il caos. Antonio Iriarte morì, si disse, di infarto alla notizia dell’incendio del catasto comunale. Il catasto comunale era l’ultimo residuo del diritto in una terra ancora di frontiera dove il diritto non abitava più, baluardo residuo per dirimere le infinite ed aspre controversie sul diritto ad abitare porzioni di casa, ormai polverizzate a furia di dividere, ed ormai cancellate a furia di modificare mura.
La città perciò, dopo oltre cento anni da Antonio Iriarte, è in mano alla malavita, ai ricordi dolorosi e a Dio che sempre ne avrà misericordia perché deve avervi abitato, quando la città era tale da essere la più bella ed elegante città della costa del Paese.
Io che sono Ruperto Ortega, e taccio, per voler mantenere l’onore, i nomi – lunghi e complessi - del ramo materno, abito per rientro da tanti anni di miniera, con onore, una casa con terrazzo sul mare.
Sono nella città più alta e quel che avviene di sotto è cosa che vedo, conosco e controllo. Spazio dai vicoli alle terrazze restando falco e senza essere mai né lucertola né ratto: so che mi capirete se non entro nei dettagli.
Il vicolo incrocia con un altro dabbasso, molto più giù, tanto da far venire sovente un senso di vertigine a chi si affaccia dal mio terrazzo. Il mio terrazzo vede l’azzurro del mare e del cielo sposi all’orizzonte e, più giù, altre infinite terrazze che tentano di protendersi (alcune invano) verso il mare e verso l’orizzonte. Io conosco l’orizzonte e mi ci corico, mollemente appoggiando le mie ossa di vecchio, al tramonto; vedo sole di fuoco e mare e, col binocolo, ciurme di pescatori prendere il lago e tentare il pesce pilota delle balene che incrociano, ancora, queste acque. I vicoli sono infimi segni nel profondo di un pozzo di costruzioni che si intersecano, come sarebbe piaciuto al Kan e a Calvino.
Chiudo l’argomento dell’incendio, anche perché un paio di centinaia di anni sono sufficienti a che si possa scrivere la parola fine sull’episodio e su quel che ne seguì. L’episodio fu sicuramente doloso e provocato dagli stessi impiegati del catasto al servizio del governatore Antonio Iriarte, l’ultimo. Non erano in grado di fronteggiare, burocraticamente, l’orda ormai secolare di persone che agitando carte, cavilli e perizie, cercava di veder sanciti i propri diritti di possedere ed abitare porzioni sempre più parcellizzate di unità immobiliari. I ricorsi e le diatribe forensi erano tali che le procure non si occupavano di altro. Potevi stuprare cento vergini ma, se non eri ingabbiato in flagranza di reato, per una denuncia potevi beatamente vivere e morir di vecchiaia nel tuo letto di sodomita aspettando il processo. Le corti erano impegnate a disbrigare questioni di lotti catastali, di proprietà divise fino all’inverosimile, di guerre di sangue tra parenti per un terrazzo o una veranda.
Dopo il colpo apoplettico che spazzò via Iriarte, spezzandone il cuore debole, provarono a ri-costruire il catasto moderno mandando messi comunali a far piante di appartamenti e perizie giurate. In alcuni quartieri, focosi e decisamente poco raccomandabili, ne morirono diversi. Semplicemente, invece di confutare le loro conclusioni, li uccidevano barbaramente. Credo che, ad oggi, alcuni confini di caseggiati siano lasciati al buon senso ed alla consuetudine. Lì vive Ramon, figlio di Adele e di Ugo, e niente leverà la vista dell’oceano agli occhi suoi verdi e di suo figlio Pedro. Se Pedro sposerà Maria anche lei avrà gli occhi perduti nel mare e nulla potrà cambiare lo stato delle cose.
Mi chiamo Ruperto Ortega, per tacer del ramo di mia madre, ed abito un appartamento con una terrazza rivolta la mare, per grazia di Dio e senza che alcuno possa mai far nulla per cambiare la cosa come è.
Sono Ruperto Ortega, ingegnere minerario in riposo dopo il lavoro e mi godo la pace della mia posizione nella città che mi ha visto prima nascere e poi partire a fare soldi e fortune ed oggi vecchio e sfrontato a dire qualsiasi cosa mi vada di dire. Non ci sarà coltello mai abbastanza veloce da tagliarmi la lingua e sputarmi via gli occhi.
La terra della frontiera ha in me un suo figlio devoto.

1 commento:

  1. me lo devo rileggere e andare a leggermi anche il psot che mi sono persa. grazie
    Buona domenica ♥

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