marco valenti scrive

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28 novembre 2011

Confessioni di un venditore di intimo femminile (incipit)




Come sapete, scrivo: questo l'incipit di ciò su cui lavoro maggiormente (al momento). Mentre aspetto, spero, in notizie editoriali su altre cose.




Buona lettura.












In qualche modo, da qualche tempo che ci pensavo, ho deciso di scriverla: la malattia mi ha messo premura e sarei ipocrita se lo negassi. Può darsi che ne esca e ne ho tutta la voglia ma non è detto. Può anche darsi che la qualità della mia vita (che è sempre stata, comunque, una vita di qualità) ne abbia a che risentirne pesantemente.
Questo mi stressa, mi duole ed è ovvio che mi infastidisca. Mi affaticano le cure a cui mi sottopongo settimanalmente e mi disturba lo sguardo degli operatori sanitari con cui mi interfaccio.
Professionisti esemplari ma troppo abituati ad avere a che fare con gente come me che viene a lasciare capelli in cambio di radiazioni. Il professore continua a dirsi ottimista perché pare l’abbiamo preso in tempo.
Neanche fosse un autobus.
Scrivo senza saper che esito avrà il mio scrivere. Comincio oggi perché bisogna pur cominciare a raccontarsi, se se ne sente il bisogno, e ne ho voglia da un sacco di tempo. Non mi aspetto lettere di encomio e non so, per la verità, che strada prenderà mai quel che ho da scrivere. Forse mio nipote ne sarà il destinatario (Davide, il figlio di mia sorella) o forse il mio datore di lavoro, il professor Rossi.
Mi chiamo Oreste Consonni. Ho il cancro ai polmoni. Sono un architetto. Sono in malattia dal lavoro, e faccio lo stesso mestiere da quindici anni: sono un commesso, in fin dei conti, di biancheria femminile.
Che Rossi sia il direttore dei Grandi Magazzini Kron e che io sia il Responsabile del Reparto Intimo Donna non cambia le cose: lui non è un professore di un bel nulla ed io non sono responsabile di niente perché coordino qualche commessa ma non dispongo di poteri di firma o di dare e revocare permessi, emolumenti integrativi e ferie. Lui è il capo ed io un commesso di mutande, reggiseni e calze.
Astolfo Rossi era, ed è, un conoscente di mia sorella Maria. Amicizie in comune hanno fatto si che si incontrassero in numerose occasioni, e quando lui disse che apriva in città una nuova sede di Kron, Maria annotò (si ricorda sempre tutto quella donna) e me lo disse. Me lo riportò insieme ad altre cento cose della serata ma io, dopo quella, non ascoltai altro. All’epoca facevo l’architetto ed ero insoddisfatto da moltissime cose, soprattutto a livello professionale.
Le dissi che volevo propormi per il ruolo di direttore dell’intimo femminile nel nuovo magazzino. Ci scherzammo sopra per una buona mezzora finché non mi feci serio, come so essere quando occorre, e lei alla fine promise che ci avrebbe messo una buona parola.
Erano altri tempi e si assumeva per una raccomandazione, per una parola giusta dalla persona giusta alla persona giusta. Fui giusto per il posto. In prova per sei mesi e poi assunto con contratto a tempo indeterminato. Felice di essere lì e prodigo di amore e dedizione per il mio lavoro.

Non so scrivere i diari. So appuntare cose e so di cose che voglio dire, ma scrivere è un’altra cosa. Mentre rileggo la prima pagina che ho scritto me ne rendo conto.
Provo a mettere in fila quel che mi importa raccontare: poi prenderò un filo con la speranza sia un filo logico. Quindi elenco un po’ di punti che mi importa siano chiari nella mia narrazione.
Sono un commesso di biancheria femminile.
Sono felice infinitamente di esserlo e spero di avere salute per tornare a lavorare.
Adoro le donne e la biancheria.
Non sono un depravato.
Ecco: l’elenco non può essere esaustivo (nessun elenco lo può) ma se riesco a raccontare questo posso ritenermi soddisfatto.

