marco valenti scrive

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5 maggio 2016

silenzio e fresie - tutto


Silenzio e fresie

La data del primo di aprile aveva un significato, per lui, che sopraffaceva per importanza tutte le goliardie attorno al giorno degli scherzi, dei pesci d’aprile: esattamente un anno fa aveva messo in pratica un proposito a lungo meditato e, per un intero anno, pervicacemente mantenuto.
Mario non parlava da un anno esatto.
In realtà non è giusto metterla in questo modo perché non era davvero diventato muto né aveva smesso di profferire parola: più sottilmente aveva deciso di associare la parola solamente a comunicazioni essenziali e doverose. Sia al lavoro che nel resto della propria vita comunicava efficacemente con i propri simili; parlava con gli amici e con i colleghi; comunicava con negozianti e ristoratori; scherzava molto poco e non raccontava più barzellette come un tempo e così via. Mario, per un anno, aveva scientificamente attivato uno sciopero selettivo dei propri fonemi.
L’anno precedente per lui non era stato un buon anno e, mese dopo mese, si erano andate acuendo difficoltà e piccoli, medi e grandi disappunti erano aumentati in una sorta di crescendo Rossiniano.

Divorziato da due anni viveva con la madre, Rosa, o – per dirla meglio – lei si era trasferita da lui alla morte del marito; un po’ perché non più in salute smagliante, un po’ perché secondo lei due solitudini si fanno compagnia.
A dirla tutta Mario aveva una propria vita sociale attiva, parecchio, per cui badare alla mamma non era stato mai in cima ai suoi desideri. Ma, si sa, si fa ciò che si deve e quando si deve. Il resto sono chiacchiere da bar o letteratura per ricchi.
Mario abitava, quindi, un primo piano di una casa di semiperiferia di tre appartamenti, simile a tutte quelle del quartiere. Due appartamenti con giardino al piano terra ed uno al piano di sopra. Semplici. Si rammaricava, in cuor suo, di non avere un giardino e passava del tempo ad osservare i giardini degli altri: il suo ampio terrazzo era curato con affetto ma, pensava, un giardino è un’altra cosa.
Frustrato, si era abbonato a una rivista specializzata sui giardini e ne era diventato seguace attento e fedele.
Qualora non interessi il caso di un uomo che decida, libero – apparentemente – da obblighi in tal senso, di smettere di trasmettere opinioni al resto dell’universomondo la lettura può essere interrotta qui senza nessuna conseguenza per chi scrive né per chi legge. Tuttavia presumo che la vicenda, per quanto non faccia casistica, non sia priva di interesse.

