marco valenti scrive

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14 settembre 2009

silenzio e fresie (sei: penultima parte...)




Lanno era trascorso.

Silenziosamente.

Mario aveva mondato il suo spirito dall’acredine delle lotte quotidiane, dalle dispute inutili, dalla impellenza dell’esternare sempre e comunque, dalla voglia di affermare il proprio punto di vista su quello degli altri. Le vite degli altri scorrevano meravigliosamente senza il suo intervento, nel quotidiano della gente comune come nel mondo sociale dove le decisioni hanno ricadute su tutto e su tutti.

Ovviamente non era privo di pensieri né di opinioni e, anzi, l’assenza di confronto gli consentiva catalogazioni radicali e radicate.

Rispetto ai giardini privati che sbirciava andando e tornando dal lavoro, per esempio, almeno dieci proprietari non meritavano il possesso di uno spazio verde. Mario pensava che avere un giardino dovesse essere qualcosa per cui ringraziare la sorte attraverso una giusta cura degli spazi e delle essenze: pertanto vedere aree incolte e abbandonate lo irritava. Se non ti occupi del tuo eden non lo meriti.

Dieci poveri spazi dove il susseguirsi delle stagioni partiva da tenere erbacce di tarda primavera, passava a stoppie gialle riarse del sole dell’estate e finiva a rametti secchi. Pochi alberi, mesti, resistevano alla incuria.

Un paio di giardinetti differivano da quei dieci solo per una efficiente erogazione idrica. Le erbacce, più rigogliose, dividevano lo spazio con qualche geranio. Ancora troppo poco perché Mario ci perdesse poco più di uno sguardo intristito.

Giardini aridi perché di persone aride. Inaridite dalla vita, forse dal troppo lavoro o da altre insistenti preoccupazioni che, comunque, non riuscivano a cogliere la meravigliosa opportunità dei loro spazi verdi.

Sei giardini erano, differentemente, affascinanti ma non appartenevano ai loro padroni: erano indissolubilmente degli architetti che li avevano accuratamente progettati e in tre di questi si poteva riconoscere la medesima firma.

Lo stesso legno di tek, le stesse sedute in doghe di legno e alluminio, la stessa scenografica illuminazione. In generale erano spazi un po’ pretenziosi sia per il tipo di abitazioni che li ospitavano, sia per il carattere piuttosto popolare del quartiere. Per esser belli lo erano ma, nella testa di Mario, il verde non era che il coronamento del pensiero, tutto giocato sul costruire, dell’architetto: non eran posti dove seguire con rapimento l’evolversi delle stagioni.

Tre giardini contigui erano in stile minimalista giapponese. I proprietari facevano a gara a chi fosse più zen. Mario si domandava chi avesse contagiato chi; per quanto ammirato ed incuriosito dalle millenaria cultura asiatica non erano luoghi che riuscisse a capire e, quindi, ad apprezzare.

A parte altri quattro giardini dotati di siepe altissima ed invalicabile allo sguardo ed uno troppo kitsch per essere seguito ne rimanevano dieci a catturare i suoi quotidiani, attenti, furtivi sguardi.

Guardava stando attento a non essere scoperto.

Con frequenza sempre maggiore gli veniva in mente il titolo di un tema che gli era stato assegnato al liceo, con intento provocatorio ma non troppo, dal grande professore di lettere che ebbe: “dì che non hai nulla da dire”.

All’epoca quella traccia lasciò tutta la classe attonita. I componimenti non furono un granché ma la discussione che ne seguì era stata vivacissima e piena di ragionamenti che intrecciavano più argomenti e discipline di quanto si possa credere.

Nello svolgere mentalmente il tema riproposto Mario si rendeva, tuttavia, conto di snocciolare un elenco nutrito di cose che, con sempre maggiore urgenza, aveva da dire e non diceva.

Gli capitò di ripensare al proprio blog dove, svogliatamente, scriveva pochissimi post o a face book, ma non gli parevano pulpiti considerabili.

Si rendeva conto come il punto non fosse il palcoscenico ma l’auditorio.

Era roba di desiderio che tornava, lentamente, e di grumi infiniti di parole costipate in dodici mesi di silenzi; disposizione, timida, ad un interlocutore che non fosse un purchessia qualsiasi.

Magari contava pure che il cane aveva passato un anno in buona salute, la mamma Rosa pure, tutto sommato, e che anche il lavoro – relegato ad uno spazio adeguato – si rivelava decisamente meno stressante.

(ancora per poco... continua)

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