marco valenti scrive

marco valenti scrive

9 settembre 2009

silenzio e fresie (tre)



Internet non lo aiutava punto. Il blog, su cui aveva riposto balzane idee da portabandiera, aveva pochissimi stanchi adepti. Non trovava un metro accattivante o, meglio, non lo aveva mai cercato.

Su “faccia libro” si era tenuto a debita distanza dal facile “piove: governo ladro.” Cercava, pure lì, di dire qualcosa ma non riusciva a trovare orecchie. Erano tutti presi dall’auto incensarsi o da giochini del tipo “io amo te e tu ami me e ci commentiamo la qualunque a vicenda”.

Quello era un universo strano e non – più di tanto – felice. C’era un eccesso di falsa democrazia debitamente cavalcato da cavalieri del nulla spalleggiati da scudieri del nulla. Festosa inutilità appiccicata a capaci self publisher men.

C’erano quelli che dicevano qualcosa ogni giorno pur di riempire e quegli altri che plaudivano a prescindere. C’è chi applaude il banale perché ha bisogno di battere le mani.

Il caso più eclatante era quello di se-dicenti critici che incensavano nuovi se-dicenti autori omettendo l’acca dal verbo avere. Per chiarezza intendo voce del verbo avere, indicativo presente, terza singolare, senza acca. Perbacco. Van bene gli acronimi, le sintesi, lo scrivere veloce da internet: l’omissione della grammatica, tuttavia, accapponava la pelle di Mario lasciandolo piuttosto perplesso.

Si chiedeva: “sono io che sono antico o è la grammatica italiana? Un libro recensito senza capacità grammaticali è ancora un buon libro? Possibile che i libri recensiti su internet siano tutti superlativi? C’è una pletora di geni incompresi che prima o poi esploderanno nel firmamento letterario nostrano?”.

Mario aveva letto pure cose buone e qualcuna perfino egregia. Ma internet non era un critico attendibile.

Aveva letto nuovi autori un po’ troppo litigiosi con sintassi, grammatica, persino punteggiatura. Aveva interagito (aveva provato ad interagire) con alcuni di essi ma si era sentito rispondere che l’uso della punteggiatura non era mai stato un problema né per loro né per i loro fedeli ed adoranti lettori.

Intanto Mario leggeva con fatica crescente. Lasciava libri a prossime chiamate. Rimandava con la convinzione che i libri, a volte, ti debbano chiamare ad essere letti e che lui non fosse adeguato al Chisciotte o alla rilettura di Borges. Sarebbero arrivati in un altro momento.

Mario era affaticato seriamente.

Restava il fatto, inoppugnabile, che il cane aveva vomitato in corridoio, che era il primo di aprile, che doveva andare in ufficio, che non sarebbe stato ascoltato come ogni volta che parlava, che le decisioni sarebbero state prese a prescindere dal suo pensiero.

Mentre una pressione nuova gli fremeva sul petto si andava chiedendo quando aveva riposto le ali e dove le avesse mai messe. Si interrogava su cosa più di tutte gli avesse zavorrato il cuore e non riusciva a trovare una risposta che fosse univoca e immediatamente riconoscibile come la regina delle risposte.

Il regno delle risposte ha mai una regina o un re?

Così vagava lievemente agitato senza percepirne fino in fondo il perché come colui che ha sete ma, non rendendosene conto appieno, rimanda quella salutare bevuta che lo renderebbe umano e felice e, invece, resta trattenuto in un limbo di indecisione senza uscita. Roba di ignavia, di pigrizia, di scarso uso di sana autoanalisi da cui si potrebbe facilmente uscire se non si fosse miopi e attaccati a quel senso del dovere e del si deve fare per forza così che taglia i garretti a qualsiasi promettente puledro. Figuriamoci a antichi stanchi guerrieri di guerre lunghe e normali, piegati dall’inevitabile quotidiano. Gravati dal continuo dovere e dalla penuria di possibilità che la recessione impone. Poveri eroi dell’incombere quotidiano e dell’etica, misconosciuti alfieri di una morale serenamente accetta che, per questo, vivono sotto giogo sottile ma greve senza liberarsi mai.

Ci vorrebbe un analista disinibito per liberare un troppo sopito egoismo.

Servirebbe una assunzione di responsabilità verso loro medesimi che se ne fottesse, per una volta, delle scatole che li imprigionano, delle catene invisibili ma efficaci che li conducono a quella morigerata vita di doveri e di senso imperituro dell’assoluto pratico fare per ben fare. Quel senso, una volta condiviso dalla collettività, del far bene senza se e senza ma come ovvia strada che non si può non percorrere.

Così era lì con la vita che gli scivolava via, che gli sfuggiva di mano, che lo prendeva un po’ per i fondelli.

Disattenzioni banali e piccole disgrazie domestiche si accavallavano sui suoi nervi senza che ne avvertisse subito la pressione e senza che, con tempestività, attuasse sane e salvifiche contromosse.

Contromisure non già da guerrigliero in trincea ma da difensore d’amor proprio e propugnatore del dovere, e qui sottolineo sempre la parola dovere, di perseguire il proprio spicchio di felicità.

Felicità non già e non solo come godimento ma come realizzazione del sé.

Poi ti capita un cane che vomita.

(...continua)

1 commento:

  1. “faccia libro” ...cavalcato da cavalieri del nulla spalleggiati da scudieri del nulla. Festosa inutilità appiccicata a capaci self publisher men.

    meglio passare il tempo con giuste letture! grazie per l'opportunità:-)

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