Mario era affaticato senza averne coscienza piena. Non si era più di tanto curato di qualche ripetuto sbalzo di pressione né di umore; tutti, pensava, ne hanno. Si reputava, anzi, fortunato per aver deciso di provarsi la pressione in farmacia un giorno che al lavoro non si sentiva molto bene. Aver scoperto una pressione obbiettivamente alta lo aveva reso serenamente iposodico e piacevolmente irretito dal mondo dell’erboristeria. Tanto gli bastava e non sentiva necessità di ulteriori approfondimenti clinici.
Quello che accadde fu che il cane vomitò in corridoio. Semplice. Si svegliò e si accorse che era successo. Maledisse l’abitudine di non calzare alcunché al mattino ma, ovviamente, fu maledizione tardiva. Il cane, complice presumibilmente il dare avanzi umani senza filtri né premure aveva reso il cibo.
Quel che era accaduto è che sul lavoro c’erano problemi. Quei problemi che a raccontarli annoi implacabilmente chi ti ascolta, quelli che tu li piangi e gli altri li sbadigliano. Capita. Era capitato pure a Mario e si barcamenava tra la voglia di denunciare mobbing (il che fa molto fico e democratico) ed il galleggiare al di sopra della soglia di sopravvivenza.
Quel che era accaduto è che non sempre si è d’accordo su tutto con gli amici e ci può stare che ci siano incomprensioni e cose che fanno male. Ma sempre a Mario. Da ciò litigi in cassetta e spiegazioni da rimandare ai posteri. Ci sarebbe da interrogarsi su quanto carico gravi su questi poveri posteri che senza aver colpe si trovano un sacco di irrisolti da sbrigare. Poveri posteri.
Quel che era accaduto a Mario era un continuo gonfiore ai nervi e nessuno sfiato che sia uno.
Quel che era accaduto era un sacco di cose da argomentare ma la certezza che la gente si sarebbe, come sempre, voltata dall’altra parte e si sarebbe trincerata dietro a mille altre cose più urgenti e più importanti dell’ascoltare le sue dissertazioni.
Le argomentazioni, del resto, vanno sapute discutere portandole al livello di lessico comune ad una specie di genie umana di vocabolario semplice e decisamente povero.
Immiserito da venti anni di talk show e veline, di apparire e non di essere, di senso del meno e di estetica siliconica.
Mario era gonfio oltre misura. Non trovava sponde come una palla da biliardo povera di alternative che fatalmente rocambola sul birillo sbagliato.
Solo. Fiero dell’esserlo. Pur tuttavia fottutamente solo. Solo come chi sa di esserlo e non può far nulla per evitarlo, come chi creda di detenere uno spicciolo di verità ma si sente calato in un mucchio di soldi falsi.
Guardando il vomito di cane si interrogava su quanto avesse perorato cause, posto quesiti, fomentato situazioni rivendicative, lamentato soprusi, architettato fughe e sindacato decisioni. Parecchio ma parecchio invano.
Nulla si muoveva, nulla era inciso dal suo argomentare.
Parlava, protestava, discuteva, tentava di spostar lancette ma non sortiva alcun effetto. Le cose si muovevano prescindendo dai suoi malumori e dal suo rimbrotto. Anzi faceva la parte del trombone. Più lui non si sentiva un trombone – ma neppure un oboe né un flauto traverso – più lo tiravano nel ruolo. Non è bello sentirsi etichettati a moralisti solo perché si declina una propria etica e la si sa spiegare. Cavolo!
È roba di coerenza o, semplicemente, di come si è: imprinting, educazione, buona creanza. Intanto Mario era lì di fronte al vomito del cane, al fallimento sul lavoro, agli amici dispersi, al divorzio, alla mamma anziana, al non trovare ascolto a quanto diceva.
Il cane aveva vomitato nel corridoio.