Mi sono laureato in architettura con tutti i benefici sociali del ’68. Non avremo fatto la rivoluzione che qualcuno voleva davvero ma, almeno, la facoltà fu più semplice e ci divertimmo un casino.
Ne uscii con una profonda conoscenza di arte, di design, di segni dei luoghi; ne uscii con la profonda curiosità per i viaggi, il mondo da scoprire, le mode da conoscere; ne uscii con tanta coscienza di quelle che erano, e sono, le mie inclinazioni ed il mio modo di essere. È l’epoca della formazione quella in cui si fanno scelte acerbe ma dirimenti; il tempo in cui ci si posiziona nella politica, nella società e nelle proprie cose; la misura – anzi l’unità di misura – di ciò che si è e di quel che non si può essere.
Il giorno dopo la laurea spiegai a Maria, per esempio, che nelle mie inclinazioni non c’era il matrimonio come nella sua, né una vita regolare e borghese come era intesa comunemente. Le chiesi di essere padrino del suo figlio, quando sarebbe nato, anche se non ero cattolico perché avrei saputo amarlo e proteggerlo da ogni falsità e lo avrei fatto con garbo sempre e non sarei stato influenzato se fosse stato un maschietto (cosa che fu) o una bambina.
Sono il padrino di Davide, nato due anni dopo la mia laurea e ne sono fiero.
La mia profonda onestà, all’epoca come ora, non mi permetteva il matrimonio perché assolutamente bisessuale e poco affidabile in questioni legate a monogamia e fedeltà coniugale; la stessa onestà non mi lasciava incline ad una vita nel solco comune delle altre vite dell’epoca ma mi lasciava la forte spinta a voler bene ed a comunicare il mio amore ad una generazione oltre la mia. Da questo soltanto la mia voglia di essere padrino più che zio.

