marco valenti scrive

marco valenti scrive

7 settembre 2009

silenzio e fresie (due)

Mario era affaticato senza averne coscienza piena. Non si era più di tanto curato di qualche ripetuto sbalzo di pressione né di umore; tutti, pensava, ne hanno. Si reputava, anzi, fortunato per aver deciso di provarsi la pressione in farmacia un giorno che al lavoro non si sentiva molto bene. Aver scoperto una pressione obbiettivamente alta lo aveva reso serenamente iposodico e piacevolmente irretito dal mondo dell’erboristeria. Tanto gli bastava e non sentiva necessità di ulteriori approfondimenti clinici.

Quello che accadde fu che il cane vomitò in corridoio. Semplice. Si svegliò e si accorse che era successo. Maledisse l’abitudine di non calzare alcunché al mattino ma, ovviamente, fu maledizione tardiva. Il cane, complice presumibilmente il dare avanzi umani senza filtri né premure aveva reso il cibo.

Quel che era accaduto è che sul lavoro c’erano problemi. Quei problemi che a raccontarli annoi implacabilmente chi ti ascolta, quelli che tu li piangi e gli altri li sbadigliano. Capita. Era capitato pure a Mario e si barcamenava tra la voglia di denunciare mobbing (il che fa molto fico e democratico) ed il galleggiare al di sopra della soglia di sopravvivenza.

Quel che era accaduto è che non sempre si è d’accordo su tutto con gli amici e ci può stare che ci siano incomprensioni e cose che fanno male. Ma sempre a Mario. Da ciò litigi in cassetta e spiegazioni da rimandare ai posteri. Ci sarebbe da interrogarsi su quanto carico gravi su questi poveri posteri che senza aver colpe si trovano un sacco di irrisolti da sbrigare. Poveri posteri.

Quel che era accaduto a Mario era un continuo gonfiore ai nervi e nessuno sfiato che sia uno.

Quel che era accaduto era un sacco di cose da argomentare ma la certezza che la gente si sarebbe, come sempre, voltata dall’altra parte e si sarebbe trincerata dietro a mille altre cose più urgenti e più importanti dell’ascoltare le sue dissertazioni.

Le argomentazioni, del resto, vanno sapute discutere portandole al livello di lessico comune ad una specie di genie umana di vocabolario semplice e decisamente povero.

Immiserito da venti anni di talk show e veline, di apparire e non di essere, di senso del meno e di estetica siliconica.

Mario era gonfio oltre misura. Non trovava sponde come una palla da biliardo povera di alternative che fatalmente rocambola sul birillo sbagliato.

Solo. Fiero dell’esserlo. Pur tuttavia fottutamente solo. Solo come chi sa di esserlo e non può far nulla per evitarlo, come chi creda di detenere uno spicciolo di verità ma si sente calato in un mucchio di soldi falsi.

Guardando il vomito di cane si interrogava su quanto avesse perorato cause, posto quesiti, fomentato situazioni rivendicative, lamentato soprusi, architettato fughe e sindacato decisioni. Parecchio ma parecchio invano.

Nulla si muoveva, nulla era inciso dal suo argomentare.

Parlava, protestava, discuteva, tentava di spostar lancette ma non sortiva alcun effetto. Le cose si muovevano prescindendo dai suoi malumori e dal suo rimbrotto. Anzi faceva la parte del trombone. Più lui non si sentiva un trombone – ma neppure un oboe né un flauto traverso – più lo tiravano nel ruolo. Non è bello sentirsi etichettati a moralisti solo perché si declina una propria etica e la si sa spiegare. Cavolo!

È roba di coerenza o, semplicemente, di come si è: imprinting, educazione, buona creanza. Intanto Mario era lì di fronte al vomito del cane, al fallimento sul lavoro, agli amici dispersi, al divorzio, alla mamma anziana, al non trovare ascolto a quanto diceva.

Il cane aveva vomitato nel corridoio.

(...continua)

1 commento:

Costretto al test di verifica dal proliferare di spam. Mi spiace. Spero molto in tanti commenti e spero che, a prescindere dal fatto che non vengano moderati da me, siano di buon gusto e vengano firmati. Buona lettura e buon commento a tutti.