Internet non lo aiutava punto. Il blog, su cui aveva riposto balzane idee da portabandiera, aveva pochissimi stanchi adepti. Non trovava un metro accattivante o, meglio, non lo aveva mai cercato.
Su “faccia libro” si era tenuto a debita distanza dal facile “piove: governo ladro.” Cercava, pure lì, di dire qualcosa ma non riusciva a trovare orecchie. Erano tutti presi dall’auto incensarsi o da giochini del tipo “io amo te e tu ami me e ci commentiamo la qualunque a vicenda”.
Quello era un universo strano e non – più di tanto – felice. C’era un eccesso di falsa democrazia debitamente cavalcato da cavalieri del nulla spalleggiati da scudieri del nulla. Festosa inutilità appiccicata a capaci self publisher men.
C’erano quelli che dicevano qualcosa ogni giorno pur di riempire e quegli altri che plaudivano a prescindere. C’è chi applaude il banale perché ha bisogno di battere le mani.
Il caso più eclatante era quello di se-dicenti critici che incensavano nuovi se-dicenti autori omettendo l’acca dal verbo avere. Per chiarezza intendo voce del verbo avere, indicativo presente, terza singolare, senza acca. Perbacco. Van bene gli acronimi, le sintesi, lo scrivere veloce da internet: l’omissione della grammatica, tuttavia, accapponava la pelle di Mario lasciandolo piuttosto perplesso.
Si chiedeva: “sono io che sono antico o è la grammatica italiana? Un libro recensito senza capacità grammaticali è ancora un buon libro? Possibile che i libri recensiti su internet siano tutti superlativi? C’è una pletora di geni incompresi che prima o poi esploderanno nel firmamento letterario nostrano?”.
Mario aveva letto pure cose buone e qualcuna perfino egregia. Ma internet non era un critico attendibile.
Aveva letto nuovi autori un po’ troppo litigiosi con sintassi, grammatica, persino punteggiatura. Aveva interagito (aveva provato ad interagire) con alcuni di essi ma si era sentito rispondere che l’uso della punteggiatura non era mai stato un problema né per loro né per i loro fedeli ed adoranti lettori.
Intanto Mario leggeva con fatica crescente. Lasciava libri a prossime chiamate. Rimandava con la convinzione che i libri, a volte, ti debbano chiamare ad essere letti e che lui non fosse adeguato al Chisciotte o alla rilettura di Borges. Sarebbero arrivati in un altro momento.
Mario era affaticato seriamente.
Restava il fatto, inoppugnabile, che il cane aveva vomitato in corridoio, che era il primo di aprile, che doveva andare in ufficio, che non sarebbe stato ascoltato come ogni volta che parlava, che le decisioni sarebbero state prese a prescindere dal suo pensiero.
Mentre una pressione nuova gli fremeva sul petto si andava chiedendo quando aveva riposto le ali e dove le avesse mai messe. Si interrogava su cosa più di tutte gli avesse zavorrato il cuore e non riusciva a trovare una risposta che fosse univoca e immediatamente riconoscibile come la regina delle risposte.
Il regno delle risposte ha mai una regina o un re?
Così vagava lievemente agitato senza percepirne fino in fondo il perché come colui che ha sete ma, non rendendosene conto appieno, rimanda quella salutare bevuta che lo renderebbe umano e felice e, invece, resta trattenuto in un limbo di indecisione senza uscita. Roba di ignavia, di pigrizia, di scarso uso di sana autoanalisi da cui si potrebbe facilmente uscire se non si fosse miopi e attaccati a quel senso del dovere e del si deve fare per forza così che taglia i garretti a qualsiasi promettente puledro. Figuriamoci a antichi stanchi guerrieri di guerre lunghe e normali, piegati dall’inevitabile quotidiano. Gravati dal continuo dovere e dalla penuria di possibilità che la recessione impone. Poveri eroi dell’incombere quotidiano e dell’etica, misconosciuti alfieri di una morale serenamente accetta che, per questo, vivono sotto giogo sottile ma greve senza liberarsi mai.
Ci vorrebbe un analista disinibito per liberare un troppo sopito egoismo.
Servirebbe una assunzione di responsabilità verso loro medesimi che se ne fottesse, per una volta, delle scatole che li imprigionano, delle catene invisibili ma efficaci che li conducono a quella morigerata vita di doveri e di senso imperituro dell’assoluto pratico fare per ben fare. Quel senso, una volta condiviso dalla collettività, del far bene senza se e senza ma come ovvia strada che non si può non percorrere.
Così era lì con la vita che gli scivolava via, che gli sfuggiva di mano, che lo prendeva un po’ per i fondelli.
Disattenzioni banali e piccole disgrazie domestiche si accavallavano sui suoi nervi senza che ne avvertisse subito la pressione e senza che, con tempestività, attuasse sane e salvifiche contromosse.
Contromisure non già da guerrigliero in trincea ma da difensore d’amor proprio e propugnatore del dovere, e qui sottolineo sempre la parola dovere, di perseguire il proprio spicchio di felicità.
Felicità non già e non solo come godimento ma come realizzazione del sé.
Poi ti capita un cane che vomita.