Ogni volta che torno a casa in taxi dalla clinica, stanco e turbato dalla terapia, ho bisogno di lavarmi ma, sopra ogni cosa, di mettermi del profumo. Da alcuni anni uso un’acqua di colonia francese, l’Occitane en Provence, perché penso si adatti bene – come molti profumi agrumati – all’odore della mia pelle. Ho bisogno di lavarmi e profumarmi per levarmi gli odori dell’ospedale dal naso. I luoghi di dolore non hanno mai un buon odore e per me il profumo è sempre stato importantissimo.
Una volta, da ragazzo, eravamo con degli amici al mare e una ragazza mi rovesciò sul petto mezza boccetta del suo orrendo profumo patchouli: la odiai con tutte le mie forze perché, malgrado energiche docce, non riuscii a levarmi quell’odore nauseabondo di dosso per giorni.
Il patchouli andava di moda tra le giovani, soprattutto di sinistra, negli anni sessanta e settanta e nella mia opinione era un orrendo e intenso unguento che copriva ogni odore, rendeva uguale ogni pelle e non rendeva alcun servigio alla bellezza femminile. Anzi: la mortificava.
Probabilmente era adeguato alla generale mortificazione della bellezza femminile propria dell’epoca, propugnata con pervicacia un po’ miope e certamente ideologica. Con l’andare degli anni le donne avrebbero capito, quasi tutte, che fu un errore marchiano e sciatto e che anche la bellezza è un valore. Tutto è nel non vendere, e in molti casi svendere, la propria bellezza ed il proprio corpo: questa sarebbe davvero una rivoluzione.
Ho potuto viaggiare molto sin da giovane e il patchouli mi ricorda l’India, la Persia, e il bisogno di coprire con la forza intensa miasmi orrendi e mortificanti per noi occidentali, intensità sopra intensità, gara a chi è più tenace all’olfatto tra la miseria e le spezie: a volte, lì, il patchouli era una benedizione ma non da noi, che diamine!
Io, che non sono mai riuscito ad avere rapporti intimi con uomini o con donne che non emanassero un buon profumo, che aborro la folla stantia di autobus e metropolitane per il dover sopportare calori ed odori, ho sempre seguito il profumo – soprattutto nelle belle donne.
Ancora oggi, e da sempre, se sto per incrociare una bella ragazza, un fisico che si fa notare già a venti metri da me, pochi attimi prima che mi passi vicino espiro profondamente tutta l’aria che ho nei polmoni per poi riempirmi del profumo di donna al momento del suo passaggio.
Va da sé che ci siano, spesso, delusioni olfattive ma quando l’aspettativa è soddisfatta provo un segreto piacere molto, ma molto, elevato. La ricerca cosmetica poi, se da un lato ha massificato le donne appresso a mode pur troppo irresistibili (penso a Eternity o a Roma), dall’altro ha fatto si che le donne intelligenti e affascinanti potessero moltiplicare la loro seduttività trovando la giusta formula tra il loro odore naturale – proprio di ciascuna – e il profumo più consono a valorizzarne il mix odore/profumo.
Incrociare persone seducenti è un grande piacere a prescindere dal riuscire noi stessi a sedurle.
Rammento sempre un incrocio quasi deserto, in un pomeriggio autunnale insolitamente caldo, in cui al di là del semaforo si stagliava la figura di una donna bianchissima di carnagione, elegante in un trench avana, due gambe affusolate sotto un kilt, polpacci torniti ma femminei che finivano in caviglie sottili infilate in stivaletti neri tacco otto. Riconoscevo uno sguardo inquieto e molto mobile, nervoso oltre l’attesa del verde per attraversare e sopracciglia definite, disegnate, mobili e pensose. Occhi intensi che avrei di lì a poco visto verde acqua, profondi, e un taglio di palpebra alla Charlotte Rampling (Dio benedica il suo fascino). L’impermeabile slacciato per la calura mostrava un bel seno sfrontato contenuto da una camicetta bianca di semplice fattura. Un seno non grande ma ben sorretto e un bottone slacciato di troppo che lasciava intravedere un reggiseno di pizzo color carne. Avrei visto incrociandola lentiggini e labbra sottili messe in risalto da un’ombra di rossetto scuro. Trattenni il fiato al verde ed espirai, come sempre, per poi imprigionarne al meglio l’odore. Constatai una altezza della donna superiore a quanto avevo stimato e mi piacque, perché sono attratto dalle misure insolite. Piccole, minute e compresse oppure alte, grandi e generose. Il suo odore era perfetto e lo inalai con voluttà al suo passaggio. Quel profumo era un perfetto mix di caldo e di lieve sudore profumato di Dior, inconfondibilmente. Vestiva quel profumo come fosse su misura. Le sorrisi grato e non so se ricambiò il mio sorriso ma così mi parve. Forse così volli mi paresse e ne fui felice per tutto il giorno.
Dio mi mantenga l’olfatto. Mi mantenga l’odorato e mi lasci il fiato che il tumore ha reso corto. Ma l’abbiamo preso in tempo e quindi si riallungherà.




Il testo continua, ovviamente. Commenti?


emmevù

4 commenti:

  1. L'ho letto, tutto di un fiato come lessi Cometa e bugie, ora vedo tutto a strisce rosa perchè i caratteri in bianco mi hanno abbagliata. La tiro per le lunghe perchè al di là del fatto che trovo il tuo modo di scrivere sublime, senza filtri di sorta, diretto ma con "garbo", stavolta,mi è arrivato un cazzotto dritto nello stomaco e non perchè il protagonista sia ammalato, no. Il racconto mi si è spalmato addosso come il sudore in un giorno di afa. Che le notizie editoriali giungano presto; qualcosa è cambiato Marco.
    Gabriella

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  2. Queste righe mi hanno avvolta come una scia di profumo.
    Esorto caldamente l'autore a scriverne ancora, di profumi, di incontri, di donne e anche di uomini, di sguardi, di vita, tutta.
    Grazie.

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  3. Bellissimo . . .

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  4. Mi chiedo come prosegua!

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Costretto al test di verifica dal proliferare di spam. Mi spiace. Spero molto in tanti commenti e spero che, a prescindere dal fatto che non vengano moderati da me, siano di buon gusto e vengano firmati. Buona lettura e buon commento a tutti.