Pensò che il cane aveva vomitato nel corridoio e che era tempo di pulire, pensò che non sarebbe successo nulla in ufficio se si prendeva una giornata, pensò che chi decide avrebbe deciso senza – se non contro – il suo parere, pensò che le parole non recuperano gli affetti ma, anzi, a volte scavano solchi, pensò che per quante parole sapesse mettere insieme con una certa abilità la vita scorreva imperterrita e a prescindere.
Si azzittì asciugando vomito di cane. Mamma Rosa dormiva con un leggero russamento, il cane lo guardava con aria – giustamente – colpevole e le cose rimanevano quelle che erano.
Primo aprile. Basta. Tempo di silenzio.
Da lì in poi partecipò alle riunioni senza contribuire ma prendendo diligentemente appunti, smise di inseguire amici liberamente persi in praterie di equivoci, caduti sotto il fuoco amico, governò la mamma Rosa con impeccabile non curanza, si atteggiò a stupido.
Gli venne benissimo. Evidentemente era nelle sue corde. Ricominciò a leggere i libri che lo chiamavano senza dover rendere conto a nessuno. Non ebbe a polemizzare mai più e ciò lo rese benemerito alla comunità inernettiana (che lo scordò con assoluta semplicità perdendosi in polemiche sull’arte polemica) e si ritrovò nella semplicità certosina e operosa dei bisogni primari.
Volavano i suoi desideri solamente nel leggere, nello scrivere, nel disegnare e nella cura maniacale del terrazzo.
Fu costretto a cambiare edicola e libreria perché troppa confidenza si era accumulata negli anni: trovò un edicolante anonimo e iniziò ad acquistare libri qui e là senza fidelizzarsi in nessun posto.
Del resto sentirsi chiedere come mai una tale giorno non comprasse l’Espresso o, perfino, un commento ai risultati del campionato di calcio da dover ribattere erano insopportabili quanto l’acquisto di un libro con la chiara richiesta di un commento al precedente.
Ricominciò a giocare con tele e tempere, con materiali e colori; diede nuova vita a quelle voglie di espressione che anni addietro lo avevano portato a dipingere forsennatamente.
Forsennatamente e silenziosamente dipinse.
Musica, pittura, lettura e giardinaggio; accidentalmente l’impiego.
Ricominciò e portò a termine la lettura del Don Chisciotte con una agilità tale che, sulla spinta, si concesse “L’uomo senza qualità” di Musil, tutto Joyce, Faulkner e parecchio altro.
Ci sono attività che conciliano il desiderio di star solo senza interferenze e la voglia di crescita e di distrazione: Mario, ovviamente, vi si dedicava moltissimo. Spesso benediceva la caratteristica di non aver quasi mai bisogno di più di cinque ore di sonno per notte.
Se puoi dormire poco e non guardi la televisione (se non di rado) hai un sacco di tempo a tua disposizione.
La pittura a tempera e la cura attenta dei vasi e delle fioriere nel terrazzo gli davano una serenità ed una carica grandissime.
Questione di attenzione e di disciplina; voglia di abitudini quotidiane.
Il percorso da casa al lavoro e dal lavoro a casa. Le medesime facce, i medesimi luoghi, gli stessi rassicuranti sorrisi di circostanza, un habitat privo di pericoli. Autobus tra due tratti a piedi; quello da casa al tram di case basse con giardino; quello dal mezzo pubblico all’ufficio di palazzi alti e grigi.
Soprattutto silenzio.
Inutile partecipare a dispute politiche, o morali, o sociali. Ognuno restava nel proprio convincimento. Mario non dava la propria opinione: registrava le altrui. Riempiva, stancamente, files nella propria memoria.
Dipingeva e obliava vomiti di cane, rampogne di mamma Rosa, lavoro di poca soddisfazione, amici sbiaditi.
Efficiente ed efficace il giusto, nessuna sovraesposizione, al riso aveva sostituito un sorriso sbieco e dignitoso.
Giorno dopo giorno ripeté un quotidiano andare negandosi per quanto possibile e fin quando possibile.
Gesti quotidiani, scansione di meravigliosa e mediocre quotidianità.
Il giornale, il caffè al bar, il cartellino timbrato. Entrate; uscita. Le sue tele, i suoi pensieri, il suo tenerseli cari e stretti e indivisi.
Stagioni che si susseguono.

Le case basse di periferia che Mario vedeva camminando verso il bus che lo conduceva al lavoro erano di muretto e siepe, di giardinetti e orticelli privati, di periferia. Nel tratto di strada che percorreva a piedi da casa per il lavoro (e ritorno) c’erano trentasei giardini privati. Venti sul lato destro, sedici su quello sinistro. Appassionato qual era di giardinaggio, lievemente invidioso per il non poter curare altro che un terrazzo, Mario aveva catalogato con chiarezza ciascun giardino e ciascun giardiniere. Gli piaceva infinitamente sbirciare in ogni casa, vedere le coltivazioni e le essenze, studiare la notevole varietà di soluzioni verdi e da lì risalire alla psicologia presunta dei proprietari.
Ne misurava la cura, l’ordine, l’amore.
Il viaggio sull’autobus lo vedeva assorto nella lettura del quotidiano, acquistato da un giornalaio nuovo e più rispettoso della privacy del precedente. Notizie che magari lo indignavano, che ferivano il suo senso civico, scandali che lo rammaricavano, ma tutta roba che non avrebbe commentato né in ufficio né altrove.
Il silenzio è una consegna. Non è forse vero, pensava, che le monache di clausura parlano solo per rivolgere le loro preghiere al Signore? Mario non pregava. Annotava. Lentamente si abituava al suo selettivo silenzio.
Un giorno, in ufficio, disse al suo capo: “Dimmi cosa vuoi che faccia e, se in grado, lo farò. Non chiedermi analisi delle cose che, tanto, per essere ascoltate debbono essere di altri.”.
Il capo, che non era uno stupido, non replicò e comprese. Si attenne al dare a Mario del lavoro che sapeva poter essere sbrigato. Del resto lui per primo non si era mai interessato del pensiero di Mario se non per far proprie le idee migliori e usarle di fronte a quelli che gli erano gerarchicamente superiori; avrebbe attinto altrove. Ci sono sempre idee che scorrono. Basta saper pescare.
Le poche persone amiche di Mario gli facevano notare che, a loro avviso, si era fatto più taciturno e gliene chiesero la ragione.
“Ma che vi piglia? Non bevo forse come prima?” Rispose “Non rido delle vostre battute? La mia faccia è la stessa e vi ascolto con la medesima attenzione di sempre!”.
Gli amici non sapevano controbattere. Si interrogarono l’un l’altro sull’amico diventato silenzioso ma non trovando una risposta finirono con l’abituarsi. Talvolta non lo chiamavano, ma gli volevano lo stesso bene. Con meno trasporto magari, ma uguale a prima.
Smisero, progressivamente, di farsi domande e presero Mario per ciò che era diventato.
Quando qualcuno gli chiedeva direttamente un parere lui alzava le spalle e sorrideva, atteggiando il viso ora a stupore e ora a noncuranza: funzionava quasi sempre. Dove non andava, Mario ribaltava la domanda al proprio interlocutore con frasi del tipo “secondo te?” oppure “tu cosa ne pensi, piuttosto?”, o ancora “mi interessa la tua, di opinione”.
Così, in generale, la propensione all’ascolto, piaceva a tutti e il non contrapporre alcuna opinione a quelle degli altri ancor di più. Il suo carattere naturalmente polemico, agli occhi di tutti, parve addolcirsi e, nella maggior parte dei casi, risultò perfino simpatico. Le donne si infatuavano di un uomo tenebroso e misterioso nei cui silenzi potevano inserire ogni fantasiosa supposizione di tormentati pensieri, di tenebrose passioni, di inespresso infinito mondo. Proiettano subito un film nel loro fecondo immaginario.
Lui lasciava fare.
Chi ama il buon cinema avrà apprezzato il film “Oltre il giardino” di Hal Ashby… Ecco: il protagonista, magistralmente interpretato da Peter Sellers, è la figura a cui Mario, inconsciamente, anelava.
Chance, il giardiniere. Adorava sia il film che il personaggio.

L’anno era trascorso.
Silenziosamente.
Mario aveva mondato il suo spirito dall’acredine delle lotte quotidiane, dalle dispute inutili, dalla impellenza dell’esternare sempre e comunque, dalla voglia di affermare il proprio punto di vista su quello degli altri. Le vite degli altri scorrevano meravigliosamente senza il suo intervento, nel quotidiano della gente comune come nel mondo sociale dove le decisioni hanno ricadute su tutto e su tutti.
Ovviamente non era privo di pensieri né di opinioni e, anzi, l’assenza di confronto gli consentiva catalogazioni radicali e radicate.
Rispetto ai giardini privati che sbirciava andando e tornando dal lavoro, per esempio, almeno dieci proprietari non meritavano il possesso di uno spazio verde. Mario pensava che avere un giardino dovesse essere qualcosa per cui ringraziare la sorte attraverso una giusta cura degli spazi e delle essenze: pertanto vedere aree incolte e abbandonate lo irritava. Se non ti occupi del tuo eden non lo meriti.
Dieci poveri spazi dove il susseguirsi delle stagioni partiva da tenere erbacce di tarda primavera, passava a stoppie gialle riarse del sole dell’estate e finiva a rametti secchi. Pochi alberi, mesti, resistevano alla incuria.
Un paio di giardinetti differivano da quei dieci solo per una efficiente erogazione idrica. Le erbacce, più rigogliose, dividevano lo spazio con qualche geranio. Ancora troppo poco perché Mario ci perdesse poco più di uno sguardo intristito.
Giardini aridi perché di persone aride. Inaridite dalla vita, forse dal troppo lavoro o da altre insistenti preoccupazioni che, comunque, non riuscivano a cogliere la meravigliosa opportunità dei loro spazi verdi.
Sei giardini erano, differentemente, affascinanti ma non appartenevano ai loro padroni: erano indissolubilmente degli architetti che li avevano accuratamente progettati e in tre di questi si poteva riconoscere la medesima firma.
Lo stesso legno di tek, le stesse sedute in doghe di legno e alluminio, la stessa scenografica illuminazione. In generale erano spazi un po’ pretenziosi sia per il tipo di abitazioni che li ospitavano, sia per il carattere piuttosto popolare del quartiere. Per esser belli lo erano ma, nella testa di Mario, il verde non era che il coronamento del pensiero, tutto giocato sul costruire, dell’architetto: non eran posti dove seguire con rapimento l’evolversi delle stagioni.
Tre giardini contigui erano in stile minimalista giapponese. I proprietari facevano a gara a chi fosse più zen. Mario si domandava chi avesse contagiato chi; per quanto ammirato ed incuriosito dalle millenaria cultura asiatica non erano luoghi che riuscisse a capire e, quindi, ad apprezzare.
A parte altri quattro giardini dotati di siepe altissima ed invalicabile allo sguardo ed uno troppo kitsch per essere seguito ne rimanevano dieci a catturare i suoi quotidiani, attenti, furtivi sguardi.
Guardava stando attento a non essere scoperto.
Con frequenza sempre maggiore gli veniva in mente il titolo di un tema che gli era stato assegnato al liceo, con intento provocatorio ma non troppo, dal grande professore di lettere che ebbe: “dì che non hai nulla da dire”.
All’epoca quella traccia lasciò tutta la classe attonita. I componimenti non furono un granché ma la discussione che ne seguì era stata vivacissima e piena di ragionamenti che intrecciavano più argomenti e discipline di quanto si possa credere.
Nello svolgere mentalmente il tema riproposto Mario si rendeva, tuttavia, conto di snocciolare un elenco nutrito di cose che, con sempre maggiore urgenza, aveva da dire e non diceva.
Gli capitò di ripensare al proprio blog dove, svogliatamente, scriveva pochissimi post o a face book, ma non gli parevano pulpiti considerabili.
Si rendeva conto come il punto non fosse il palcoscenico ma l’auditorio.
Era roba di desiderio che tornava, lentamente, e di grumi infiniti di parole costipate in dodici mesi di silenzi; disposizione, timida, ad un interlocutore che non fosse un purchessia qualsiasi.
Magari contava pure che il cane aveva passato un anno in buona salute, la mamma Rosa, tutto sommato, e che anche il lavoro – relegato ad uno spazio adeguato – si rivelava decisamente meno stressante.

A parere di Mario il giardino più bello era il penultimo.
Apparteneva ad una donna che abitava da sola e che doveva lavorare in casa perché non passava giorno senza un intervento giardiniero. Era un giardino in apparenza molto caotico. C’erano intanto diversi terrazzamenti con fioriere e vasi diversi per foggia e stile. Parecchi sottovasi erano realizzati con scatole di latta smaltate con colori vivacissimi; le panchine erano di mattoni verniciati e travi di legno; le sedie erano vecchie sedie da cucina riverniciate di colori diversi; la quantità di piante e fiori, e le loro varietà, erano notevoli.
Tutto trasudava colore e affetto e la confusione era solo apparente perché, in realtà, ogni cosa seguiva una logica.
Un pomeriggio, mentre tornava dal lavoro, la vide che interrava bulbi in una epifania di latte smaltate con colori dal rosa al viola. Si fermò a guardarla lavorare, in ginocchio sul prato, sorridendo e cercando di capire che bulbi fossero.
Fresie.
Lei si alzò e si girò, improvvisamente: lo vide e gli sorrise facendo un cenno con la mano.
Mario, dopo un paio di secondi, ricambiò il sorriso ed alzò – a sua volta – la mano: la mantenne alzata, come uno scolaro che debba fare una domanda.
“Forse è ancora presto per i bulbi di Fresia” le disse “Aspetterei un paio di settimane: lei non crede?”.
Lei si avvicinò alla recinzione, sempre sorridendo, e cominciarono a parlare.

Marco Valenti

2 commenti:

  1. Buona l’idea di postarlo tutto insieme, per chi è di fretta, in questi luoghi frenetici…;-)
    Dunque, aggiungo anche qui le mie due ‘parole’…
    Al mondo colmo di parole inutili, di false apparenze, di chiacchiere da blog; ai tempi riempiti di senso del meno e di ricerca di palcoscenico, Mario reagisce coraggiosamente col suo silenzio. Un anno di solitudine e incomprensioni, ma anche di ascolto della vita, di ricerca dell’essere e di fiducia nella coerenza, …fino a far dominare il cuore! Un finale che lascia sperare...
    Cosa vede l’Autore dopo?

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  2. Mi è piaciuto tanto questo racconto. Mi sono ritrovata nel personaggio di Mario - buffo come certe riflessioni sui giardini - sull'incuria, sul non meritarsi certe cose...le ho fatte anch'io e continuo a farle, allungando il collo davanti ad ogni giardino che incontro,come se -potenzialmente - fosse mio.
    Anche la scelta del silenzio,è interessante...fino al ricominciare a parlare quando trova un'anima affine, complici una manciata di bulbi di fresie:-)
    Grazie Marco per una buona storia che ti resta dentro,che sparge qualche seme di speranza - e Dio sa se c'è ne è bisogno...

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Costretto al test di verifica dal proliferare di spam. Mi spiace. Spero molto in tanti commenti e spero che, a prescindere dal fatto che non vengano moderati da me, siano di buon gusto e vengano firmati. Buona lettura e buon commento a tutti.